Oggi vi presentiamo Marta, racconto di Daniele Mannini. Un amore di gioventù, congelato nel tempo, che è conforto e abitudine.
Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni. Partecipa alla nuova call: cerchiamo nuove voci per le nostre pillole. Invia il tuo racconto entro il 31 agosto 2026.
MARTA di Daniele Mannini
Una distesa d’argento stava davanti al suo sguardo, quando si toglieva gli occhiali scuri lo scintillio dorato era così intenso che doveva socchiudere gli occhi. Era sicuro che anche a Marta piacesse sentire il calore del sole sul volto.
Quando c’era una giornata di sole la portava sempre lì, su quella panchina in pietra, anche se faceva freddo. Bastava coprirsi bene per passare un’ora piacevole, insieme. Dopo sarebbe tornato ai suoi impegni. Un giro al molo per vedere se la barca era a posto, un’oretta al bar con gli amici di sempre per giocarsi il corretto a briscola e scopa e se era domenica c’era anche la partita da guardare, giusto il tempo di fare sera e tornare a casa.
La mattina si svegliava presto, fin da quando era ragazzo. Caffè e pane abbrustolito con burro e marmellata e poi via a pescare. In barca ci andava solo con la bella stagione ma non calava più le reti, da solo non ce la faceva, preferiva i palamiti. La sua era una famiglia di pescatori, quando era morto il padre erano stati i fratelli a portare avanti l’attività ma anche quella ormai era finita. Aurelio, il fratello maggiore, se ne era andato da tre anni per un tumore. Glielo dicevano tutti di non fumare così tanto, ma lui dava ascolto a nessuno. Franco era ancora vivo ma era andato a vivere in città con la figlia quando sua moglie Anna era morta. Le feste comandate lo raggiungeva e spesso andava anche la domenica.
Dopo pranzo, senza scomodare nessuno, prendeva il pullman per tornarsene al paese. La nipote gli chiedeva se fosse ancora il caso che restasse a vivere da solo, forse la nipote aveva ragione, ma lui non voleva stare lontano dal mare. Se le condizioni lo permettevano usciva in barca, altrimenti passava qualche ora sul molo, con la canna. Dopo l’estate i pesci tornavano ad avvicinarsi alla costa e qualche sarago lo rimediava sempre. In quelle occasioni portava anche Marta con sé anche se con lei preferiva stare sulla loro panchina. In effetti niente era più bello che stare lì con lei. Era lì che si erano dati il primo bacio.
Era passata una vita ma sembrava ieri. Mauro sorride al pensiero: quanti anni avevo? Mormora, tra sé. Ventiquattro, no, venticinque. Avevamo comprato la barca nuova, un gozzo di sette metri. Sì, avevo proprio venticinque anni, adesso ricordo bene. Avevi i capelli neri e lunghi, ti piaceva tenerli sciolti. E poi ridevi, ridevi sempre.
Era venuta in vacanza, ospite della sua amica Elena che faceva l’università a Torino, erano compagne di corso. Elena stava via tutto l’anno e tornava l’estate. Lei e Mauro erano cresciuti insieme e malgrado Mauro fosse sempre stato timido con lei si sentiva a suo agio.
«Ciao Mauro, lei è Marta, la mia amica. È un po’ strana perché vive su al nord, tra i monti» disse ridendo Elena, «che ne dici, ti piace?», aggiunse maliziosa.
Mauro non rispose. Era in imbarazzo perché Marta lo aveva davvero colpito. Aveva una camicia bianca che accentuava il contrasto con la sua pelle olivastra. Diventò un po’ rosso. Elena se ne accorse e iniziò a raccontare di quando erano bambini.
Da giovani è facile fare amicizia. Il giorno Elena e Marta andavano al mare e la sera si incontravano con Mauro nella piazza sotto la torre. A lui piaceva ascoltare i loro discorsi, provava a farsi un’idea di quella città dove non era ancora stato. Marta invece gli chiedeva della pesca, di come si calano le reti, di cosa faceva l’inverno quando non c’era più nessuno. Quella vita semplice, così lontana dalla sua, la incuriosiva.
Ci sedevamo su questa panchina e restavamo in silenzio a guardare la notte. Non so dirti dove trovai il coraggio di avvicinarmi a te e di baciarti. Ricordi Marta come ci stringemmo l’uno all’altra quella notte? Arrivai a casa così tardi che mi stesi vestito sul divano e il giorno dopo mi sentivo completamente ubriaco di stanchezza. I miei fratelli non si erano accorti di niente ma la mamma sì; andò a finire che glielo raccontò e loro mi prendevano in giro.
Un’estate lunga e breve, allo stesso tempo perché quando si è innamorati non ci si accorge del tempo che passa. Non volevano vedere che la vacanza stava finendo, ma venne il giorno in cui dovettero scendere dal loro sogno.
Marta partì una domenica mattina, a fine agosto. Mauro la accompagnò alla stazione. Fecero il tragitto tenendosi per mano, senza dire una parola. Avevamo gli occhi rossi, la notte prima l’avevano passata insieme.
«Vieni, da me» disse Marta guardandolo fisso negli occhi. Parlava con determinazione, «vieni a vivere da me. Se non vieni ci dimenticheremo, Mauro. Finirà tutto perché è così che accade.» Marta si irritava quando lui replicava che aveva bisogno di tempo, che la famiglia aveva bisogno di lui, che potevano scriversi e chiamarsi e che non si sarebbero dimenticati.
