Pillole di femminile – Storie piccole che raccontano un mondo grande #190

Silvia Righetto - Pillole di femminile
Vi presentiamo La sera in cui Enrico si spezzò, di Silvia Righetto. Cedere a un impulso, perdere il controllo, spezzarsi per sempre.

Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni.

LA SERA IN CUI ENRICO SI SPEZZÒ di Silvia Righetto

Sono passati oltre vent’anni dalla sera in cui Enrico conobbe Sara e se ne innamorò. Ma Enrico è rimasto fermo lì, a oltre vent’anni fa.

Gli presentarono Sara alla festa di capodanno e gli piacque subito. Gli piacque perché aveva un sorriso che illuminava la sala. E dopo poche chiacchiere gli piacque anche di più la ragazza dal cervello fine e lo spirito da bambina che si entusiasmava per tutto. E poi era davvero figa! Sara aveva diciannove anni, quasi venti, frequentava linguistica all’università di Venezia nella quale pure lavorava per pagarsi gli studi e le lezioni di danza. Quel capodanno si baciarono, ma Enrico desiderava vederla ancora. Così le chiese il numero e la invitò a cena.

Sara era vergine. Diceva che forse lui avrebbe potuto essere la persona giusta con cui farlo, ma ancora non si sentiva pronta. Gli chiedeva di portare pazienza ed Enrico gliela prometteva perché già l’amava (che parolona! In fondo anche per lui era una prima volta), perché la voleva felice e sperava di essere la ragione della sua felicità.

Intanto giocavano a fare l’amore sul letto, in macchina, sotto la doccia: si toccavano, lui la scrutava col dito e la faceva venire con la lingua, lei aveva imparato a farlo eccitare con le mani e la bocca. Quel corpo era fatto apposta per l’amore: i seni piccoli e sodi, le gambe che riusciva a spalancare come le contorsioniste del circo, la curva morbida che dalla spalla scendeva verso la vita sottile e risaliva su per il fianco. La desiderava così tanto, e mentre l’aspettava godeva di ciò che lei gli offriva. E le ripeteva quello che non aveva mai detto a nessuna: «Ti amo.»

Stavano insieme da sette mesi la sera che Enrico si spezzò. Disfunzione erettile la chiama lo psichiatra, impotenza psicologica. Gli spiega che il problema non è nel pene ma nella testa. Enrico, però, non vuole far sparire il problema dalla testa, deve tenerlo lì per ricordarsi sempre la merda che è, che il suo pene è un mostro ed è giusto che non funzioni, che se funzionasse lo taglierebbe, e se non si è ammazzato è solo perché deve pagare ogni giorno guardando quel pezzo di carne morta.

Quella sera Enrico la rivive da oltre vent’anni, riavvolgendola ancora e ancora per cambiare il finale con i suoi mille «e se…?», ma per quanto giri la matita nel foro la canzone si ripete sempre uguale.

Enrico aveva preparato una cenetta per festeggiare i loro sette mesi di coppia. Dio, quant’era bella dentro il vestitino azzurro di chissà quale stoffa leggera che le cadeva delicatamente addosso! Si era legata i lunghi capelli per mangiare e lui pensava che più tardi avrebbe riempito quel collo di baci. Sara raccontava di un libro che stava leggendo riguardo al naso di un certo Mostarda (?) e si era lanciata in uno dei suoi ragionamenti intellettuali a cui lui non riusciva a star dietro; intanto le accarezzava la mano. Quando si era alzata per portare i piatti vuoti nel lavello, lo sguardo avido aveva seguito le gambe toniche da ballerina. L’aria sospesa tra loro era densa, carica di significato e di desiderio.

Nel salotto in penombra si baciano seduti sul divano, in un silenzio importante colmo dei suoni morbidi e umidi delle loro lingue che si confondono e del fruscio timido e urgente delle mani sulla pelle. Sara ha una gamba allungata su Enrico che le accarezza e stringe la coscia. Con un movimento provocante lei gli si siede a cavalcioni e si sfila il vestito. Davanti a lui due seni perfetti, in parte nascosti da un reggiseno blu. Intrufola le dita e lascia sbucare il capezzolo turgido e caldo mentre Sara muove il bacino sopra i suoi pantaloni. Non c’è fretta, solo necessità, bisogno di riconoscersi con tutti i sensi. Quando gli sguardi si incrociano e Sara gli prende il viso tra le mani, le deboli difese di Enrico si sfaldano.

«Ti desidero» le ansima all’orecchio.

Lei gli morde le labbra e, come se quello fosse un messaggio concordato, si sdraiano accompagnandosi. I baci di lui scendono insieme alle mani, passano per il collo, valicano i seni, arrivano all’ombelico. Qui si fermano i baci e proseguono solo le mani che sfilano le mutandine. Enrico non riesce a contenere il piacere dentro i jeans e li sbottona mentre un piedino di Sara lo accarezza sotto. Dall’alto osserva la sua ragazza nuda. Si sente euforico.

