Il documentario ricostruisce e racconta la straordinaria azione collettiva che nel 1975 cambiò il destino delle donne in Islanda.
Capita a volte di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, e quando accade è un bellissimo regalo. Qualche giorno fa ero a Modena proprio il giorno in cui nella Sala Truffaut, il cineclub ospitato in un palazzo ottocentesco del centro, veniva proiettato un interessantissimo documentario che, purtroppo, ha avuto una distribuzione molto limitata nelle sale cinematografiche italiane.
Un giorno senza donne, diretto da Pamela Hogan, ci riporta al 24 ottobre 1975, quando oltre il 90% delle donne islandesi decise di interrompere ogni attività per un’intera giornata. Non solo abbandonarono uffici, fabbriche e negozi, ma interruppero anche tutte le mansioni considerate scontate e invisibili come cucinare e accudire i figli. Furono chiuse scuole, asili, teatri e uffici telefonici. I giornali non furono stampati perché la maggioranza dei compositori tipografici erano donne, e i voli vennero cancellati a causa dell’assenza delle assistenti di volo. L’intento molto semplice, e rivoluzionario, era quello di mostrare in modo concreto quanto la società dipendesse dall’impegno e dal contributo delle donne.
La protesta ebbe un impatto enorme. L’assenza femminile rese evidente il valore del lavoro svolto dalle donne e segnò l’inizio di una nuova storia. A partire da quel giorno furono avviati profondi cambiamenti sociali e politici in Islanda.
Il documentario dà voce alle donne che organizzarono quella mobilitazione. Molte di loro appartenevano al gruppo femminista delle Red Stockings, un movimento nato a New York alla fine degli anni Sessanta in cui le aderenti, per darsi visibilità, indossavano delle calze rosse.
Tra loro c’era anche Vigdìs Finnbogadòttir che pochi anni dopo lo sciopero divenne la prima donna nel mondo eletta Capo di Stato.
La narrazione è coinvolgente, ironica, per nulla pesante. Oltre ai filmati d’epoca, per illustrare i ricordi delle donne e mostrare le reazioni degli uomini che si sono trovati improvvisamente soli a gestire, figli, lavoro e fornelli, la regista si è avvalsa anche di immagini animate curate da Joel Orlof.
Questo racconto non è solamente il racconto di una protesta. È una straordinaria lezione di senso civico, democrazia e soprattutto solidarietà: la giornata ebbe successo grazie all’adesione e al coinvolgimento di una moltitudine di partecipanti, anche di orientamento politico diverso.
Le interviste delle protagoniste sono testimonianze appassionate e coinvolgenti. E molti sono gli aneddoti raccontati che mi hanno toccato profondamente.
La pesca occupa il secondo posto nell’economia produttiva islandese: molti filmati d’epoca mostravano operaie impegnate nelle fabbriche a pulire il pesce e approntare il prodotto per la vendita. Ma c’erano anche donne che lavoravano nei pescherecci come addette alla pulizia e alla cucina. Tre di queste donne non potendo essere fisicamente presenti quel giorno, nonostante le minacce di insubordinazione, decisero di restare chiuse in una cabina. E, grazie alla collaborazione del telegrafista di bordo, fecero arrivare a Reykjavík un telegramma con la loro adesione.
In Sala Truffaut ad assistere alla proiezione eravamo prevalentemente donne, tutte molto attente e silenziose, ma quando sullo schermo sono apparse le immagini con il fiume di donne che conquistava ogni via della città si è sentito un coro di meraviglia. Era impossibile trattenere l’emozione. E quando abbiamo ascoltato le parole pronunciate dal palco da Aծalheiծar Bjarnfreծsdòttur, sindacalista e attivista operaia, la commozione è diventata palpabile. Alla fine dei titoli di coda, quando si sono accese le luci, era anche visibile: eravamo in tante con gli occhi lucidi e un sorriso stampato sul volto. Tutte stavamo partecipando alla gioia delle donne islandesi presenti in quella piazza e sono certa che molte di noi hanno pensato: «Si può fare!»
Quella sera abbiamo assistito al racconto storico di un evento che ha concretamente modificato una società: il Parlamento è rappresentato per oltre il 47% da donne, senza dover ricorrere a quote rosa, e il livello di parità salariale è il più alto nel mondo grazie anche a una legge entrata in vigore nel 2018.
Dopo decenni di dibattito sulla parità di genere questa vicenda ci ricorda come il cambiamento sia possibile a partire dalla partecipazione e dalla consapevolezza collettiva. Quante volte ci è capitato di pensare a un’azione come questa? Cosa ci ha impedito di realizzarlo? Questa domanda continua ad assillarmi da quando sono uscita dalla Sala.
I segnali che vediamo intorno a noi in questi ultimi anni sono piuttosto sconfortanti. Il rischio di perdere i diritti conquistati si fa sempre più vicino. Ma sento un grande fermento intorno. Ci sono tante giovani donne molto preparate e combattive che tengono viva la mia speranza. E anche il mio sogno. Se tutte insieme ci mobilitiamo possiamo riuscirci. Le donne islandesi ce lo hanno insegnato.
Serena Betti
Foto in alto: ritaglio dalla locandina del film
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