Autrice di questa pillola è una levatrice che racconta la sua esperienza con le donne nel momento del parto.
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Maddalena Bertolini Trentin ha scelto di fare l’ostetrica dopo aver fatto studi classici. Il suo primo libro è stato pubblicato da Guaraldi Editore nel 1995. Più che un romanzo, Le mani nelle donne, è un saggio narrativo e storico molto intenso e ricco di emozioni.
«Certo che una volta era più facile partorire; più facile perché era più frequente, ma anche perché era più normale, come morire. Lo credo davvero, lo raccolgo dai pensieri delle persone anziane quando parlo con loro.
È bello come le vecchie, appena sanno che sono un’ostetrica, mi svuotano il sacco dei loro ricordi. Mi raccontano dei loro parti e dei loro figli con la voce che trema dall’ansia di farti partecipe e una tale richiesta di condivisione che non posso tirarmi indietro.
Spesso mi sono chiesta il perché di questo, quando mi lasciavano con le mani bagnate del loro passato, a forza di stringermele tra loro antiche, tremule farfalle ossute.
Penso che sia per il bisogno che ha quella persona di affidare ad un’altra sua femminilità, il suo profondo senso d’essere donna: una volta era così diverso che oggi si vedono perse.
Mi guardano, nei miei occhi cercano affannosamente un assenso, l’approvazione ai passati sentimenti, dolori, affanni: sì, non hai sprecato la tua vita, hai faticosamente compiuto la tua figura di madre, come si doveva, come credevi giusto e hai costruito così la nostra vita, questo futuro ormai concreto che non vuole avere riguardo per le sue radici, ricordare il prezzo del riscatto. Cercano in me di rivedere quel vecchio profilo della mammana, la custode dell’intimo, la mamma delle mamme.
La mammana era quella che con le mani modellava il viso del neonato per farlo bello, gli scioglieva la parola tagliando il frenulo della lingua, lo presentava al padre consegnandolo alla stirpe.
In un paese tutti gli uomini nascevano nelle sue mani, spesso faceva funzione anche di sponsale, all’occorrenza era medico e pure becchino, nel senso che assisteva i moribondi, in particolare i bambini .
La mammana era l’unica donna, e per di più laica, cui la Chiesa permetteva di amministrare un Sacramento, quello del Santo Battesimo.
Il Medioevo garantisce solo a lei l’accesso al parto e la cura dei misteri della fertilità: è proibito ai ”medici” maschi violare l’intimità femminile, viene riconosciuto alla donna un suo proprio ambito di sapere, di potere, viene rispettata la sua sorgente di sacralità.
È questo un punto in comune con tutte le culture che hanno una grande confidenza col sacro, come se solamente a chi è ricettacolo di sacralità sia concesso di accedervi.
È il fulcro della distinzione dei ruoli.
Quando però cominciano a farsi spazio le idee scientifiche e l’Evo Moderno si affaccia col suo carico di maschilismo, l’uomo-scienziato vuole impadronirsi anche di questo settore così ambìto, la generazione della vita.
Quante levatrici scomode sono state tolte di mezzo, accusate di stregoneria!
Sì, spesso le streghe erano delle mammane troppo autonome che la giustizia maschile accusava e condannava, sostituendole con donne più malleabili.
Lentamente la sua figura cambiò: il suo sapere, tramandato di madre in madre, era svalutato e si allevavano le levatrici come professioniste nelle scuole dei primi Ospedali. L’ostetrica passò da una sottomissione solo parziale nei confronti del prete che ne giudicava la fortezza morale, ad una ben più penosa e completa sopraffazione da parte del medico; il suo ruolo fu estremamente svalutato, dando luogo a quelle ridicole figure che erano le “comari”, donne povere sia economicamente che culturalmente che esercitavano per guadagnare qualche lira; spesso erano delle vedove, con figli da mantenere, dunque esperte solo della loro maternità.
Sono convinta che la levatrice conservò il suo ruolo nel tempo perché è decisamente faticoso essere sempre disponibile a correre in ogni dove a far partorire le donne, che, si sa, sono estremamente imprevedibili, e possono essere anche molto povere; lei si sorbiva tutto il travaglio e dopo anche la fatica del riassettare. Il medico invece non si scomodava tanto facilmente, solo per i parti difficili o per quelli che pagavano.
Per questi motivi, ma anche perché trovò comunque molta resistenza da parte delle donne, il processo di “maschilizzazione” del parto durò a lungo; si realizzò definitivamente solo in questo secolo, grazie alla ospedalizzazione di massa.
Con questo non intendo dare una visione negativa dell’istituzione ospedaliera, ma è indubbio che bisognerebbe permettere a chi lo desidera (ed è valutata in grado di farlo) di partorire in casa, fornendole assistenza adeguata; e che l’ospedale d’altro canto dovrebbe modificare l’atteggiamento prettamente di tipo tecnico che ha nei confronti del parto, che non è una qualunque patologia, ma un evento naturale.»
Serena Betti
Foto in alto: Elaborazione grafica di Erna Corsi
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