Camilla Vivian: Mio figlio in rosa, un blog e un libro fra Italia e Spagna

Camilla Vivian gender

Quanta strada abbiamo ancora da percorrere per una corretta informazione sull’identità di genere perché si diffonda una cultura inclusiva? Dal terzo numero della nostra rivista.

Camilla Vivian è fiorentina e mamma di tre figlǝ e attualmente vive in Spagna. Nel settembre 2016 ha creato il blog Mio figlio in rosa per condividere la sua storia di madre di una piccola persona transgender e nel 2017 ha pubblicato il libro dal titolo omonimo, edito da Manni Edizioni e tradotto e pubblicato anche in Spagna e Francia rispettivamente da Editorial La Calle e La Contre Allée, con il quale ha contribuito ad aprire il dibattito su un argomento considerato tabù nel nostro paese. La sua attività di ricercatrice e attivista prosegue con la partecipazione a conferenze, master universitari, workshop sull’identità di genere e la decostruzione del binarismo; inoltre ha partecipato al documentario della BBC Our Story. Abbiamo colto l’occasione per farle alcune domande, forse anche più di qualcuna.

Cosa vuol dire essere madre di una piccola persona transgender?

«Per quanto riguarda il ruolo di madre non vuol dire nulla di diverso dall’essere madre di una piccola persona cisgender. Per quanto riguarda invece il ruolo di persona nella società vuol dire, volenti o nolenti, farsi carico di molta violenza e ingiustizia, vuol dire rendersi conto di quanto alcune persone non godano degli stessi diritti di altre, vuol dire diventare parte di una minoranza e quindi capire cosa questo voglia dire e quanto la nostra società sia ancora indietro, ma vuol dire anche avere il privilegio di imparare moltissime cose e scardinare visioni e automatismi che ci rendono tuttə schiavǝ. Soprattutto vuol dire capire quanto costi la libertà ma anche e soprattutto quanto sia bella, importante e necessaria.»

Da qualche anno vive in Spagna: ha riscontrato molte differenze rispetto al nostro paese?

«Effettivamente sì. Le domande che ero solita pormi quando vivevo in Italia se le facessi qui in Spagna attirerebbero sguardi un po’ strani e risposte retoriche. In Italia ho riscontrato una forte carenza di informazione su questi temi, nonostante ci siano, a livello sanitario, ormai precise direttive internazionali. In Italia ci sono aspetti che influiscono su scelte personali ancora caratterizzati da forti pregiudizi maschilisti e patriarcali che creano non poche difficoltà. Come se concedere certe libertà potesse scardinare molto altro. Come se le persone transgender fossero dei mostri dai quali occorre difendersi.»

In Spagna invece come funziona?

«Qui, ad esempio, non c’è nessun problema ad avviare un percorso di transizione; il cambio anagrafico del nome può essere fatto già dai dodici anni ma anche prima se il bambino o la bambina vengono ritenuti maturi abbastanza. Anche qui non viene fatta molta informazione su queste tematiche tra le persone comuni, ma a livello legislativo e amministrativo sì, almeno qui ognuno è libero di essere se stesso. Senza una giusta informazione un ragazzino o una ragazzina transgender non saranno mai come ragazzinǝ cisgender, ci saranno questioni nella loro vita che dovranno sempre affrontare e valutare proprio perché le persone spesso non conoscono l’argomento. Per questo credo che fare formazione sia importante, per non far sentire sole queste persone.»

Quali differenze ci sono dal punto di vista normativo fra i due paesi per una giovane persona transgender?

«In Spagna con una legge del 2017 è stato istituito un protocollo educativo e amministrativo, valido per persone di qualsiasi età, che si attiva in automatico semplicemente sulla parola della persona interessata. È applicato in tutti gli ambienti, quindi non solo quello scolastico ma anche nello sport. In Italia abbiamo la cosiddetta carriera alias: so che alcuni atenei universitari la prevedono, ma non tutte le altre scuole dei diversi ordini sono organizzate al riguardo e/o la prevedono espressamente. Spesso purtroppo è richiesto un certificato medico, che viene rilasciato se la persona è in carico a un centro di identità di genere, non basta la parola della persona. Il certificato serve ad attestare che la persona è seguita per la sua disforia di genere, purtroppo usano ancora questa dicitura, e che per il suo benessere è raccomandabile che la scuola ne prenda atto usando il nome scelto dall’interessato/a.»

camilla vivian mio figlio in rosa
Foto dal blog “Mio figlio in rosa” di Camilla Vivian

Per quanto riguarda la diffusione di una cultura inclusiva fra i due paesi, cosa ha riscontrato?

