Angela Bruni rivive quel decennio brutale di scontri politici e sociali, dai cortei alle stragi, un’Italia divisa tra paura e partecipazione.
Gli anni di piombo rappresentano un periodo molto triste e brutale non solo per l’Italia, ma anche per molti altri Paesi d’Europa. In Italia si può dire che abbiano avuto il loro inizio con la strage di Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, quando alcuni fascisti piazzarono una bomba davanti alla Banca dell’Agricoltura, provocando parecchi morti. Fu l’inizio di una serie di scontri tra bande e partiti politici: da una parte c’erano i fascisti, con le loro svastiche e il loro desiderio di sangue e violenza, dall’altra i “rossi”, coloro che ancora speravano in una società in cui non vi fossero più padroni e servi, capitalisti e proletari, capi e operai.
Le due anime della gioventù: loden contro eschimo
I giovani erano nettamente divisi: gli appartenenti a Ordine nuovo erano sempre tutti vestiti bene, con le scarpette lucide e il cappotto di loden; gli appartenenti ai gruppi comunisti, invece, erano vestiti con abiti molto semplici, scarpe da ginnastica e… l’eschimo, il meraviglioso e mitico eschimo.
Avanguardia Operaia: la lotta per l’uguaglianza
Parlare oggi degli anni ’70 sembra di raccontare una guerra civile, una vera e propria guerra fratricida. Io facevo parte di Avanguardia operaia, un movimento che si batteva per l’uguaglianza sociale, per i diritti dei più poveri, per abbattere il potere fascista che, secondo noi giovani del momento, si annidava in ogni frangia del governo.
Idoli e slogan: la voce della contestazione
Antonio Gramsci, Carlo Marx e Alexandros Panagulis erano i nostri idoli, andavamo in giro gridando slogan contro il governo, la ricchezza e la borghesia, cantavamo La primavera di Praga di Francesco Guccini, o l’Internazionale, un inno liberamente tradotto da un inno russo. Era veramente emozionante ritrovarsi al Cinema Rossini di Quarto Oggiaro, alla periferia di Milano, per assistere o, come nel mio caso, a recitare con Dario Fo, mettendo in risalto le differenze di classe e gridando alla fine di ogni rappresentazione: «Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Zedong» alzando il pugno sinistro con tanta rabbia e determinazione.
Ogni volta che si usciva di casa, ogni sabato pomeriggio, i nostri genitori stavano con il fiato sospeso perché, benché noi non lo dicessimo, loro sapevano che saremmo andati in manifestazione a gridare slogan, a provocare i fascisti e a essere provocati da loro.
Libertà è partecipazione: la rabbia contro il potere
Era una liberazione per noi gridare: «Andreotti, boia! Almirante, la sua troia!» Io mi sentivo viva e partecipe, mi sentivo parte indispensabile di una realtà che non chiedeva nulla di meglio della libertà. Così si cantava quella bellissima canzone di Giorgio Gaber: «la libertà non è star sopra a un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.»
Gli slogan più agguerriti erano sempre contro il governo: «Governo Andreotti, Governo dei padroni, farai la fine che ha fatto Tambroni!». Non importava se nessuno di noi sapeva chi fosse questo Tambroni. L’importante era gridare per esternare tutta la nostra rabbia contro i borghesi, i fascisti, i ricchi, insomma.
Contro le “camicie nere”: scontri e canzoni di protesta
Ai fascisti, causa di tutti i mali del mondo, lanciavamo slogan quali «per la strage di piazza Fontana, i soliti fascisti, figli di puttana.» Oppure si cantava la canzoncina: «che ne faremo delle camicie nere? Un sol fascio e poi le brucerem uhe!» La canzoncina veniva cantata e accompagnata da passi di danza. «Fascisti, carogne, tornate nelle fogne!». Ovviamente ce n’era anche per la polizia alla quale venivano gridati appellativi come assassina, puttana, «con l’uccello al posto del cervello!». Il corteo si snodava urlante, si infiammava ad ogni passo e, quella polizia assassina, non si faceva attendere.
Le cariche della polizia: violenza e resistenza
Molte volte lanciava le sue cariche: tre squilli di tromba e giù legnate! Lacrimogeni, manganelli, calci e pugni, senza pietà. Noi però non ci davamo per vinti, volevamo a tutti i costi l’uguaglianza sociale. Volevamo che la Chiesa la finisse di imporre il proprio volere, inculcando nelle menti dei più piccoli quelli che oggi, col senno di poi, considero valori ma che allora consideravo ipocrite ideologie. Era il periodo in cui venivano uccisi e rapiti uomini dalle fabbriche, in cui si chiedevano riscatti per un bambino o un giovane rapito. In cui a Paul Getty venne tagliato un orecchio perché il governo aveva vietato ai familiari delle persone rapite di pagare il riscatto, con il preciso scopo, secondo il Governo stesso raggiungibile, di porre fine alla serie di rapimenti che si perpetrava quasi senza sosta.

Il 1974: Referendum e strage di Piazza della Loggia
Il 1974 fu segnato da due avvenimenti davvero importanti: la sconfitta della destra e della Chiesa nel referendum sull’aborto e la strage di piazza della Loggia a Brescia. Anche in questa città, come era già avvenuto a Milano per piazza Fontana, alcuni componenti di estrema destra piazzarono una bomba, provocando circa una decina di morti e oltre un centinaio di feriti.
