Oggi proponiamo un libro quasi sconosciuto di Doris Lessing, stampato da una tipografia di San Bonifacio, in provincia di Verona.
Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni. Partecipa alla nuova call: cerchiamo nuove voci per le nostre pillole. Invia il tuo racconto entro il 6 aprile 2026.
Doris Lessing ha sempre mostrato un grande interesse e coinvolgimento per le questioni sociali e politiche. Per questo è stata sicuramente una delle voci più autorevolii ma anche controverse, della letteratura del Novecento.
Nel 1986 si recò in Pakistan per verificare le condizioni dei profughi Afghani e per parlare con i capi dei Mujahidin. Il vento disperde le nostre parole (Gruppo Editoriale Tre) è un reportage romanzato che denuncia la situazione di sofferenza e di miseria di milioni di uomini e donne che hanno dovuto abbandonare la loro terra. Il libro è stato stampato nel 1987 dalle Grafiche Corrá, a San Bonifacio, in provincia di Verona. La scrittrice, premio Nobel per la letteratura nel 2007, lo presentò, un anno dopo, proprio nella città scaligera.
«I grandi mercati di Peshawar sono esattamente come si immagina sia stato nel medioevo un mercato orientale: dedali di viuzze, vicoli ciechi e chioschi. Le strade che conducono fuori dalla città hanno lo stesso tipo di negozietti lungo tutto il percorso. Essi sono fatti di fango o fango e paglia impasta insieme.
>Presentano ogni tipo di copertura: canne, rami vecchi, stoppie di granturco unite in ramaglie o ammucchiate su cannicci e travetti, e talvolta monticelli di terra ghiaiosa dove sono cresciute le erbacce.
I chioschi vendono frutta, verdura, carne, ogni genere di manufatto; e gli uomini, molti di essi afghani, se ne stanno sull’uscio ad osservare il mondo che passa davanti, o si distendono su giacigli fatti di corda e paletti sistemati davanti al proprio chiosco; talvolta sono in compagnia di amici con cui chiacchierano e osservano le macchine e il traffico, il traffico omicida di Peshawar.
Ma subito i marciapiedi pullulano di muhjahidin; molti di essi sono armati perché stanno per abbandonare Peshawar. Sono centinaia, migliaia, sembra che tutta questa massa di persone sia fatta di muhjahidin. Tra tutti questi uomini, avanza o occasionalmente una donna. Bisogna sforzarsi per vederla: il suo costume, come il suo passo sono fatti per renderla invisibile.
È interessante notare come una donna in bhurka assuma un’andatura più sciolta, più disinvolta di una con il velo. Il bhurka la ricopre da capo a piedi; è avvolto molto stretto intorno al capo, aderentissimo, con una piccola apertura per gli occhi e poi ricade ampio e morbido lungo il corpo, ondeggiando mentre cammina.
La donna al suo interno appartiene ad un altro mondo: osserva non vista, proprio un essere invisibile. (Non occorre precisare come questo bhurka sia un travestimento adottato in situazioni pericolose o sospette. Le autorità alla frontiera tra il Pakistan e l’Afghanistan osservano mani e piedi: è un muhjahidin o un giornalista che tenta di entrare in Afghanistan?)
Una donna con il velo – ossia un pezzo di stoffa avvolto intorno al viso lasciando trasparire solo gli occhi – acquista uno sguardo mobile e furtivo.
È triste vedere una donna con cui hai parlato, un essere umano, una persona, trasformata in questo modo.
>Quando ritornai a Londra mi avvolsi il capo in un velo coprendomi la bocca e la fronte giù fino alle sopracciglia, lasciai scoperti solo gli occhi. E così girai per le strade per una giornata intera: ero diventata invisibile. Esprimendo con gli occhi il messaggio ”non voglio essere guardata”, gli sguardi della gente che incontravo sfuggivano i miei e mi oltrepassavano. Subito capii che i miei occhi tentavano di catturare l’attenzione: in un paese mussulmano sarebbero truccati vistosamente. Mi resi conto, specialmente negli autobus sulla metropolitana o sorpassando qualcuno sul marciapiede, come sia essenzialmente il viso che comunica con gli altri, con il sorriso o un’occhiata, ma in quel momento il sorriso era invisibile, la bocca nascosta.
Quando la bocca è coperta, te ne rendi conto subito. Diventa qualcosa di proibito o sgradevole o qualcosa di cui ci si debba vergognare, qualcosa di erotico che deve essere coperto, quasi una ferita.
Cominciai a chiedermi quale sorta di morbosità orale od ossessione avesse per la prima volta ordinato alle donne di coprirsi la bocca, fatto che non è menzionato in nessun passo del Corano o nel libro del Profeta.
>In qualche luogo, ai primordi della storia islamica, è probabilmente esistito un assolutista fanatico, alla stregua di San Paolo che ha travisato il Cristianesimo, tormentando umiliando le donne attraverso secoli di proibizioni che Cristo non avrebbe mai potuto emanare.»
Serena Betti
Foto in alto: elaborazione grafica di Erna Corsi
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