«Wow!» mormora con voce profonda mentre libera il sesso dai vestiti.

Lei tace, ma l’occhiata che gli lancia è un chiaro invito ad avvicinarsi. Enrico si toglie la maglietta e si muove su di lei, i nasi che si sfiorano.

«Ti amo e ti voglio.»

«Anch’io ti amo.»

«Ti voglio. Facciamolo!»

«No, Enrico.»

«Mi desideri?»

«Sì…»

«E allora facciamolo!»

«No. Baciami!»

Enrico allontana il viso e riprende fiato. Scostandole un ciuffo dagli occhi la fissa con quello sguardo intenso e sorridente che l’amore riesce a trasformare da ebete a infinitamente dolce.

«Vado a bere un po’ d’acqua» le dice, staccando le pance incollate dal sudore.

La pausa in cucina lo distrae. Di ritorno si siede accanto a Sara semisdraiata.

«A posto?» domanda lei.

Enrico conferma posandole le labbra sui capelli.

«Sette mesi… E chi ci credeva? Non ridere! Ma ti pare: Enrico innamorato…» Spegne la risata di Sara, la sua bellissima ragazza, con un bacio, poi un altro e riprende a strusciarsi su di lei.

«Ti amo.»

Va col viso tra le gambe e assaggia il suo piacere più intimo. Da lì la vede in quella posa spettacolare, col petto in su e il collo allungato, e sale da lei, lasciando una mano ad accarezzare tra le cosce.

«Attento!» lo avverte, mentre il pene di Enrico preme lì dove ancora le dita cercano.

Da una bolla che si allontana gli arrivano, ovattati, dei suoni: l’eco della voce di Sara che dice qualcosa, un guaito incomprensibile; il proprio respiro accelerato, invece, rimbomba ed eclissa i suoni della bolla. Un brivido di piacere profondo, crescente lo attraversa. Nella sua testa c’è uno stereogramma: dietro l’immagine confusa fatta di tutto e nulla, emerge prepotente quella della forza, del piacere.

Sente che la tensione si accumula, si concentra verso il basso.

Il resto del corpo è come sospeso nell’ebbrezza.

Le mani afferrano; il calore e la morbidezza che tocca lo inducono a stringere forte.

Il suo bacino spinge, spinge.

La tensione diventa desiderio di liberazione. Di sfogo.

Lo prende in mano e lo tira fuori.

Avverte un’energia dolorosa e sublime pulsargli tra le gambe e sul palmo.

Tutta la pressione accumulata esplode.

Enrico trema. Nelle orecchie risuona ancora il suo respiro affaticato.

Finalmente lo avvolge un senso di scioglimento, di appagamento.

È ancora dentro una nube di benessere quando dei movimenti sotto di lui lo disturbano: la pelle tra le gambe tira a ognuno di essi, i testicoli vengono urtati. Una sensazione fastidiosa.

Apre gli occhi e la sua espressione si trasforma di colpo, si deforma: Sara è incastrata sotto di lui, si fa forza sui gomiti, le guance rigate di lacrime e il viso che sussulta come punto da centinaia di spilli. Non lo guarda. Sta guardando più giù. Enrico segue la direzione e l’amara consapevolezza lo prende alla gola: la sua mano e il ventre di Sara conservano le tracce di ciò che poco fa credeva essere piacere e ora è una sentenza.

Percepisce lo sguardo di lei su di sé. Lo incontra. Non avrebbe mai potuto immaginare un’espressione simile su un volto umano: sul bel viso di Sara c’è il vuoto.

Enrico crolla sul pavimento spinto da mani fredde.

Nel silenzio terrificante, osserva Sara rivestirsi e sparire dietro la porta d’ingresso. La testa dice «seguila!» ma le gambe non reagiscono. Guarda la porta come fosse una muraglia.

Non sa quanto tempo è passato quando un clacson entra nella stanza colpendolo allo stomaco. L’afa di luglio è sparita dal salotto insieme a Sara; lì, ora, aleggia un clima da obitorio. E proprio come in una cella si sente Enrico e il suo corpo è a tutti gli effetti morto, anche se il respiro, inspiegabilmente, sibila. Nudo, infreddolito, madido di sudore, si alza di scatto e raggiunge il telefono dimenticato sul tavolo della cucina quando ancora la sua priorità era compiacere Sara per la loro ricorrenza romantica.

La chiama. Il telefono squilla dietro di lui, sul mobile del televisore.

Torna in salotto e accende la luce grande. La stanza è la stessa di sempre.

Poi la vede: la macchia sul divano è una pistola che punta e lo colpisce dritto al cuore; è la prova del suo crimine. Si porta persino le mani al petto per il dolore, le stesse mani che prima, adagiate sulle cosce e sui seni di Sara, erano un’estensione del suo desiderio e ora eccole lì, ulteriore prova del suo crimine.

