Pillole di femminile – Storie piccole che raccontano un mondo grande #97

«A un certo punto ti alzi, entri in acqua e galleggi a pancia in su facendo il morto: quando sale la brezza, ti lasci trasportare dalla corrente, finalmente libera.»

Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni.
Con grande piacere pubblichiamo “Amore borderline: distruzioni per l’uso” il racconto con il quale Paola Pecci ha partecipato alla nostra seconda 
call del 2024.

AMORE BORDERLINE: DISTRUZIONI PER L’USO di Paola Pecci.

Ci si può consumare per mancanza d’amore?

Me lo avevi chiesto la prima volta che ti avevo portata a letto, dopo la festa di facoltà, quando ancora avevo l’illusione di essere stata io a rimorchiarti e di poter mantenere la situazione sotto controllo.

Iniziava il nuovo semestre, il cortile del dipartimento era pieno di studentesse che mi scodinzolavano intorno: in Accademia lo dicevano tutti, la nuova strutturata seleziona le dottorande in base a quanto sono brave a mangiarle la fica. Non era vero, con le collaboratrici per principio non scopavo, ma quella fama se non altro mi assicurava uno stuolo di etero curiose a cui attingere nei momenti di solitudine.

Tu sedevi in disparte a spompinare una Diana dietro l’altra – quanto avremmo litigato, poi, per quei filtri succhiati fino a diventare molli di saliva – tra le cosce un piattino di macaron che sezionavi uno per uno: leccavi la crema all’interno scartando le due metà di biscotto, seduttiva in quella maniera zingara che ti contraddistingue.

Mi avevi folgorata.

Quello che fai ai macaron, te lo farei tra le gambe: non lo avevo solo pensato, te lo avevo detto in faccia, senza ritegno, l’occhio cùpido e il battito accelerato delle mie migliori battute di caccia. Avevi spento la sigaretta sotto un tacco, ti eri alzata allisciandoti la gonna e mi avevi seguita fino a casa.

Mi avevi offerto subito tutto di te, testa e corpo – il cuore no, quello te lo avevano già strappato via. In certi momenti avevo temuto di perforarti la pancia a furia di dartene ancora: ma tutto quel dolore – lo avevo capito col tempo – serviva solo per farti sentire viva. O, quantomeno, sopravvissuta all’ennesima giornata.

Avevamo parlato per tutta la notte, l’anima esposta, gli occhi rossi per il fumo in camera da letto. Ci si può consumare per mancanza d’amore? mi avevi chiesto all’alba. È stato allora che avevo capito di essere fottuta, quando avevo deciso che sarei stata io a colmarla, quella mancanza.

La verità è che non volevi essere salvata: ti ho dato la mano, tu l’hai afferrata e mi hai trascinata all’inferno.

Con te non ci si annoiava mai, questo bisogna riconoscerlo.

Nei giorni bianchi – come li chiamavi tu – frequentavi le lezioni del mio corso, era il nostro gioco segreto. Ti presentavi in ritardo, facendo un gran casino per sederti in prima fila: arriva la pazza – dicevano gli altri studenti – e avevano ragione. Alzavi la mano per fare interventi che lasciavano a bocca aperta: non aprivi libro, eppure l’arte la sapevi penetrare come nessun altro. Ti guardavano tutti, con invidia o desiderio. Ti guardavo anch’io, perché eri senza mutande e passavi tutta l’ora del corso ad aprire le gambe davanti alla cattedra. A fine lezione ti trascinavo in archivio e ti prendevo sulla fotocopiatrice: una volta la avevi fatta partire e avevamo fatto cento copie del tuo orgasmo.

I fine settimana volevi andare alle mostre, ti caricavo in macchina e guidavo come una disperata, le tue gambe allungate sul cruscotto e i piedi fuori dal finestrino. In viaggio aprivi bottiglie di birra con i denti, ci facevi i gargarismi e me le rigurgitavi in gola con un bacio. Quando mi fermavo per fare benzina, ti accucciavi tra la macchina e il distributore e pisciavi fino a fare la schiuma: se qualche sconosciuto ti rimproverava, lo insultavi mostrandogli il medio. Il mondo ti aveva ferita e ora tu ti vendicavi, fottendotene delle convenzioni sociali. Lo consideravi un risarcimento di diritto.

