Miti e tabù. Personaggi e opere iconiche tra idee, simboli e discriminazione

festival della bellezza
Con l’approssimarsi della nuova edizione del Festival della bellezza tornano le polemiche su un cartellone che di fatto marginalizza le donne. Abbiamo chiesto a Olivia Guaraldo dell’Università di Verona cosa ne pensa.

Miti e tabù. Personaggi e opere iconiche tra idee e simboli è il tema dell’edizione 2022 del Festival della bellezza di Verona promosso dall’associazione culturale Idem. La manifestazione, che quest’anno giunge alla nona edizione, fin dal 2016 è stata oggetto di contestazioni. Infatti, il festival, che gode di un grande successo, purtroppo vanta anche un reiterato primato nella discriminazione di genere. In una kermesse che, al momento, prevede 31 appuntamenti, dal Veneto alla Sicilia, 24 sono condotti da uomini e solo 7 da donne. Come si può immaginare, le associazioni femminili anche quest’anno tornano a protestare. Accogliendo le richieste di alcune di loro abbiamo intervistato sull’argomento Olivia Guaraldo.

Olivia Guaraldo è studiosa del pensiero di Hannah Arendt e del femminismo contemporaneo, insegna Filosofia Politica all’Università di Verona, dirige il Centro Studi Politici Hannah Arendt ed è Delegata del Rettore al Public Engagement e alla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale. È membro della redazione della rivista Filosofia Politica e della rivista on-line Iperstoria.

Olivia Guaraldo - Foto Cinzia Inguanta
Olivia Guaraldo

Anche quest’anno tornano le contestazioni sul programma del Festival della bellezza che, di fatto, marginalizza le donne. O meglio, le assume come icone ma toglie loro la parola. Cosa ne pensa?

«È abbastanza tipico, soprattutto della nostra cultura italiana, che al riguardo sconta un ritardo incredibile rispetto all’Europa ma anche rispetto ad altri paesi non occidentali, assumere le donne come icone ma togliere loro la parola. Nel 2020, quando contestammo il Festival della bellezza, che per l’ennesima volta presentava un programma al maschile, mi aveva colpita la risposta degli organizzatori. Asserivano che loro avevano invitato donne del mondo della cultura, che però non se l’erano sentita di tenere una conferenza in Arena. Avevo pensato a quanto risultasse ridicola questa risposta: per l’ego maschile nessuna piazza è abbastanza grande, invece le donne hanno, forse, la decenza di considerare che un discorso pubblico in uno spazio pensato per le opere liriche potesse risultare un po’ ridicolo. Credo che questi eventi culturali di grande rilievo che tengono fuori le donne siano davvero tristi e che non rappresentino la realtà quale è. Nel mondo le donne sono presenti, lavorano, fanno arte, cultura, scrivono libri. Noi ad esempio all’Università abbiamo più iscritte e laureate in medicina rispetto agli studenti maschi. A questa realtà delle cose corrisponde la finzione di una rappresentazione che invece vede sempre e solo il maschile come figura di riferimento. Come se l’umano, soprattutto l’umano intellettuale, potesse essere rappresentato solo dal maschio. Questo è grave perché, anche se nella realtà le donne ci sono, a livello simbolico ha un grande effetto. Spesso infatti le ragazze si rispecchiano in questa mancanza di autorevolezza, mancanza di valore simbolico del loro sapere. Ciò fa sì che non si sentano all’altezza, mentre i maschi si credono di essere in grado di affrontare una sfida anche quando non hanno niente da dire.»

Questa mancanza sorprende anche per il fatto che proprio a Verona, in ambito universitario, nasce e fiorisce la Comunità filosofica femminile Diotima che annovera, a livello internazionale, pensatrici di riconosciuta autorevolezza. Che lei sappia, l’organizzazione si è messa in contatto con loro o con l’Università?