«Se non vieni ci perderemo, Mauro. Ci perderemo e tutto finirà.» Fu l’ultima cosa che si dissero quella sera, restando poi abbracciati per un tempo indefinito. Alla stazione il treno era arrivato, era salita, l’aveva aiutata a caricare le valigie. Stava al finestrino con gli occhi lucidi, lui sulla banchina. Il semaforo diventò verde, qualche secondo dopo giunse il fischio del capotreno. Un leggero sobbalzo, le ruote iniziano a muoversi. Mauro con un accenno di sorriso osservò i vagoni farsi sempre più piccoli fino a scomparire. Si guardò attorno, tutto era diventato muto, senza vita.
Quella domenica non volle toccare cibo. Restò in camera sua a fissare il soffitto. Il lunedì il padre lo svegliò, come al solito all’alba. Colazione e poi al molo a caricare le reti sul gozzo. Senza dirsi nulla, in mare non si parla se non ce n’è necessità.
Rientrava dalla pesca, stava in camera oppure in giro per il paese. Molte case avevano ormai le persiane chiuse. Provò a scrivere una lettera, ma non gli veniva proprio.
Seguirono anni tutti uguali, altri amici, qualche amore, ma niente di serio, niente in grado di imprimere una svolta alla sua vita, e quando i genitori morirono capì che erano passati troppi anni per cambiare.
«Rivestiti pure» disse il medico mentre andava a sedersi dietro la scrivania. «Il cuore non va bene» continuò, tenendo la testa china intento a scrivere sul blocco delle ricette. «Questo lo devi prendere alla mattina, alla sera invece…».
Mauro appoggiò la destra sul lettino e fece forza per scendere; si infilò la camicia dentro i pantaloni e allacciò la cintola. Si avvicinò alla scrivania, sembrava confuso dalla notizia.
«Devo preoccuparmi?»
Il medico alzò gli occhi verso di lui, lo guardò con intensità.
«Devi stare attento, Mauro, il tuo cuore non va bene.»
Gli porse la ricetta. Si alzò dalla sedia, dandogli la mano, sorridendo con affetto.
«Mi raccomando, niente sforzi. Non puoi andare più in barca da solo.»
Uscì, era serio, non si aspettava quel verdetto. Aveva settanta anni e sapeva che prima o poi tutto si sarebbe complicato ma la notizia in qualche modo risultava inaspettata. La sua vita stava per finire; una fila di giorni sempre uguali erano scivolati via uno dietro l’altro, nelle acque ferme delle cose che si ripetono, sempre uguali.
La voce di un amico incontrato per strada lo distrasse dai pensieri.
«Ciao Mauro, ci vediamo stasera per la partita?»
«No, stasera non vengo, sono un po’ stanco.»
«Ma…tutto a posto? Hai bisogno?»
Mauro aveva risposto con un mezzo sorriso e con un gesto della mano.
Tornò a casa, tutto sembrava crollargli addosso, gli anni gli si erano presentati davanti tutti assieme, prima del previsto.
La mattina si svegliò più tardi del solito, prese dal cassetto della credenza un fascicolo di documenti, si mise a ordinarli, di tanto in tanto annotando qualcosa su un quaderno, sforzandosi di scrivere bene. Dette una pulita alla casa e preparò un piatto di pasta per il pranzo. Uscì presto, prima del solito e si diresse verso il mare. Aveva l’appuntamento con Marta. Lei era sempre la bella ragazza nel fiore dell’età. La trovava lì ad aspettarlo come nell’estate di tanti anni fa, la più bella della sua vita.
Alla fine era stata lei a fare ritorno, Mauro non ne aveva fatto parola con nessuno, lo avrebbero preso per matto; un povero vecchio che aveva perso la ragione. Così aveva conservato il pensiero per sé. Quando era con lei non c’era bisogno di parole, si capivano lo stesso. E poi sulla panchina, non c’era nessuno. Solo loro due.
È tanto che stanno lì, a guardare il mare, facendosi scaldare dal sole. Marta bella come sempre, ha i capelli mossi dal vento. Non è mai invecchiata. È lei ad alzarsi per prima. Gli tende la mano, prende la sua e lo aiuta a sollevarsi. Il sole tocca il mare, a breve ci sarebbe scomparso dentro. Sarebbe venuta la sera e poi la notte; la lunga notte buia, senza stelle, dove tutto si scioglie e si dimentica, dove tutto si mescola e prende un’altra forma.
Marta è arrivata sul ciglio, lo guarda, sorride, lo sta aspettando. Ancora qualche passo, per non lasciarsi più.
Daniele Mannini
Foto in alto: elaborazione grafica di Erna Corsi
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Daniele Mannini è uno psicologo e psicoterapeuta, vive il suo tempo immerso nelle storie di sempre: speranze, delusioni, paure. Qualche volta è qualcuno che non trova la strada o da chi la vuole cambiare e non ci riesce. Scrivere storie è un piacere che ha scoperto da poco, come rivolta verso un mondo chiuso di diagnosi, teorie e protocolli, perché come afferma lui stesso «le storie sono anarchiche, ti portano dove vogliono loro.»

