Riflettere sulla relazione tra cibo e percezione di sé, per proporre il racconto come strumento di consapevolezza interiore.
C’è una frase in un libro a me caro che esprime esattamente il tipo di lavoro che molti anni fa ho scelto di fare: smettere di stampare diete per ascoltare storie e scrivere a mano i piani alimentari. La frase, che chiude il primo capitolo del libro, è questa: “E mi sono messo ad ascoltare storie”.1
E dunque, molto tempo fa, mi sono messa ad ascoltare storie. Ho iniziato a scrivere a mano i piani alimentari e ho smesso anche di chiamarli “diete”. Non perché dieta sia una brutta parola; al contrario, è bellissima2. Ma perché l’abbiamo rovinata appesantendola con l’onere del sacrificio e della rinuncia. Oggi potrei arricchire quella frase dicendo che mi sono messa ad ascoltare storie e a osservare chi le racconta.
Una storia si può raccontare in molti modi: con il linguaggio scritto o parlato, oppure con il corpo, con certe posture, con certe rappresentazioni di sé. Altri linguaggi che spesso svelano molto più delle parole.
Penso a questo sempre più spesso, tornando a casa dopo una giornata di lavoro con piani alimentari, pesi e misure. Questo faccio, ogni giorno: mi occupo della salute degli altri attraverso la nutrizione e ciò che ogni corpo restituisce al mio sguardo e agli strumenti, da quel labirinto di genetica, abitudini e retaggi culturali.
I corpi inabitabili delle giovanissime oggi
Dopo certe giornate di lavoro mi dico con rammarico che alcuni corpi sono inabitabili. Soprattutto, penso al corpo delle donne, un campo di battaglia su cui si abbattono da sempre drammi di ogni tipo. Penso alle giovanissime figlie di questo tempo, ai loro visi curati e tristi, ai loro bei capelli lucidi e piastrati, alle loro risposte studiate o ai loro silenzi, sottrazioni, depistaggi, prudenze, diffidenze. Sono già stanche, queste piccole donne bellissime. Sono già disilluse, alcune pronte all’imprevisto drammatico. Sentono prima dei ragazzi certe assenze, legate per natura all’humus vitale. Ricettacolo perenne di giudizio, sono cupe, alcune brave a dissimularlo. Nascondono il loro corpo insoddisfatte. Oppure, lo mostrano per sfida, più nel virtuale che nel reale, mai stanche di perfezionarsi e fustigarsi da sole davanti a uno specchio.
Io le ascolto, le osservo, le misuro e poi mi chiedo cosa posso fare per loro, oltre a scrivere sulla mia carta intestata, a fornire strumenti per gestire il loro cibo, a portarmele nei pensieri per ore, per giorni interni. Quando sono con loro sento l’urgenza, il dovere, di fare di più. Ma io mi occupo di cibo e di corpo. Misuro da qui le proporzioni del problema e mi sento insufficiente.
Allora, a volte la sera mi affaccio dalla mia inadeguatezza e oso qualche considerazione, prendendomi il rischio di andare troppo oltre la mia zona di conforto e di competenza. Considerare e riflettere mitiga il senso di pochezza e insufficienza, mi aiuta a imbastire qualche strumento in più e a individuare dettagli che altrimenti sfuggirebbero al mio sguardo tecnico.
Le parole sulle giovanissime e sul loro modo così diverso di analizzare e vivere il mondo che le circonda si sprecano. Ma loro, come abbiamo fatto noi da ragazze, sognano, progettano, si relazionano. Lo fanno per lo più attraverso la tecnologia e, pur avendo una visione del mondo molto diversa dalla nostra, hanno, come è stato per noi, il desiderio di essere viste, riconosciute e amate. Anche per loro, la valorizzazione e il riconoscimento passa attraverso lo sguardo dell’altro: il loro corpo è la casa da mostrare. Il loro corpo è la casa da arredare. Con una complicazione in più: vivono in un tempo in cui sei vista, riconosciuta e apprezzata solo se sei perfetta.
L’illusione della perfezione nei social media
Ma esiste la casa perfetta? Mi viene da rispondere sì, certo che esiste, se la progetti, la costruisci e la esponi secondo i dettami stereotipati di quella implacabile macchina omologatrice che sono i social media. Allora, eccole queste bellissime case tutte uguali fra loro, esposte allo sguardo e al giudizio degli altri, di noi adulti e dei loro pari.
Creature omologate per immagine, sempiterna despota manipolatrice del corpo femminile. Per una ragazza crescere non è affatto un compito facile; non lo è mai stato. Ci vuole un lungo apprendistato, un tirocinio nell’esperienza che è lo stare al mondo, cambiando, crescendo, comprendendo e acquisendo strumenti di consapevolezza critica. L’officina è costituita dalla ricchezza della vita e del mondo. E se il mondo si svuota? Se la vita si impoverisce? O, peggio ancora, se delude e ferisce e addolora? Cosa le può aiutare? Cosa le può salvare?
