L’artista franco-statunitense, creatrice di figure femminili energiche e vivaci, trovò in Toscana uno dei suoi luoghi del cuore.
Massicce, colorate, allegre e potenti. Queste sono le donne scolpite da Niki de Saint Phalle (1930-2002), artista franco-statunitense che ha avuto uno stretto rapporto con la Toscana.
Ma i lavori usciti dal suo studio non sono stati sempre così.
Figlia di un ricco banchiere francese e di un’americana di buona famiglia, Catherine, detta Niki, cresce tra i due paesi nel lusso apparente. Un trauma, infatti, segna la vita della giovane Niki, vittima degli abusi di chi avrebbe dovuto proteggerla: il padre.
Dopo anni incerti, in cui si sposa e mette al mondo due figli tentando di tenere a bada i propri demoni, il punto di svolta è la permanenza in un ospedale psichiatrico. Durante il quale, per la prima volta, comprende il valore curativo dell’arte. Abbandonata la famiglia, Niki all’arte decide di dedicare tutta se stessa.
Aderisce al movimento del Nouveau Réalisme, che avvicina artisti molto differenti negli esiti – César, Jean Tinguely, Christo etc. Accomunati dall’intento di utilizzare oggetti di uso quotidiano e dargli un nuovo valore estetico. Con lo scultore svizzero Tinguely, Niki stabilisce un legame che li accompagnerà per tutta la vita.
Tra le prime opere di Niki che scuotono il pubblico borghese ci sono i Tirs, performance durante le quali l’artista imbraccia un fucile e spara a dei bassorilievi riempiti di colori, dai quali i pigmenti colano come umori, sangue, lacrime.
Seguono le Mariée, spose diafane affogate in abiti ingombranti che imitano il pizzo. «Belle, ma addolorate» come le definisce Niki, in riferimento alla condizione delle donne negli anni ’60.
Fino alle Nana, figure femminili agli antipodi della mannequin filiforme secondo il gusto dell’epoca. Che sfila nelle passerelle e che somiglia tanto alla vecchia lei, Niki, apparsa, anni prima, sulle copertina di riviste patinate come Vogue.
Le Nana sono gigantesse che danzano, saltano, cavalcano.
O allattano, come quelle che compongono la fontana del Giardino dei Tarocchi, il parco di sculture creato da Niki tra il 1978 e il ’98 a Garavicchio (Capalbio).

Ispirato a prototipi più o meno celebri – come il Parc Güell di Antoni Gaudì a Barcellona, la villa d’Este e la villa Adriana di Tivoli, il Sacro Bosco di Bomarzo – il Giardino dei Tarocchi è visitabile tra aprile e ottobre.
Quando apre i cancelli a chi volesse imbattersi in figure ispirate alle carte dei tarocchi, alle simbologie orientali, alla mitologia antica. Nelle figure di divinità femminili che lo punteggiano – la Venere di Milo, quella Botticelliana, Artemide Efesia – sulle quali domina l’Imperatrice. Una sfinge dalla pelle scura e seno prosperoso, una grande madre il cui interno accoglie un’abitazione dove, per un po’, ha vissuto anche l’artista.
Chi visita il parco avrà l’impressione di compiere un viaggio nella storia dei simboli, in quella personale di Niki de Saint Phalle e anche dentro di sé.
Silvia Roncucci
Foto in alto: Niki de Saint Phalle, mamac-nice.org
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