La poesia nel dì di domenica: “Allora prendi il mio cuore” di Tove Ditlevsen

Tove Ditlevsen
«Prima o poi altre persone le leggeranno in un libro e si meraviglieranno nel vedere che una femmina può – altroché! – fare la scrittrice.»

Dal romanzo Infanzia di Tove Ditlevsen «[…] Alzo lo sguardo verso la mia stella della sera, che è come l’occhio benevolo di Dio, che vigila su di me e mi è più vicino che di giorno. Prima o poi metterò per iscritto tutte queste parole che mi passano attraverso. Prima o poi altre persone le leggeranno in un libro e si meraviglieranno nel vedere che una femmina può – altroché! – fare la scrittrice.»

Tove Irma Margit Ditlevsen (Copenaghen, 14 dicembre 1917 – Copenaghen, 7 marzo 1976) è stata una poeta e scrittrice danese. All’età di dieci anni scriveva già le sue prime poesie; il suo talento è testimoniato dal fatto che la sua prima raccolta di versi fu pubblicata quando non aveva ancora vent’anni e nel corso della sua vita ha dato alle stampe ventinove opere fra poesia, narrativa e memorie in cui sono rappresentate la povertà, l’ingiustizia, i soprusi sull’infanzia, la condizione femminile.  La notorietà in Danimarca arrivò con Blinkende lygter a cui seguirono altri romanzi; nel suo Paese è tutt’oggi ritenuta un canone letterario tanto che alcuni dei suo scritti sono stati adottati come libri di testo nelle scuole danesi. Tenace e creativa, una vera donna oltre il consueto, Ditlevsen alternava la sua attività letteraria al giornalismo gestendo rubriche per alcuni quotidiani nazionali.

Tove Ditlevsen, autrice de La trilogia di Copenaghen, viene riscoperta in Italia grazie alla pubblicazione del primo volume Infanzia che Serena Pisaneschi ha recensito qualche settimana fa  per la nostra rivista L’Altro Femminile.

L’amore per la poesia è giovane e matura con lei dall’infanzia, che, come nel primo romanzo, non è proprio rosea e piena d’amore, ma «lunga e stretta come una bara.» Figlia di un padre spesso disoccupato, che non credeva in lei come scrittrice e di una madre infelice, affida i suoi sogni e le sue emozioni alla poesia esprimendo chiaramente il desiderio di un amore vero, intenso e passionale, che però ritrova solo nella scrittura.

Da adulta le cose non vanno meglio. Delusa dai numerosi matrimoni falliti e affetta da psicosi, si rifugia in alcool e droghe da cui tenterà di disintossicarsi fino alla morte, causata da un’overdose di sonniferi. La scrittura non fu sufficiente a placare l’animo dolorante e provato da un’esistenza fatta di rifiuti e indifferenza; il suo spirito libero e creativo le impedì di scendere a patti con compromessi, finzioni e solitudine. Fingeva di non essere intelligente, nascondeva il suo quaderno di poesie e fingeva anche emozioni mai provate, per essere accettata in un mondo che non lasciava spazio al suo sogno: diventare una scrittrice. Ha così indossato maschere che nel tempo le si sono incollate addosso.

Tove Ditlevsen era una bambina infelice che poi diventò una donna infelice, incapace di colmare un dolore esistenziale profondo: «Scrivevo poesie d’amore all’uomo della luna, a Ruth, o a nessuno in particolare. Mi sembrava che i miei versi coprissero le crepe della mia infanzia, come pelle nuova e bella sotto una crosticina non ancora staccatasi dalla ferita.»

Per La poesia nel dì di domenica, Serena Betti legge per noi Tove Ditlevsen. Buon ascolto.

Allora prendi il mio cuore

Allora prendi il mio cuore,
ma prendilo delicatamente, prendilo dolcemente,
il rosso cuore… ora esso è tuo.

Batte così sereno, batte così in sordina,
perché ha amato e sofferto,
ora è calmo… ora esso è tuo.

E può essere ferito, può venir meno,
può dimenticare e spesso dimenticare,
ma mai dimenticare che è tuo.

Era così forte e orgoglioso, il mio cuore,
dormiva e sognava nella passione e nel gioco,
ora può essere schiacciato… ma soltanto da te.

(da Piccolo mondo, 1942 – Traduzione di Renzo Pavese)

Debora Menichetti 

Foto in alto: Tove Ditlevsen

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