Mi sono messa ad ascoltare storie e a osservare chi le racconta e mi parla di felicità molto diverse da quelle che immaginavo e auspicavo alla loro età. Di corpi modellati e appiattiti su immagini stereotipate, su modelli codificati. Raccontano a metà, queste ragazze: le parole a un certo punto vengono sostituite da video e fotografie. Ma, dico a una di loro, raccontami tu questa storia, questa nuova pettinatura, questo peso che ti sembra “ideale”; raccontamelo tu con le tue parole. Le parole sono uno strumento meraviglioso, non credi? Lei ci prova, ma anche il linguaggio verbale scivola presto sul terreno viscido dei sintagmi cristallizzati: pancia piatta, cosce magre, addome tonico, viso affilato, pelle liscia, zigomi alti, peso ideale. Anche la comunicazione verbale diventa atto performativo, si trasforma in immagine.
Il corpo come isola: tra memoria e realtà
Riparto dal primo pensiero, mentre sono ferma a un semaforo. Mi arrovello sulle forme di questa nuova ricerca della felicità. Torno indietro, molto indietro, a me ragazza curiosa. Salta fuori Pasolini e il suo codice di bellezza asimmetrica e imperfetta; poi arriva il ricordo di me che, incinta, mi rammarico delle smagliature sulla pancia, e delle mie figlie adolescenti che mi chiedono il perché di quella nuova curva sui fianchi, che si guardano allo specchio spaventate dalla velocità della trasformazione. Il loro corpo, il corpo di tutte, come un’isola, ancora senza difese contro le maree, destinata ad accogliere. Il mio, ormai sfiorito, senza il tempo e le energie per pensare alle risposte da dare, agli argini da costruire.
C’è anche la questione del tempo, delle energie e delle emozioni, infatti. Tutto si tiene e si completa: il tempo della crescita, le energie di chi dovrebbe accompagnarla, le emozioni per il corpo che si trasforma. Tutto ha a che fare con la felicità e con l’ idea, potente e fuorviante, di trovarla fuori e lontano da sé, legata alla visibilità. All’immagine, ancora. Si tratta di un “tragico equivoco”, perché “per diventare felici bisogna conoscersi e amarsi”3. La conoscenza, quindi: che è cosa richiesta, acclamata e poco perseguita.
L’educazione, anche, che apre varchi e orizzonti; che non è forzatura verso stereotipi diversi, di per sé migliori, ma verso l’affrancamento da automatismi e consegne, rigidi e culturalmente determinati. Sono arrivata davanti a casa. Resto qualche minuto in macchina con l’idea di rielaborare, trovare un bandolo, un equilibrio fra le emozioni, le intenzioni e le possibilità di mettere in campo strategie, anche minime, ma efficaci. Poi penso che è tardi, a casa mi aspettano per la cena. Quindi mi avvio per le scale e, prima di aprire la porta, penso a Lorella Zanardo, al suo Il corpo delle donne; a una frase bellissima che mi accompagna dal tempo del suo documentario e del suo libro.
«Le cose della vita ci stanno chiamando, sono là fuori e premono per entrare nelle nostre giornate.» 4 Io ci credo adesso come allora, che nelle giornate c’è sempre molto da fare per quelle di noi grandi che ancora piangono davanti allo specchio e per queste piccole donne bellissime che rifuggono ogni idea di imperfezione.
Costruire argini con la forza delle parole
Apro la porta e mi dico che possiamo iniziare da qui, dalla vita che oggi va raccontata meglio, dalle parole che costruiscono argini e riferimenti, senza manipolare né giudicare: piccole cose con cui riempire i vuoti, piccoli sassi bianchi per segnare un’altra possibile strada verso l’età adulta.
1 – M. Rovelli, Soffro dunque siamo. Il disagio psichico nella società degli individui, Minimum Fax, 2022.
2 – Δίαιτα, cioè stile di vita (alimentazione, movimento, riposo, meditazione, ecc.).
3 – L. Dalla Ragione, R. Vanzetta, Social Fame. Adolescenza, social media e disturbi alimentari, Il Pensiero Scientifico Editore, 2023.
4 – L. Zanardo, Il corpo delle donne, Universale Economica Feltrinelli, 2010.
Giusi D’Urso
In alto: Elaborata con l’IA
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Dal N. 9 de L’Altro Femminile. Leggi il numero completo della rivista digitale QUI.
Giusi D’Urso è biologa nutrizionista, patologa clinica e molecolare, docente a contratto all’Università di Pisa e di Bari. Scrive in campo divulgativo, scientifico e creativo. Ama la lettura, il canto corale, l’uncinetto, la ginnastica, camminare nei boschi. Fra gli innumerevoli difetti, vanta la propensione al caos. Un pregio: la curiosità.

