L’artista siciliana Carla Accardi è stata un’antesignana dell’astrattismo e dell’arte ambientale al femminile in Italia.
Prima astrattista riconosciuta a livello internazionale, Carla Accardi (1924-2014) si forma all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Poco più che ventenne lascerà la sua terra diretta a Firenze e poi a Roma.
Il vivace ambiente romano del secondo dopo guerra vede contrapporsi due tendenze: realismo e astrattismo. È alla seconda che Accardi decide di aderire, insieme a un gruppo di creativi che frequentano lo studio dello scultore Pietro Consagra, tra cui il compagno e futuro marito Antonio Sanfilippo. Si tratta del collettivo Forma 1 che firmerà l’omonimo manifesto e con il quale Accardi condividerà la partecipazione alle prime mostre.
Del debito verso i grandi maestri del primo ‘900 per la scelta di forme geometriche e cromia vivace è consapevole la stessa Accardi. Infatti anni dopo dichiara di aver avuto «come padri artistici […] i grandi astrattisti dell’inizio del secolo: Kandiskij, Klee, Mondrian […] e i futuristi: Boccioni, Severini, e per me, soprattutto Balla» (1982).
A Parigi (1946-47) Accardi scopre luoghi che segnano per sempre il suo stile. Come il Musée de l’Homme, il museo etnografico, dove rimane colpita dalla varietà decorativa dei reperti fittili.
A seguito dei soggiorni a Parigi e Venezia e, soprattutto, dopo un anno dedicato allo studio pressoché solitario (1953), Accardi sviluppa un linguaggio fatto di colori primari e segni ripetitivi stesi direttamente sul supporto collocato a terra. Segni interpretati come una forma di scrittura o come impulsi vitali tratteggiati in maniera dettagliata. Secondo il linguaggio che l’artista sente finalmente suo.
I critici d’arte non tardano ad accorgersi di lei.
Per primo il francese Michel Tapié che la include nel gruppo de L’Informel (1954) e, dagli anni ’60, Carla Lonzi. Proprio Lonzi e Accardi sono tra le fondatrici del Gruppo Rivolta Femminile, nato a Roma nel 1970 e promotore di uno spazio espositivo per sole donne gestito dalla Cooperativa Beato Angelico.
Già dalla metà degli anni ’60 Accardi inizia a far uso di colori fluorescenti stesi su lastre di sicofoil per produrre opere luminose, pitture e sculture che affrancano la plastica dall’uso commerciale dandole un valore estetico. Tra i più famosi i lavori delle serie Coni e Cilindri e Nero e rosa.
Tuttavia il suo progetto più ambizioso e innovativo è Tenda (1965-66), che presuppose una lunga fase ideativa.

L’opera è formata da doppi pannelli di sicofoil, dipinti a terra con segni bicromi tipici del suo stile, e montati su telai. Si tratta di un lavoro pionieristico nel coinvolgimento dello spettatore, che è invitato a entrare, nel rapporto tra pubblico e privato, esterno e interno. La tenda, che a quanto pare fu ispirata dalla visione di una cortina turca, è una protezione, un rifugio. Una «stanza tutta per sé».
Si tratta della sua prima opera ambientale, anticipatrice di molte altre, tra cui Ombrello e Triplice tenda.
Colpisce che, nonostante l’importanza di creazioni come queste, Accardi non figurasse tra gli invitati a un’esposizione di grande rilievo organizzata nel 1968 a Foligno da Giulio Carlo Argan. Viene il sospetto che Carla Lonzi avesse ragione quando scrive che il motivo era uno e semplice: per quando talentuosa, abile e rivoluzionaria, Carla Accardi era pur sempre una donna.
Silvia Roncucci
Foto in alto da unionefemminile.it
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