L’arzdóra: simbolo di forza e resilienza della tradizione romagnola

arzdora
La Romagna ha una tradizione d’indipendenza femminile: l’azdóra era la reggitrice della casa, la custode delle tradizioni familiari.

Sono sempre stata orgogliosa delle mie radici romagnole e sono sempre stata affascinata da una figura che è un vero e proprio archetipo della cultura e della tradizione di questa terra: l’arzdóra. So che in alcune zone si usa il termine azdóra, ma io preferisco quello che ho sempre sentito dove sono cresciuta.

Oggi è pressoché scomparsa, almeno per quanto concerne il ruolo che ricopriva nel passato. La sua autorevolezza ha abdicato a favore di una dimensione più folklorizzata e di marketing. La sua proverbiale saggezza ha lasciato il posto a una versione più rassicurante e circoscritta: l’arzdóra moderna è la custode e la meravigliosa esecutrice dei piatti della tradizione romagnola.

Ma la sua storia è molto diversa: i romanzi, le cante, le poesie che esaltano questa terra generosa e semplice, calda e orgogliosa, a cui sono profondamente legata, sono pieni di questa straordinaria figura femminile.

Secondo il Vocabolario romagnolo di Libero Ercolani (insegnante e dialettologo di Ravenna), la definizione di azdóra è: reggitora. Colei che presiede al governo della casa. L’origine del nome deriva dal verbo latino rĕgĕre, condurre. Un tempo marito e moglie (arzdór e arzdóra) si ripartivano l’azienda-famiglia con ruoli molto distinti e ben definiti.

Il capofamiglia si occupava del lavoro, la moglie sovrintendeva a tutto il resto: lavori domestici, coordinamento di tutto quello che riguardava la casa, accudimento degli animali. E, soprattutto, amministrava con oculatezza il denaro guadagnato che lei stessa custodiva.

Di fatto il governo della casa era nelle sue mani, da lei dipendevano l’organizzazione e l’armonia domestica, ed era custode delle tradizioni e dei rituali familiari.

L’arzdóra era una figura di donna indipendente, saggia, forte, determinata, autorevole e molto rispettata, ben diversa da quella in cui è stata confinata oggi.

Un fatto però è piuttosto evidente: dal punto di vista sociale e professionale in Romagna, molte donne gestiscono alberghi, ristoranti e aziende vitivinicole, con l’abilità e le caratteristiche delle arzdóre di un tempo. Buon sangue non mente.

D’altra parte tuttǝ ǝ romagnolǝ nella propria ascendenza hanno un’arzdóra! Anch’io.

La mia nonna paterna gestiva la bottega di famiglia, un emporio in cui si trovavano tutti i generi di uso più comune: alimentari, cartoleria, merceria, tabaccheria. Il nonno teneva le relazioni al mercato e faceva una prima cernita dei prodotti da acquistare, ma la Buscherini contrattava il prezzo e aveva l’ultima parola. Tutti la conoscevano così perché non ha mai voluto farsi chiamare con il cognome del marito.

Mi faceva un po’ di soggezione quando ero piccola e non credo sia stato facile averla come suocera. Aveva origini umili e valori e principi molto radicati. Era anche molto coraggiosa. Fervente socialista, aveva gestito una Casa del Popolo. Quando i fascisti andarono a sgomberarla, lei uscì dalla porta con il mio babbo nel porta-enfant, una sorta di sacco imbottito con cui si portavano ǝ bambinǝ piccolǝ una volta, all’interno del quale aveva nascosto una pistola.

Nella palazzina dei nonni, a Forlì, oltre al negozio, c’erano anche due piccoli appartamenti. Uno era affittato a una coppia, nell’altro abitava la Minghina, una donna sola, non giovanissima, che durante la Resistenza, in montagna, aveva nascosto, curato e nutrito diversi partigiani. Finita la guerra, il babbo per riconoscenza le propose di scendere in città per dare una mano ai suoi genitori. Accettò con entusiasmo e divenne parte della famiglia, conquistandosi la totale fiducia della nonna. Io la ricordo magrissima, con i capelli corti e molto ricci. Era sempre indaffarata tra i fornelli della cucina dietro la bottega, o in cortile, a rivoltare la lana dei cuscini e dei materassi. Era una forza della natura.

Nel cortile c’era anche un pollaio, ma quel territorio era presidiato dalla Buscherini. La nonna aveva un portamento piuttosto austero ed elegante, anche se indossava sempre il grembiule e un fazzoletto in testa. Quando entrava dalle sue «cocche», però, diventava un’altra persona. Il pollaio era la sua oasi, il regno in cui tornava bambina. Aveva sempre un grande sorriso pieno di soddisfazione quando veniva a svegliarmi al mattino con l’ovino caldo… mentre scrivo, risento ancora la sua voce.

L’arrivo della sua prima nipote, cioè io, non le diede entusiasmo: molti aspettavano l’arrivo di un maschio, in verità, ma lei aveva un motivo in più. Desiderava Massimo, il bambino che avrebbe portato il nome del suo adorato fratello più piccolo, eroe della Resistenza.

Con il tempo, sono riuscita a conquistarmi la sua stima, la sua fiducia e anche la sua complicità. Sono abbastanza certa che avesse riconosciuto in me molti tratti del suo carattere. La mia determinazione, il mio orgoglio, la mia ribellione, il mio fortissimo desiderio di autodeterminazione: durante gli anni dell’adolescenza è stata mia alleata, mi ha ospitato anche per tempi lunghi quando entravo in rotta di collisione con i miei genitori. Le devo molto e spesso mi trovo a pensare: «Cosa mi direbbe la Buscherini?» oppure: «Cosa farebbe la Buscherini?»

Ora che sono un po’ più grande, alle volte vedo nello specchio il suo sguardo severo e un po’ sornione. E le rughe intorno alle labbra sono le sue. Ho respirato femminismo quando ancora non se ne parlava, non sono un’imprenditrice, ma nel petto, lo so, batte il cuore di un’arzdóra.

Serena Betti

Foto in alto: L’arzdóra – dipinto di Arrigo Casamurata, Forlì

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2 commenti su “L’arzdóra: simbolo di forza e resilienza della tradizione romagnola”

  1. Antonella Busi

    Serena hai scritto un capolavoro!!!! In quante cose mi ritrovo e soprattutto mi hai fatto ricordare mia nonna Elsa, era proprio così!!
    Grazie!!

    1. Lella grazie a te. Le nostre nonne silenziosamente coraggiose, forti e determinate… che bella eredità ci hanno lasciato!

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