«Che io sappia, nessuno ha contattato qualcuno di Diotima o qualcuno in Università. Parlo anche come delegata al Public Engagement e nessuno ci ha interpellato. Diciamo anche che queste manifestazioni rappresentano una cultura mainstream che forse ha anche un po’ stancato perché francamente gli ospiti sono sempre gli stessi. Approfitto di questa occasione per dire che come Università stiamo organizzando Veronetta Contemporanea Estate, due settimane di eventi fuori dal Polo Santa Marta, che propone una cultura “nuova” e valorizza una parte di città meno celebre e conosciuta, ma che ha una grande vitalità culturale e associativa, dentro la quale l’università vuole porsi come attore e facilitatore di ricostruzione anche di un tessuto sociale. Per inciso, tengo a dire che molte tra queste associazioni sono di donne. Mi permetto di spostare l’attenzione da questi grandi eventi a manifestazioni come quella di Veronetta che pur avendo un valore culturale alto non vengono messi abbastanza in evidenza dalla stampa.»

La manifestazione gode del patrocinio di ESU Verona. Cosa ne pensa?

«ESU è un organismo regionale indipendente, autonomo rispetto all’Università. Non posso dire niente sul fatto che finanzi il Festival della bellezza ma faccio notare che per contro è anche l’ente che finanzia all’Università tutto il festival di Veronetta. Per inciso, ESU ha un nuovo direttore, Giorgio Gugole, che mi sembra una persona con cui si può intraprendere un dialogo molto più proficuo in ambito culturale. Quello che manca a una città come Verona è una riflessione un po’ più ampia su che cos’è cultura. Occorre comprendere che cultura non è solo sinonimo di grandi eventi. L’università in questo ha un ruolo importante e si sforza di fare un discorso più di qualità, più ricercato come ad esempio in questo festival Veronetta Contemporanea Estate dove viene proposta arte contemporanea, musica contemporanea, poesia contemporanea nel tentativo di dare anche un po’ più di spazio a volti giovani. Questo è il nostro progetto di quest’anno, è una sfida che vogliamo intraprendere per l’Università, per il quartiere di Veronetta e per la città.»

Promotori del festival sono anche il Comune di Verona e la Regione Veneto. Leggerezza o vera e propria mancanza di sensibilità, come dimostrerebbe anche il rinnovo delle cariche di Veronafiere? Per ricordare: quindici posti disponibili – sette nel consiglio di amministrazione, cinque nel collegio sindacale, altri tre nell’organismo di vigilanza – e il sindaco di Verona non è riuscito a trovare spazio neppure per una donna.

«Questo delle nomine di Veronafiere mi sembra un fatto gravissimo, nel panorama veronese dell’industria e del sapere certo non mancano le donne in gamba. La cosa interessante è che laddove ci sono situazioni di valutazione del merito, sia a concorso o bando, le donne riescono, le donne entrano perché hanno i meriti, sono preparate, competenti. Anche in ambito universitario le menti migliori sono femminili. Che questo poi non arrivi a essere riconosciuto dalla politica è molto grave perché la politica è un altro degli ambiti del simbolico che dovrebbe dare un segnale. Diciamo che queste nomine rivelano soprattutto il ritardo culturale di Verona. Per il rinnovo delle cariche di questi organismi c’è ormai un’etichetta, oltre a una norma che prevede che nelle aziende il consiglio di amministrazione deve essere composto almeno per un terzo da donne. Trovo che questo sia un ritardo veramente giurassico. Il discorso sulla parità di genere è un discorso che circola in Europa come linguaggio comune. Mi chiedo come mai non si sia riusciti a trovare delle figure femminili per queste nomine. Tutto ciò (nomine e festival) non giova certo all’immagine di Verona.»

Mancanza di sensibilità?

«Io non credo nemmeno che ci sia un’esplicita volontà, lo definisco maschilismo irriflesso. Si tratta di un maschilismo che procede nella sua assenza di consapevolezza e fa come si è sempre fatto, senza nemmeno porsi la domanda a fronte invece di una società che cambia. Sostanzialmente continua come se niente fosse.»

Pensa che l’Università prenderà una posizione riguardo a queste discriminazioni?

«No, non penso che l’università ufficialmente prenderà una posizione in merito. A titolo personale rilevo e segnalo questa grave discriminazione. In università abbiamo sia un bilancio di genere sia un gender equality plan, cioè un piano di misure di politiche attive per la parità di genere. Mi auguro che questo possa arrivare presto anche alla politica.»

Cinzia Inguanta

Foto in alto: ritaglio locandina Festival della bellezza 2022

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