La poesia nel dì di domenica: “Specchio” di Sylvia Plath

Sylvia Plath
Dopo Amelia Rosselli, Debora Menichetti e Serena Betti propongono la poetica de «La bambina che voleva essere Dio». Le due poete che con i loro versi hanno raccontato le cicatrici dell’anima.

Molte sono le similitudini fra Sylvia Plath e Amelia Rosselli ma quella che in questo contesto voglio evidenziare è il genio poetico, voci nuove e autentiche che hanno rivoluzionato la poetica femminile del ‘900. Tanto fragili quanto forti nel comporre versi che raccontassero ciò che vivevano, dove la parola viene usata come cura. Amelia Rosselli, interprete e traduttrice di Plath scriveva: «La realtà è così pesante che la mano si stanca, e nessuna forma la può contenere.»

Sylvia e Amelia, due anime troppo profonde legate da una sorte comune, entrambe morte suicide, ma soprattutto unite dalla poesia; una poesia confessionale che racconta senza paure i traumi e i dolori di un vissuto personale. Oggi ascolterete Specchio. Uno specchio veritiero che mostra le fragilità di Sylvia Plath, i graffi della vita, il costo della modernità vissuta come donna e come poeta, in un periodo di grandi cambiamenti sociali e culturali, dove la figura femminile nella poesia passava da musa a soggetto poetico.

Sylvia Plath era una donna dal carattere complesso e controverso. Visse turbolente depressioni, dovute ai suoi demoni interiori che la tormentano e la fanno cadere nell’oscurità. Il dolore stimolò la sua creatività, infatti la massima produzione poetica emerge proprio nei momenti più bui della sua vita. Questo aspetto era però contrastato dal forte desiderio di lasciare un’impronta indelebile come scrittrice, di affermarsi. Vivere per lei era un atto eroico, una ricerca continua del suo io più vero e profondo e lo scriveva con grande energia e vitalità: «La vita non vale la pena di essere vissuta se non la si può riportare in scrittura.»

Lo specchio riflette il vuoto di una stanza, un’immagine vuota, la stanza buia e il dolore di quest’anima tormentata senza menzogna o adulazione. Riflette l’immagine di una donna che cerca se stessa. Leggere le sue poesie per me è stato riconoscersi, vivere le sue emozioni sentendole mie. I versi di Sylvia Plath non parlano solo di buoni sentimenti ma di vita vissuta reale con parole schiette e sincere anche se scomode, una poesia libera. Ha avuto il coraggio di dire, anzi, scrivere, quello che le passava per la mente e di portare alla luce il buio che aveva dentro.

Per La poesia nel dì di domenica, Serena Betti legge per noi Sylvia Plath. Buon ascolto.

Specchio

Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti.
Quello che vedo lo ingoio all’istante
così com’è, non velato da amore o da avversione.
Non sono crudele, sono solo veritiero—
l’occhio di un piccolo dio, quadrangolare.
Passo molte ore a meditare sulla parete di fronte.
È rosa e macchiettata. La guardo da tanto tempo
che credo faccia parte del mio cuore. Ma c’è e non c’è.
Facce e buio ci separano ripetutamente.
Ora sono un lago. Una donna si china su di me,
cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente.
Poi si volge alle candele o alla luna, quelle bugiarde.
Vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Lei mi ricompensa con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Va e viene.
Ogni mattina è sua la faccia che prende il posto del buio.
In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia
sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce tremendo.

(Traduzione di Anna Ravano)

Debora Menichetti

Foto in alto: Sylvia Plath

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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