Fondotinta: la storia di un’anima bella in un corpo non suo

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Francesca Tombari racconta la storia di Monica Garibbo, nata Fabio e cresciuta consapevole di chi fosse davvero.

Fondotinta è un romanzo biografico pubblicato da Damster Edizioni nel 2014. Attraverso la voce di Francesca Tombari, il libro racconta la storia di vita e di transizione di Monica Garibbo, una donna che ha dovuto attraversare un lungo e complesso percorso per poter finalmente riconoscere, anche nel proprio corpo, la persona che ha sempre saputo di essere.

Monica nasce a Verona nel 1971 e, nei primi anni di scuola, gioca a calcio come molti dei suoi coetanei. Allora si chiama Fabio e il percorso verso la propria identità è appena iniziato, anche se ancora non può essere chiamato per nome. I rifiuti delle grandi squadre di calcio la portano a orientarsi verso altre passioni: il pianoforte e, soprattutto, il karate. Una disciplina nella quale eccelle fino al 2006, conquistando 63 podi in 66 gare.

Nel frattempo si laurea in Ingegneria Elettronica e, dopo un periodo di lavoro al fianco del padre, avvia una propria attività. Oggi progetta impianti elettrici alimentati da energie rinnovabili e si occupa di formazione per adulti e ragazzi.

Una vita, apparentemente, normale. Un percorso lineare, fatto di studio, lavoro, passioni e successi. Se non fosse per quella frattura profonda tra ciò che gli altri vedono e ciò che lei sa di essere.

Perché Fabio non si riconosce nel proprio corpo.

Questa consapevolezza accompagna Monica per anni, fino a condurla verso un percorso difficile, doloroso e necessario: quello che la porterà a diventare pienamente se stessa.

Fondotinta racconta questo cammino attraverso due voci, quella di Monica e quella di suo padre. Francesca Tombari raccoglie ricordi, emozioni e frammenti di vita, restituendo le sfumature più intime di una storia che va molto oltre il concetto di accettazione. Perché accettarsi, in questo caso, non significa imparare a convivere con un corpo sentito come estraneo, ma trovare il coraggio e la possibilità di trasformarlo affinché possa finalmente coincidere con la propria identità.

fondotinta_tombari copL’ultima lettera di Monica a Fabio

Il libro si chiude con un saluto.

È il 19 ottobre 2010 e manca poco all’intervento di affermazione di genere. Monica sente il bisogno di scrivere una lettera a Fabio, per salutarlo come si fa con un caro amico al quale si è voluto molto bene. Ha aspettato fino all’ultimo momento possibile, per essere certa che quello fosse davvero un addio.

Un addio necessario alla sua rinascita.

Monica sta per affrontare un passaggio fondamentale: il risveglio dopo l’intervento sarà anche il risveglio in un corpo che ha sempre desiderato e che, da sempre, ha sentito come il proprio.

Prima di entrare in sala operatoria saluta i genitori. Loro lasciano la stanza dell’ospedale con gli occhi lucidi e un sorriso, chiamandola con il nuovo nome che lei ha scelto. Il nome che sostituirà quello che le avevano dato alla nascita.

Fra il via vai delle infermiere, Monica si chiede quanto rimarrà ancora di Fabio dentro di lei, per quanto tempo continueranno a condividere gli stessi ricordi e in che modo le loro esistenze potranno fondersi.

Ripensa alle domande che si poneva da ragazzina, in un mondo che non sembrava avere spazio per i suoi dubbi. Domande che, scrive, «come demoni affamati ti mordevano il cuore e ti squarciavano i pensieri.»

Ricorda i lividi, figli dell’ignoranza e della paura di ciò che appare diverso. E ricorda quella consapevolezza di sé che, lenta ma inesorabilmente, si faceva strada.

Con gli anni, Fabio si faceva sempre più piccolo, lasciando spazio a Monica.

«Io che in nulla apparivo, ma dentro di te danzavo con l’armonia sicura del sapere di esistere.»

Nella sua casa, che racconta la persona che è diventata, Monica ha lasciato un cassetto per Fabio. Un luogo dove conservare e ricordare la sua esistenza.

Ci sono la fionda rossa, il cavallino di plastica aggiustato dal padre, le cinture di karate conquistate con fatica e dedizione. Anche a quelle ha dovuto rinunciare per poter intraprendere il suo percorso di transizione.

Tutto il resto, però, rimane nel cuore di Monica. In quel cassetto non ci sono le lacrime amare versate da Fabio per vent’anni, mentre il mondo si prendeva gioco di lui e della sua sofferenza. Non ci sono le occhiate sghembe di un pubblico ufficiale che controlla il nome sui documenti. Né le risatine al supermercato, mentre passa fra le corsie con i tacchi alti. Non c’è lo scompiglio al seggio elettorale, quando una semplice procedura amministrativa rende evidente quanto il mondo possa essere impreparato ad accogliere chi non rientra nelle categorie che ha stabilito.

Sono episodi apparentemente piccoli, ma capaci di costruire, giorno dopo giorno, una solitudine crudele.

Perché la diversità, in fondo, non è necessariamente qualcosa che appartiene alla persona. A volte è lo sguardo degli altri a crearla.

Il corpo come luogo dell’identità

Le parole di Monica, attraverso la scrittura di Francesca Tombari, raccontano l’intervento di affermazione di genere non soltanto come una scelta personale, ma come una necessità profonda: quella di poter finalmente abitare il proprio corpo senza sentirlo più come un luogo estraneo.

È una storia che parla di identità, ma anche di libertà. Del diritto di essere riconosciuti per ciò che si è e di poter scegliere il proprio nome, il proprio aspetto, la propria vita.

E parla di un corpo che non è mai soltanto un corpo.

È lo spazio nel quale ci riconosciamo, il luogo dal quale guardiamo il mondo e attraverso il quale il mondo guarda noi. Quando il corpo e l’identità entrano in conflitto, quella frattura può diventare una sofferenza profonda. Quando, invece, finalmente si incontrano, il corpo può trasformarsi da prigione a casa.

È forse questo il senso più autentico della storia di Monica: la rinascita non consiste nel diventare qualcun’altra, ma nel poter finalmente essere se stessa.

Fondotinta ci ricorda così che il corpo delle donne non è un modello da giudicare, una superficie da correggere o un involucro nel quale gli altri pretendono di riconoscerci. È, prima di tutto, il luogo della nostra identità e della nostra autodeterminazione.

E ogni persona dovrebbe avere il diritto di sentirsi, finalmente, a casa dentro di sé.

L’autrice

Francesca Tombari ha pubblicato racconti in diverse antologie. È autrice dei romanzi Il primo giorno di primavera (Arpanet Editore), Avrei voluto parlare d’amore (Damster Editore), E se un piccione. Le indagini del commissario Capalbio (Damster Editore), Dialoghi con l’arte (Edizioni Giuseppe Laterza) e Fano e la valle del Metauro. Vini, spiriti e storie maledette (Edizioni del Loggione).

Erna Corsi e Cinzia Inguanta

Foto In alto: Francesca Tombari da occhioallanotizia.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Dal N. 9 de L’Altro Femminile. Leggi il numero completo della rivista digitale QUI.

 

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