Pillole di femminile – Storie piccole che raccontano un mondo grande #218

Silvia Righetto - Pillole di femminile
Oggi vi presentiamo Il climatizzatore di mia mamma, di Silvia Righetto. Cercare una soluzione a un problema che non è quel che sembra.

Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni. Partecipa alla nuova call: cerchiamo nuove voci per le nostre pillole. Invia il tuo racconto entro il 31 ottobre 2026.

IL CLIMATIZZATORE DI MIA MAMMA di Silvia Righetto

Tre anni fa mia mamma ha fatto installare il climatizzatore a casa sua. Correva l’anno 2023 (non il 1998!). Come? Vi sembra una frase banale? Un’informazione scontata e insignificante? È perché non conoscete mia mamma.

Per anni, il primo accenno di caldo è stato inaugurato con le stesse litanie: «Quest’anno non resisto.»

«Il caldo è terribile per gli anziani, lo capisci?»

«Ma ho un anno in più, ora!»

«Certo! Voi dormite bene perché avete il clima, io no!»

«Eh, ma io da sola come faccio? Non so chi chiamare. E cosa dire. E poi quella cosa… ‘spin’, ‘spit’… Ecco appunto, vedi?, Manco lo so pronunciare! ‘S-plit’? Perché poi bisogna usare sempre le parole straniere?»

«Tu proprio non vuoi capirmi!»

E non crediate che in tutto questo tempo l’abbia abbandonata a se stessa. Nooooo! Prima le ho comprato un ventilatore a piantana, ma era ingombrante da portarsi appresso per le stanze. Poi quello piccolo a corrente, ma consumava troppo. Allora le ho proposto delle ditte, dei nomi, mi sono offerta di chiamare io per lei. Ma…

«Devono rompermi il muro? No, no, no!»

«Ho la casa in disordine, non posso far venire gente!»

«Mamma, ma non sono ospiti che vengono a pranzare con te, sono uomini che lavorano e vedono tante di quelle case che…»

«Uomini? E quanti? No, non se ne parla!»

Fatto sta che non ne potevo più! Eh, non sarà carino da dire, ma vorrei un po’ vedere chi, al posto mio, direbbe: «Che tenerezza mi fa la mamma quando mi tiene mezz’ora al telefono, ogni giorno, di ogni anno, da giugno ad agosto, sabati e domeniche compresi, ore pasti-ore riposo-ore gabinetto…, perché non sa con chi lamentarsi e sceglie la sua figliola. Quale onore!»

Quindi, tre anni fa, Massimo, il mio compagno – il mio paziente (con gli altri), buono, bravo e tuttofare compagno – ha deciso che era arrivato il momento di risolvere la questione.

Io, va detto, ci avevo messo del mio chiedendogli ogni due per tre: «Lo conosci qualcuno di bravo? Ma bravo davvero, eh. Secondo te meglio Daikin o LG? Su Google c’è anche una certa marca Clivet. Boh, mai sentita. Tu che dici? Con tutti gli amici che hai, chiedi un po’ di preventivi. Daiiiiiii…»

Alla fine Massimo ha contattato tre installatori e ha fissato i sopralluoghi.

«Un uomo deve venire qui? Dentro casa?»

«Ma io sono da sola, che ne so che tipo di persona faccio entrare!»

Siccome il mondo è pieno di tecnici di climatizzatori che abusano delle ottantenni, sono corsa a salvare la mamma da ogni tentazione deviata di questo sconosciuto professionista sospettabile: mia figlia e io abbiamo scroccato tre pranzi alla nonna per farle compagnia durante i sopralluoghi.

Non è successo nulla di inquietante: il riso al forno era buonissimo, come pure il pasticcio e il polpettone con le patate; mia mamma non è riuscita a pronunciare correttamente split e se l’è presa con me; i tecnici sono stati gentilissimi e soprattutto comprensivi di fronte alle sue perplessità e ansie («Tranquilla, signora, non si deve scusare, sono i dubbi di tutte le persone che installano l’apparecchio per la prima volta.» Secondo me, gli fanno un corso, a questi, per mentire così bene).

Evviva! Alla fine avevamo i preventivi in mano. Massimo – santo subito! – li ha confrontati, ha scelto il modello e trovato l’installatore giusto.

A posto! Problema risolto. O almeno così pensavamo. Perché, una volta scelto il climatizzatore, è comparso un problema nuovo.

«Ma viene lo stesso uomo dell’altra volta? Quale dei tre?»

«Quello lì? Hmm, non mi pareva tanto affidabile…»

«Ah, vengono in due? No, no, no. Io in casa da sola con due uomini!» Si sa che la prudenza non è mai troppa, giusto?

«E se poi mi fa domande tecniche?» Domande tecniche…

«E se devo dire quella parola?» Benedetto split…

Ok, ora che siamo arrivati fino a qui non fermiamoci al primo intoppo (il primo? Forse ho fatto male i conti…). Soluzione: Massimo prende un giorno di ferie. Io resto a casa con la bambina. L’installatore ha lavorato. Massimo ha seguito tutto e risposto a insidiose domande tecniche.