Si affloscia sul pavimento e fissa la macchia. In quel breve intervallo, dentro la sua mente si svolge l’intero processo e si pronuncia il verdetto.

Stupro!

Resta immobile, come se il corpo non gli appartenesse più. Fissa la macchia: ci sono lo sguardo di Sara colmo di vuoto, i movimenti spaventati, le implorazioni. Vorrebbe piangere ma il castigo per lui è non avere lacrime da versare.

Da quella sera il tempo fuori da Enrico continuò a scorrere, ma lui rimase lì.

Quella fu la sera in cui Enrico si spezzò.

Silvia Righetto

Foto in alto: elaborazione grafica di Erna Corsi

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Silvia Righetto

Nata a Venezia e residente a Cavallino Treporti, ha coltivato da sempre una viscerale passione per la lettura, scoprendo solo di recente il piacere di narrare. Attualmente perfeziona la sua tecnica frequentando un corso di scrittura a Milano. Predilige il mito e le cronache della quotidianità, dando vita a personaggi portatori di riflessioni profonde e spesso contrastanti. Per l’autrice, infatti, di fronte al sentimento non esiste una verità assoluta, ma solo l’esclusività di un vissuto intimo. Nel 2025 è stata finalista alla IX edizione del Concorso Letterario Internazionale “Lagunando” con il racconto Un sabato qualunque, pubblicato nell’omonima antologia (Unicorn)

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8 commenti su “Pillole di femminile – Storie piccole che raccontano un mondo grande #190”

  1. Cecilia Gregori

    Una scrittura che ti avvolge, ti coinvolge e ti appassiona. Tiene col fiato sospeso… che meraviglia!

    1. Complimenti Silvia!!..Una piccola storia di grande coinvolgimento. Si sente la necessità di leggere tutto, subito, non si può attendere o rimandare, ma solo proseguire fino alla parola :fine. Fantasia e realtà sembrano, a tratti, confondersi, mentre le parole e le passioni scorrono veloci verso il traguardo…

  2. Brava Silvia!!
    Grazie per il tuo racconto molto attuale che fa anche molto riflettere, adoro il fatto che hai raccontato i personaggi senza giudizio e mettendo in luce entrambi nonostante sia un tema molto delicato e in cui è difficile non prenderne parte. Grazie anche per dare voce con questo racconto a noi donne.

  3. Silvia ha espresso capacità fuori dal comune con questo racconto.
    La voce narrante entra dentro la testa di Enrico — il suo desiderio, la sua tenerezza, la sua euforia — e ti ci trascina dentro. Poi la bolla si rompe, e ti ritrovi complice di uno sguardo sbagliato senza nemmeno averlo scelto. È lì che il testo ti colpisce davvero.
    Un’autrice che non urla, non accusa, non spiega. Lascia che una macchia su un divano valga più di mille parole. Lascia che il verdetto arrivi in silenzio, in maiuscolo, senza lacrime.
    Un racconto sulla colpa, non sul trauma. Sulla coscienza che si chiude su se stessa e non si riapre più.
    Scrittura chirurgica. Scomoda come deve essere, non certo facile e potenzialmente divisiva, ma dall’enorme valore narrativo per un filone sino ad ora poco esplorato nel panorama letterario italiano.

  4. Ficarra Giovanni

    Ho letto e riletto questo scritto. Ti lascia senza fiato, gli spazi tra lo scritto ti lasciano il tempo per pensare e sembra di vivere quella situazione . Un turbinio di sensazioni che la scrittrice mi ha lasciato con un finale a sorpresa . Tutto ciò è degno di essere valorizzato e spero di leggere qualcos’altro di questa autrice.

  5. Questo racconto è uno schiaffo secco. Sembra di stare al sicuro leggendo di questi giovani innamorati alla scoperta della loro sessualità, poi però, l’ autrice decide di spalancare la botola e di far sprofondare il lettore nell’ amarezza e nel dolore di quel “no” inascoltato, che spezza di netto il tono passionale e romantico.
    Pochi elementi messi a regola d’arte dall’ autrice sono sufficienti a far cogliere al lettore una vicenda dolorosa, destinata a gravare sui protagonisti sempre più. Consigliato!

  6. Stefania Picano

    Complimenti a Silvia, scrittrice in erba appassionata e promettente!
    Un racconto bello, profondo, intimo e deciso. Una tematica interessante e coinvolgente.
    Non vedo l’ora di leggere di nuovo qualche suo scritto!

    1. Inquietante e necessario: un racconto che ci porta nell’esatto momento in cui una mente umana sceglie di ignorare un “no” e ci costringe poi a riconoscere la responsabilità del gesto senza cercare alibi.
      Grazie Silvia, delizioso spunto di riflessione su un argomento mai abbastanza approfondito.

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