L’esordio semiserio della trentenne spagnola che sta conquistando un’intera generazione: caustico, cinico, “severo ma giusto”.
Uno spasso amaro. Questo esordio di Beatriz Serrano tira fuori il nero che una intera generazione ha dentro e che forse abbiamo dentro tutti. Specialmente se sei donna e hai un lavoro, un lavoro che ti serve. Per vivere, per mantenere corpo, casa, relazioni, viaggi, le cosiddette «esperienze». Che in fondo, oggi, è tutto un invito all’ “esperienza”. Ce ne vengono proposte di ogni tipo. Adatte a qualsiasi budget: dalle avventure estreme ai momenti di puro relax, enogastronomico o di post-allenamento total body.
Soprattutto per chi lavora in campo pubblicitario, è un continuo bombardamento di proposte e prodotti. Marisa, la protagonista di questo esilarante racconto, ci è dentro fino al collo, e non sa come uscirne. Semplicemente non può. Pena il perdere tutto, perdere la sua vita da millennial che “ce l’ha fatta”: trentadue anni, vive in un appartamento a Madrid, in centro. Ha un vicino di casa-amico carino e sexy che ogni tanto fa sesso con lei e la soddisfa. È arrivata, per caso, a suo dire, a ricoprire un ruolo di responsabilità e ben pagato in una grande agenzia pubblicitaria. Eppure.
Eppure Marisa è in pieno burn out. Va avanti a tranquillanti. Odia quello che fa per vivere. E al mattino ha i conati di vomito al pensiero di entrare in ufficio per otto/dieci ore. Qui riesce a sopravvivere solo stando più tempo possibile chiusa nella sua stanza a guardare silenziosamente video su YouTube, spaziando dai gattini a «gente che affonda la faccia in vari tipi di pane o va in Giappone a mangiare polpetti vivi o ci si soffoca o gente convinta di aver incontrato Hitler a Fuerteventura»:
«Entro nel mio account e Youtube mi propone una serie di video che potrebbero interessarmi. Mi interessano tutti. Proprio quando sto per far partire un video, che mi immergerà nella tana del bianconiglio di Alice nel mondo moderno, squilla il telefono fisso e alzo la cornetta senza smettere di guardare lo schermo. Il lavoro vuole intromettersi nella mia finestra sul mondo.»
Si infastidisce Marisa, quando la distraggono da quello che lei chiama “il gioco dell’ufficio”. Delegare, organizzare al minimo il lavoro degli altri, scopiazzare le relazioni e le tesine degli stagisti per redigere relazioni e succhiare idee per qualche campagna pubblicitaria che lei trova insulsa ma che il proprio capo trova stimolante e urgente urgentissima. Una sfida da vincere a ogni costo. Marisa fa finta di essere il Project Manager che tutti desiderano. Marisa recita, e lo fa di mestiere: le serve per sopravvivere e potersi permettere un grazioso appartamento, dei viaggi, del buon cibo. Dice di sé:
«Ho un assurdo titolo in inglese che mi serve per darmi arie su LinkedIn e gestire i convenevoli su Tinder».

E menomale che c’è la musica, nella vita assurda di Marisa: per fortuna esiste il distributore istantaneo Spotify che in cuffia oppure al pc, a volume basso se è in ufficio, le fornisce dosi di quel conforto, quel cameratismo, quel «sentirsi meno soli» che è troppo spesso assente nella vita reale della protagonista. Non riesce a trovarlo nemmeno nelle telefonate con la madre. Forse, solo a tratti, a piccole gocce, Marisa lo trova solo nel suo vicino di casa e, appunto, nella musica:
«Morrissey cantava l’insoddisfazione causata dai lavori di merda e dalla necessità di pagare le bollette, l’alienazione prodotta dalle ore in ufficio e dal poco spazio per godere dei veri piaceri della vita.»
