“Quando il respiro mi sembrava un rumore” di Alessandra Rampoldi è la nostra pillola di oggi. Un disegno per spezzare il silenzio e ricominciare a respirare.
Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni. Partecipa alla nuova call per Pillole di femminile: cerchiamo la tua voce, il tuo racconto inedito. Invia il tuo racconto entro il 30 settembre 2025.
QUANDO IL RESPIRO MI SEMBRAVA UN RUMORE di Alessandra Rampoldi
Mi fa strano dormire con mamma. Tutte e due nel lettone. Nella casa di prima non si poteva fare.
Tante cose non si potevano fare nella casa di prima.
Anche sedersi a tavola tutti insieme. La mamma mi faceva sempre mangiare che ancora non era buio. All’inizio non ci facevo caso. Quando stavo sul divano a vedere Peppa Pig e la mamma sentiva le chiavi girare nella serratura, spegneva subito la tv e mi portava in camera mia.
«Nasconditi bene che poi io ti cerco» mi diceva, ma la voce era strana.
Io ho capito che non era per gioco. Chiudeva la porta e rimanevo lì. Anche il respiro mi sembrava un rumore. Allora mettevo la testa sotto un cuscino. Aspettavo che finiva tutto: la voce forte di papà, le parole brutte, i piatti che si rompevano sul pavimento. Sentivo la mamma zitta.
Quando la mamma veniva nella mia stanza, dopo, io stavo girata sul fianco, il naso che toccava il muro. Le lasciavo una parte del mio letto. Non ci parlavamo. Avrei voluto dirle che avevo paura. Paura che mi lasciasse sola, con lui.
Papà si arrabbiava per ogni cosa. Le diceva che non era capace di tenere una casa, figurarsi di crescere una figlia. Non capivo perché. La mamma mi aiutava a fare i compiti e il mio grembiule era stirato che sembrava nuovo. La nostra casa era super pulita e ordinatissima. Così pulita che sembrava che non ci viveva nessuno.
Quando andavo a giocare da Sofia era tutto il contrario. Sofia era l’unica compagna che potevo frequentare perché il suo papà lavora nello stesso ufficio del mio e allora avevo il permesso di andare da lei, qualche volta, dopo la scuola.
A casa di Sofia, tutto mi sembrava stare nel posto sbagliato ma mi piaceva. Le scarpe sparse all’ingresso, una felpa sulla sedia in cucina, le tazzine del caffè da lavare nel lavandino, le mutande microscopiche di sua sorella grande, sul termosifone del bagno ad asciugare. E poi sua mamma sul balcone a fumare e a parlare al cellulare. Ogni tanto, da dentro casa, sentivo che rideva.
Non ho mai sentito che suono ha la risata di mamma. Lei mi sorride con la bocca ma finisce lì.
Una volta, mi ricordo che mamma si era dimenticata di comprare i biscotti che papà mangia a colazione. Allora lui le ha urlato che ci volevano ancora i manicomi così la rinchiudeva lì dentro e poi buttava la chiave. Ho avuto tanta paura. Quando sono andata da nonno, gli ho chiesto cos’era questo posto dove chiudono le mamme zitte ma il nonno ha fatto finta di non sentire e mi ha portato a mangiare il gelato.
A scuola, all’inizio ci andavo volentieri. Ma quando papà ha cominciato a lavorare da casa, non più. Mi sono accorta che mamma aveva dei segni sulle braccia e poi sulla faccia, proprio come quando sono caduta dalla bicicletta e mi sono venuti i lividi. Mamma, una volta diceva che era inciampata nel filo del ferro da stiro, un’altra che non aveva visto l’anta dell’armadio e ci era andata a sbattere contro.
A scuola la maestra parlava ma non riuscivo più a fare posto alle sue parole. Nella mia testa c’era solo il pensiero di mamma. Quando l’aspettavo al cancello della scuola facevo i giuramenti. Se a mamma oggi non è successo niente, giuro che mi comporterò bene.
