Vita in campagna. Appunti di viaggio di una cittadina in trasferta #11

Primavera - Edera avvinta al pruno - Foto di Serena Betti
Tra ricordi d’infanzia, con filastrocche e vecchie canzoni, colori, profumi, piacevoli conferme e più lavoro è arrivata Primavera.

Campanelli di pastori,/alitar di freschi fiori /e garrir di rondinelle,/ bisbigliar di fontanelle:/ è davvero primavera, /di letizia messaggera.
Son le siepi rugiadose,/sono in boccio tante rose, / tenerello cresce il grano,/ per il pane quotidiano.
Primavera, dolce fata,/bentornata, bentornata!

Confesso subito che la prima parte di questa filastrocca non me la ricordavo, ma la seconda la recito ancora a memoria con quella cadenza cantilenante che piaceva tanto aə miei nonnə. Quante ne conoscevo, quante ce ne insegnavano a scuola negli anni ‘60. Bentornata, primavera!, di Teresa Romei Correggi, era una delle mie preferite, probabilmente perché ero affascinata dalle fate.

C’è molta magia in questa stagione. Anche se in realtà non è magia, ma molto semplicemente la meravigliosa esplosione della natura che si ripete ogni anno in questo periodo. Io mi incanto a osservare i fiori, i boccioli, le prime foglie sui rami; riesco a scorgere la perfezione guardando da vicino una giunchiglia, un narciso, la magnolia alba, un tulipano ancora chiuso, per esempio. La gioia profonda, l’allegria e la vitalità di questa occupazione molto spesso liberano in me la voglia di cantare. L’orto richiede più attenzione e precisione, ma tra fiori e piante mi capita spesso di canticchiare, o ricordare filastrocche per l’appunto.

Primavera, primulette spontanee - Foto di Serena Betti
Primavera, primulette spontanee – Foto di Serena Betti

E questo periodo è decisamente foriero di ricordi. Qualche giorno fa mi sono messa di lena a liberare cespugli e arbusti dall’edera; mi piace l’edera, crea dei bellissimi rivestimenti, ma non ha misura, diventa invadente e soprattutto ha una forza straordinaria tanto da togliere respiro alle piante. Mentre armata di guanti e cesoie ridavo aria e luce al pruno, alla buddleya, al viburno palla di neve, alla mahonia ho sentito la mia voce canticchiare Son qui tra le tue braccia ancor avvinta come l’edera.

Non c’è solo l’edera che mi impegna in giardino; anche la vinca, tanto bella quanto infestante, mi mette a dura prova. Ma tagliare, potare, strappare è un’attività che, anche dal punto di vista simbolico, regala un grande senso di leggerezza e di relax, per cui non mi dispiace affatto cimentarmi in questo lavoro.

Quest’anno la fioritura di violette è stata generosissima: violette e primule selvatiche. Le primule fanno bellissime macchie di colore sul prato e sui greppi e le violette diffondono un profumo meraviglioso. Profumo che quest’anno mi ha permesso di dare il concio, come da queste parti viene chiamato un misto di compost e letame (degli asini per quanto ci riguarda), senza sentire il suo odore piuttosto spiacevole perché veniva mitigato da quello delle violette. Il concio è un nutrimento importantissimo non solo per l’orto, ma anche per le piante nei vasi e in giardino, infatti è pieno di vita: basta vedere quante larve e quanti lombrichi lo abitano.

Primavera, violette - Foto di Serena Betti
Primavera, violette – Foto di Serena Betti

Qualche giorno fa è stata tolta la corrente per nuovi allacciamenti. Sono rimasta senza luce per più di otto ore. Ero molto contrariata perché avevo in programma di scrivere questo pezzo, fare una lavatrice, perché dopo giorni di brutto tempo potevo finalmente stendere il bucato all’aperto, e ascoltare musica come faccio spesso. Non potevo fare nulla di quello che avevo programmato! E ancora una volta ho potuto constatare quante cose possono succedere se, anziché farci prendere dal disappunto e dal malumore, ci apriamo a un tempo nuovo, a qualcosa che non abbiamo previsto e sfugge al nostro controllo. Qualcosa che può essere anche molto bello.

Stavo pulendo bietole e cicoria vicino alla finestra aperta e un cinguettio prima e un’ombra poi hanno attirato la mia attenzione: un uccellino stava preparando il nido proprio tra le pietre del muro di fronte. Ho interrotto il mio lavoro e mi sono messa ad osservarlo per un bel po’ di tempo. Con pazienza e alacrità volava avanti e indietro portando rametti, foglie e non so bene cos’altro, scegliendo dagli alberi più vicini. Era la prima volta che mi capitava e mi sentivo un po’ indiscreta, ma sono rimasta immobile a guardare il suo lavoro. Non volevo fare alcun rumore che potesse disturbarlo. E ho pensato: che fortuna essere rimasta senza corrente!

Serena Betti

In alto: edera avvinta al pruno – Foto di Serena Betti

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