D’estate avevamo noleggiato un camper per fare il giro dei Paesi Baschi. Al Guggenheim eri entrata sbronza e avevi vomitato in un portaombrelli. Gli addetti alla sicurezza ti avevano scortato all’uscita, mentre tu strepitavi perché ti lasciassero, non era colpa tua se Rothko ti faceva venire la nausea. Io ridevo, stregata da te: al tuo fianco era bello anche fare schifo.

Nei campeggi bevevamo troppo, ogni sera davi confidenza a qualche sconosciuto offrendo come sempre tutta te stessa. Io diventavo aggressiva, ti urlavo che non potevi spargere pezzi di anima ovunque senza protezioni. Non la spargo – mi rispondevi – la raccolgo negli altri.

Solo davanti al mare ti calmavi, forse perché era l’unico elemento più in tempesta di te: di fronte all’oceano potevi stare per ore, nuda ma con gli occhiali da sole. In quei momenti, sedute in silenzio, abbiamo assaporato un po’ di serenità.

L’incantesimo è svanito quando ho capito che non eri libera come pensavo, ma prigioniera di te stessa: al rientro dalle vacanze io sono tornata normale, mentre tu potevi solo essere pazza.

Per difendermi ho preso le distanze, tu hai annusato l’abbandono e hai cominciato a mordere come una cagna rabbiosa. A lezione non venivi più, quando rientravo a casa dall’università ti ritrovavo ubriaca e cattiva. Mi paragonavi alle tue ex, quella che ti aveva preparato la valigia e l’aveva buttata giù dal quinto piano, urlandoti di andartene; o quella che si era rotta la mano tirando un pugno contro il muro per non dartelo in faccia. Cominciavo a capirle.

Per farmi ingelosire avevi iniziato a scopare con altre, rientravi a notte fonda e mi alitavi in faccia il loro odore: se mi incazzavo, mi davi della violenta; se facevo finta di niente, te ne inventavi un’altra per portarmi all’esasperazione. Durante una lite eri sparita in cucina: ora si ammazza con un coltello, avevo pensato – no, lo avevo sperato. Invece era seguito uno schianto e ti avevo ritrovata sepolta sotto la credenza, in un mare di vetri e cocci. Al pronto soccorso mi avevi confessato di averlo fatto apposta. Il medico mi aveva detto di consultare uno psichiatra: non gli ho mai chiesto a chi delle due fosse rivolto il consiglio.

È stato allora che ho deciso di lasciarti. La mia ex è una codarda – racconterai alla tua prossima ragazza – di fronte alla complessità è scappata. La verità è che, visto l’abisso, ho preferito nuotare verso la luce. Per te invece c’è sempre un fondo ancora più a fondo da andare a toccare.

So che ora sei nei giorni neri, quelli in cui non esci di casa e rimani a marcire tra le lenzuola come un cadavere porno in una tela di Iva Lulashi. Non mangi, fissi il vuoto e ti consumi, sì, ma non per mancanza d’amore: di quello te ne ho dato troppo, ma eri talmente concentrata a stare male che non te ne sei nemmeno accorta. Il cuore non te lo ha strappato nessuno: con quel buco nel petto ci sei nata e di cure, per questo, non ce ne sono.

Certi giorni, quando il senso di colpa per averti lasciata mi avvelena, ti immagino seduta di fronte all’oceano, nuda ma con gli occhiali da sole. A un certo punto ti alzi, entri in acqua e galleggi a pancia in su facendo il morto: quando sale la brezza, ti lasci trasportare dalla corrente, finalmente libera.

Paola Pecci

In alto: elaborazione grafica di Erna Corsi

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Paola Pecci (1987) vive a Verona, dove insegna, legge e scrive. Ha pubblicato storie su siti e su riviste (Inutile, L’altro femminile). Nel 2023 ha vinto la seconda edizione del Premio Letterario “Marco Faccini”.

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