Poi un giorno, la maestra Rita ci ha detto di disegnare la nostra famiglia.
Ho portato il disegno a casa. L’ho fatto vedere alla mamma.
La mamma lo ha guardato e ha cominciato a piangere sottovoce.
Poi mi ha abbracciata e mi ha detto che dovevo aiutarla a fare in fretta le valigie. Ha messo sul letto le due grandi e ha cominciato a riempirle. Apriva i cassetti e metteva roba dentro ma non come quando andavamo al mare da nonna. Così, come capitava. Andava e veniva anche dalla mia cameretta, senza fermarsi. Mi ha detto che dovevo guardare l’orologio appeso sopra la scrivania e dirle quando la lancetta piccola era sulle 5.
Poi il telefono ha squillato e mamma lo ha preso e le mani le tremavano. Ha detto a papà che era tutto a posto e che io stavo facendo i compiti. Mamma mi ha detto di radunare i quaderni di scuola e che potevo portare con me un giocattolo che mi piaceva più di tutti. Ho pensato subito a Teo.
Intanto mamma è uscita sul pianerottolo e ha suonato il campanello di Lia, la nostra vicina che è anche sua amica. Non ho sentito cosa si dicevano ma Lia è venuta da noi e si è messa alla finestra. Guardava il parcheggio.
Quando si è accesa una sigaretta la mamma le ha detto:
«Lia, ti prego, sai che lui non lo sopporta», e Lia le ha risposto:
«Che vada affanculo.»
Mamma mi ha guardato. Anche Lia mi ha guardato ma poi ha detto:
«Quando ci vuole ci vuole».
Nell’ascensore non ci entravamo tutte con le valigie e allora Lia è scesa dalle scale. Ci ha detto che ci aspettava di sotto e stava di guardia. Io ho capito che dovevamo andare prima che papà tornava a casa. Ma quando siamo arrivate all’ingresso mi sono ricordata di Teo, il mio coniglio di peluche. Non potevo lasciarlo in quella casa, da solo.
L’avevo portato con me in bagno quando mamma mi ha detto che dovevo fare la pipì prima di uscire. A me non scappava ma nonna dice che quando si prende paura bisogna farla così ti passa. Teo è rimasto sul termosifone, vicino al water.
Lia ha detto che non c’era tempo e che lei mi avrebbe comprato un altro pelouche, più bello di Teo ma mi sono venute le lacrime. Anche se non volevo piangere proprio in quel momento.
L’uomo del taxi ci guardava. Mamma guardava la strada e guardava me. Poi ha lasciato la mia mano. È rientrata nel palazzo. Correva su per le scale.
Intanto Lia ha messo le valigie sul taxi e poi mi ha abbracciata. Una sua lacrima mi si è appiccicata alla guancia.
Mamma è scesa con Teo. Siamo partiti.
Alla stazione di polizia c’era un poliziotto con i baffi che ci ha fatto sedere nel suo ufficio. Ha chiesto a mamma se voleva che io aspettavo fuori ma lei ha detto che non c’era niente che io non sapevo già.
Poi mamma ha tirato fuori dalla borsa il mio disegno e l’ha fatto vedere al poliziotto.
Sul foglio, da una parte ci siamo io e lei, quasi uguali, con i capelli neri, lunghi e lisci. Dall’altra c’è lui.
Non gli ho disegnato le braccia.
Alessandra Rampoldi
In alto: elaborazione grafica di Erna Corsi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Nata a Como, Alessandra Rampoldi è un’artista poliedrica che intreccia il mondo della musica e quello della parola. Come cantante lirica, calca i palcoscenici sia in Italia che all’estero. Alla passione per la musica ha affiancato un solido percorso accademico, culminato nella laurea in Lettere Moderne alla Statale di Milano. Ha pubblicato per Olschki e Libreria Musicale Italiana, in ambito musicologico. Di recente, ha ampliato il suo orizzonte creativo dedicandosi alla scrittura di racconti.


Veramente un bellissimo racconto mi sono commossa 👏brava Alessandra 👏