Marisa ascolta. Osserva. Fa autocoscienza e quello che ne viene fuori è una commedia feroce, cinica e autoironica sull’ambiente dell’ufficio come teatro dei vincenti a ogni costo, del multitasking obbligatorio, della parità di genere di cui tanto si parla e poco si fa:
«Vendere idee ai clienti mi riesce bene […] Sto al gioco, rido alle battute, civetto. I clienti lavorano per aziende che non vogliono rischiare perché non hanno ragione di farlo. Quando prendono posizione su qualcosa è perché su quella cosa hanno già preso posizione tutti, quindi sentono di andare sul sicuro. Femminismo, sostenibilità, inclusione, diversità. Tutte stupidaggini. A un certo punto arriva un’azienda di creme anticellulite o antietà che vuole prendere le distanze dalla percezione negativa del suo prodotto e favorire la presa di coscienza femminile. Quindi la campagna non vorrà più che le donne pensino di essere vecchie e di avere bisogno di una crema ma, a prescindere da come sono, di meritare quella crema.»
E ancora:
«In un ufficio diventare madre è un’arma a doppio taglio. Un bambino è sempre una gioia, ma una madre è un ingranaggio del sistema che comincia a ossidarsi.»
Marisa prova sgomento e imbarazzo di fronte all’aziendalismo della maggioranza dei suoi colleghi, di fronte alla loro ipocrisia. Colleghi capaci di parlare alle spalle di chi è diverso da loro e che riescono a tirar fuori un po’ di empatia solo di fronte alla tragedia di un gesto estremo di una collega.
« “Credere nell’azienda, fare squadra”. L’azienda come famiglia. L’idea è che i tuoi colleghi devono essere più che colleghi, così farai una fatica tremenda ad alzarti dalla sedia alle sei del pomeriggio perché ti sembrerà di abbandonare il tuo fratellino all’autogrill.»
Marisa non lo fa. Forte del suo ruolo di Middle Manager, esce spesso dall’ufficio con qualche scusa: e si rifugia dentro al museo del Prado o nel Carrefour h24 di Quevedo. Si mmerge nelle opere del suo amato Bosch o nelle luminose corsie piene di prelibatezze che, insieme a una pastiglia di Lorazepam sotto la lingua, le forniscono un viaggio lisergico. Solo qui riesce a convivere con i suoi demoni, a farci pace e addirittura a divertirsi un po’ con loro, volando nel medesimo cielo, oltrepassando quegli alti soffitti. E, a proposito di cielo:
«Vivo in un appartamento piccolo, […] nel quartiere di Chamberi, con dieci metri di terrazzo […]. L’ho preso per il terrazzo. I terrazzi mi sono sempre piaciuti. […] Nel mio mondo ideale i palazzi delle grandi città dovrebbero essere costruiti a piramide, perché tutti possano avere un terrazzo con le piante che scendono sui terrazzi sottostanti. Credo che tutti meritino un’apertura sul cielo.»
Un lembo di cielo, per tutte e tutti i trentenni di oggi, i millennial. Coloro che hanno cercato e voluto un lavoro che li realizzasse e che poi è diventato il loro aguzzino, coloro che devono barcamenarsi in relazioni sociali più virtuali che reali, in rapporti sentimentali liquidi, talmente liquidi che sempre più spesso diventano acqua: inodore, insapore, incolore.
Questo romanzo ha conquistato lettrici e lettori affannati, nuotatori gettati nella melma creata dalla generazione precedente, disillusi. Ma che cercano di salvarsi ridendo un po’ di loro stessi, mordendo la vita a colpi di arguzia cercando di non farle troppo male.
Credo sia questo il motivo “sano”, per nulla gonfiato dal mondo virtuale in cui siamo tutti immersi, giovani e meno giovani, per cui questo esordio è stato tradotto in più di quindici Paesi. In Italia è in libreria da pochi mesi per Einaudi, leggetelo, non ve ne pentirete, e riderete e vi commuoverete, anche e soprattutto davanti a un finale inaspettato.
Elena Marrassini
Foto in alto: da Zenda – Autores, libros y compania
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