Ancora una volta, i fascisti, arrabbiati neri perché era stato dato l’ordine di sciogliere Ordine nuovo, vollero far sentire la loro terribile e mortifera voce. È inutile dire che a quel gesto seguirono una serie di manifestazioni di tutte le frange della sinistra. Si andava in giro cercando di scovare qualsiasi persona che portasse un determinato tipo di scarpe o di giacca per prenderlo «a mazzate» e «fargliela pagare perché era uno sporco fascista.»
Davvero quel periodo è stato molto difficile, persino le forze dell’ordine avevano difficoltà a tenere sotto controllo una situazione che andava facendosi sempre più complessa. C’era davvero da aver paura a uscire di casa!
Alexandros Panagulis: simbolo di libertà
Sempre in quello stesso anno, Alexandros Panagulis venne catturato e arrestato dopo il tentativo di eliminare Giorgios Papadopoulos, capo della dittatura in Grecia. Questo giovane uomo, il cui ideale supremo era la libertà a ogni costo, fu preso a modello e diventò un simbolo per noi della sinistra più estrema. Ovviamente non si esitava a dare l’appellativo di “boia” a chi non la pensava come noi. Quindi, boia erano le guardie delle forze dell’ordine, i Ministri dei partiti di destra e di centro destra, i professori che spiegavano troppo approfonditamente il periodo nazifascista. Non ne volevamo sentire! Per noi c’era solo la lotta di classe, il desiderio di vendicare i “compagni” uccisi e di sradicare le forze di destra. Quando le cose si mettevano male, si stava buoni per un po’, poi si riprendeva la lotta più feroce e più accanita di prima.
L’Austerity: cambiamenti e momenti di unità
Un altro avvenimento che ha segnato gli anni cosiddetti di piombo è stata l’austerity, causata da una crisi petrolifera senza precedenti. Il prezzo del petrolio era salito alle stelle ed era necessario un risparmio energetico. Così, per qualche domenica tutte le automobili e le motociclette rimasero chiuse nei box o ferme nei parcheggi. La gente andava in giro a piedi, in bicicletta, a cavallo o sui pattini a rotelle. Era davvero divertente: in quei momenti non c’erano fazioni politiche, si facevano delle grandi risate. L’austerity, tuttavia, cambiò molte delle abitudini del popolo italiano e non solo, ma segnò, per così dire, un grande arresto a quello che si può definire il boom economico.
Scuole e Università: la lotta per il “sei politico”
Intanto, nelle scuole e nelle università, fare lezione era diventato impossibile. Molte erano le manifestazioni, molte le contestazioni, i docenti non potevano quasi più entrare in aula. Ora la lotta era per il sei politico, oppure, nelle università, per il voto di gruppo. Paninari e fricchettoni, così erano chiamati rispettivamente quelli di destra e quelli di sinistra, erano in continuo stato di provocazione: scippi, furti, risse erano all’ordine del giorno.
Il rapimento Moro: l’Italia divisa
Il 16 marzo del 1978 fu il momento culmine della tensione. Le Brigate Rosse rapirono il prof. Aldo Moro, importante statista e più volte Presidente del Consiglio. Un’altra volta la popolazione italiana si divise in due fazioni: una che inneggiava a Moro e alle sue riforme, quali una maggior apertura alla sinistra nello scacchiere politico; l’altra invece, più conservatrice, che non approvava tali riforme. Insomma, ogni motivo era buono per “impugnare le armi”.
Gioventù ribelle: musica, droga e divertimento
Moltissimi adolescenti e giovani degli anni ’70 provarono almeno una volta l’ebbrezza di andare a una manifestazione, di subire una carica della polizia o di farsi “una canna”. Il disordine era totale, si faceva davvero molta fatica a prendere una posizione, si aveva paura, anche se non si poteva esternarla. Era il periodo in cui ognuno doveva far parte di un branco per non sentirsi emarginato. Il periodo della musica dei Doors, di Jimi Hendrix, di Janis Joplin, dei concerti negli stadi e delle droghe leggere. Ci si divertiva andando a casa degli amici, con una bottiglia di whisky o di qualche altro liquore per ascoltare musica e non pensare.
La strage di Bologna: dolore e solidarietà
Ma le stragi non erano ancora finite. Nel 1980, il 2 agosto, alle 10:25, una bomba potentissima esplose provocando morte, distruzione e disperazione. Cominciò una delle indagini più difficili della storia della nostra repubblica, indagine che ancor oggi non ha avuto una soluzione certa. Anche in questo caso molte sono state le manifestazioni non solo di rabbia ma anche di dolore e di solidarietà. Erano manifestazioni diverse da quelle dei primi anni ’70, o forse io, che ero più adulta, le vedevo e le vivevo in modo diverso.
Un bilancio finale: Un periodo burrascoso e divertente
Nonostante sia stato un periodo burrascoso, devo dire che è stato un periodo divertente. I giovani si entusiasmavano per novità, erano curiosi e attivi.
Foto in alto: Milano, via De Amicis, 14 maggio 1977: Giuseppe Memeo punta una pistola contro la polizia durante una manifestazione di protesta; foto di Paolo Pedrizzetti. Quest’immagine è diventata l’icona degli anni di piombo. Da Wikimedia Commons.
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Angela Bruni, fondatrice e capo redattore di Virginio Cremona Editore. Cieca dalla nascita, ha dedicato la sua vita all’insegnamento della lingua e della letteratura italiana, greca e latina. Laureata con lode all’Università Cattolica di Milano, è attiva da anni nella promozione culturale e nella scrittura, con particolare attenzione ai temi dell’inclusione e della memoria. Vive a Milano con la sua famiglia, dove continua a insegnare e a scrivere, convinta che la parola – quando è autentica – possa abbattere tutte le barriere.