Mia mamma ha osservato (“impalata, sospirante e tossicchiante”, sono state le parole esatte di Massimo) e offerto caffè, birra, acqua. Alla sera il climatizzatore era acceso.

«Allora?»

«Che meraviglia! Sono al fresco.»

«Contenta?»

«Sì, finalmente!»

«E d’inverno, te che sei freddolosa, ti puoi mettere pure la pompa di calore. Ora non ti manca niente.»

Bene, e vissero tutti felici e contenti, come nelle fiabe. Poveri ingenui. Noi! Non è passato un anno, neanche sei mesi… Sono passati tre giorni… Tre! Giorni! Squilla il telefono ore parco-ore gioco-ore figlia.

«Ho preso una fregatura!»

Mica ‘un piccolo inconveniente’. Non ‘c’è una cosa che non capisco’. Una fregatura. «Perché, mamma?»

«Chiama subito il signore che si riprenda tutto.»

«Allora: intanto fa fresco solo all’ingresso. Mica posso portarmi la sedia lì e starci tutto il giorno, no?»

«Magari rivediamo insieme le impostazioni, la temperatura…»

«Ma a parte questo, il peggio è che devo tenere la controfinestra della terrazza aperta quando il clima è acceso.»

«Eh certo, l’acqua deve uscire. Ma esce dal tubo di scarico, la controfinestra la puoi tenere chiusa lo stesso, mamma.»

«Ma come? E quindi l’acqua va in terrazza a quelli sotto?»

«Mamma, sotto non ci abita nessuno!»

«E quando verranno ad abitarci?»

«Quando… quando… quando… Metti un secchio e l’acqua va dentro il secchio.»

«E devo stare con il secchio in terrazza che intriga? E mi devo alzare di notte a vuotare il secchio?»

«Alla faccia! Mica ti si riempie in un’ora il secchio! Vorrà dire che solo di notte fai andare l’acqua giù, sono almeno dieci anni che non ci vive nessuno lì.»

«Certo, e quindi devo lasciare la controfinestra aperta di notte, così entrano i topi?”»

«Ci risiamo! Ti ho detto che la puoi chiudere, la controfinestra.»

«Ma se la tengo sempre chiusa mi muoiono le piante.»

«Aperta entrano i topi, chiusa muoiono le piante… Come hai fatto fino a tre giorni fa?»

«Lo vedi che non mi capisci?»

Per anni avevo pensato che il problema fosse il caldo (povera donna: se lo soffre, lo soffre). Poi avevo creduto che fosse la mancanza del climatizzatore (tutte le sue amiche ce l’hanno). In realtà il problema è sempre stato un altro: mia mamma non vuole una soluzione. O forse vuole una soluzione in cui non cambi assolutamente nulla: una magia.

Che non consumi, non faccia rumore, non buchi la parete, non richieda manutenzione, non abbia tubi, non perda acqua, non sposti le tende, non danneggi le piante, non intacchi l’armonia estetica del disordine immacolato, tenga lontani i topi, distribuisca l’aria in modo omogeneo in ogni stanza, sia di compagnia nella solitudine e nello sconforto, avverta se le persone che entrano in casa sono pericolose e, se possibile, rincuori dai dubbi e dalle preoccupazioni e assecondi le richieste d’attenzione di mia mamma prima che prenda in mano il telefono. (L’ultima è una preghiera mia.)

Fino a tre anni fa pensavo che il problema di mia mamma fosse il caldo. Poi avevo creduto che fosse la mancanza del climatizzatore. Oggi credo che non sia nulla di tutto questo. Invecchiare significa tante cose: solitudine, tanto per cominciare, ma anche paura. Di un muro da bucare. O di uno sconosciuto che entra in casa. E di una parola inglese che non sai pronunciare. Di un pulsante sbagliato. O di una perdita d’acqua.

Paura anche di fare le scelte. E di doverle fare da soli. Quindi, tre anni fa mia mamma ha fatto installare il climatizzatore a casa sua. È rimasto acceso solo tre giorni. Il primo accenno di caldo è tuttora inaugurato con le solite litanie.

Silvia Righetto

Foto in alto: elaborazione grafica di Erna Corsi

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Silvia RighettoNata a Venezia e residente a Cavallino Treporti, Silvia Righetto coltiva da sempre una viscerale passione per la lettura e, più di recente, ha scoperto il piacere di narrare. Ha frequentato un corso di scrittura creativa a Milano. Predilige il mito e le cronache della quotidianità, dando vita a personaggi portatori di riflessioni profonde e spesso contrastanti. Per l’autrice, infatti, di fronte al sentimento non esiste una verità assoluta, ma solo l’esclusività di un vissuto intimo. Nel 2025 è stata finalista alla IX edizione del Concorso Letterario Internazionale “Lagunando” con il racconto Un sabato qualunque, pubblicato nell’omonima antologia (Unicorn).

 

 

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