«Sono rimasta sorpresa da quanta informazione viene fatta in Spagna su tematiche sociali, in Italia invece sono affrontate molto poco. Le scuole qui sono piene di progetti sul femminismo, la violenza di genere, le donne nella storia o nella scienza, ce ne sono davvero tantissimi e vedono coinvolte anche le forze dell’ordine. Io stessa sto imparando tante cose che non conoscevo e di cui in Italia non ho mai sentito parlare. Anche in Spagna però nelle scuole di identità di genere si parla ancora troppo poco, non basta che si possa vivere la propria identità, anche se certo rispetto all’Italia è già moltissimo. Se un ragazzo/a transgender non legge mai un libro su qualcunǝ come lui/lei, se non ha referenti positivi, se nelle sue relazioni sociali avverte che l’altro non sa niente su questo argomento vuol dire che c’è ancora della strada da fare. L’inclusione passa anche da questi aspetti.»

Quanto può essere di aiuto questo nella vita quotidiana?

«È un grande sostegno. Possono sempre verificarsi nuove problematiche, ma l’informazione è utile per diffondere la conoscenza e sviluppare sensibilità su certe tematiche, in questo modo si può anche trovare la strada per risolverle. Un esempio molto semplice può essere l’utilizzo del bagno: se a scuola non è provvisto di chiave può mettere in difficoltà perché non è garantita tranquillità e privacy. L’interessato/a eviterebbe di utilizzare il bagno della scuola, cosa ovviamente impensabile, e tutta la sua giornata scolastica ne sarebbe condizionata, non solo per il pensiero di potrò/dovrò fare la pipì ma anche solo perché si sentirà diverso/a dagli altri. Nella nostra scuola il problema è stato affrontato e risolto con grande prontezza e sensibilità, con maggiore informazione sul tema forse non sarebbe neanche stato necessario segnalarlo.»

Cosa ci può dire dei centri per l’incongruenza di genere?

«In Italia i centri per l’incongruenza di genere competenti che seguono bambini e bambine sono pochissimi, ma in realtà bambini e bambine andrebbero solo lasciati liberi di esprimersi. Salvo casi particolari non hanno bisogno dello psicologo, sono i genitori casomai che ne possono usufruire se incontrano difficoltà nell’affrontare la cosa e per capire come relazionarsi con le altre persone in modo da diminuire il livello di disagio. Questo sarà importante anche per il/la figlio/a che si sentirà così supportato dai genitori e lo/la renderà in grado di affrontare il mondo esterno in modo sicuro. Può anche trattarsi solo di una fase, ma anche in questo caso i piccoli e le piccole dovrebbero poterla vivere serenamente. Casomai sono i genitori che possono aver bisogno di informazioni e indicazioni. Conosco realtà nelle quali i genitori prendono precocemente contatto con i centri, ma solo perché nel loro paese ci sono delle liste di attesa infinite (in Olanda, Regno Unito o Germania ci sono liste d’attesa di anche più di due anni); nel caso debba essere avviato il trattamento con i bloccanti della pubertà le famiglie devono necessariamente giocare d’anticipo.»

Secondo lei con i minori è corretto parlare di disforia di genere?

«Assolutamente no. In Italia però è tutto molto incentrato sul concetto di disforia di genere, mentre all’estero questo termine non viene neanche più utilizzato, è considerato obsoleto. In Italia è considerato un sinonimo di varianza di genere e spesso entra nel vocabolario comune anche in modo improprio e talvolta abusato. È curioso come qualcuno mi abbia fatto notare che il termine disforia di genere sia un’invenzione delle persone cisgender, costruita ad hoc per rendere la persona trans malata psichiatrica. Ma com’è possibile che esista una patologia psichiatrica che riguardi esclusivamente la persona transgender? È possibile che qualcuno abbia un disagio con la percezione del proprio corpo, ma questo vero e proprio bombardamento rispetto a una presunta patologia scolpisce il pensiero collettivo. Nelle due diverse società, italiana e spagnola, c’è una differenza marcata nell’utilizzo del termine disforia, in Italia sei identificato come transgender solo se viene riscontrata una sofferenza e quindi essere transgender equivale per forza a soffrire, a essere malato. In Spagna no.»

In che senso viene riscontrata una sofferenza?

«In Italia si tende a ritenere sofferenza personale, e quindi disforia di genere, la sofferenza che inevitabilmente c’è se le persone non sono libere di essere chi sentono di essere, vale ovviamente anche per le persone più piccole. Ma è una questione sociale, non personale. Bambini e bambine possono manifestare crisi di rabbia, non dormire la notte o fare la pipì a letto. Vengono quindi identificati come problematici e invece magari c’è una questione non affrontata. Nel nostro caso non fu riscontrata sofferenza e quindi non potevamo parlare di varianza di genere, ancora oggi in Italia definita “diagnosi di disforia di genere”. Questo succedeva sette anni fa, ma è proprio in quegli anni che la questione è emersa. All’epoca l’unica bambina transgender di cui ero a conoscenza era Jazz Jennings negli Stati Uniti. Oppure Marlo Mack del podcast How to be a Girl, una mamma che aveva l’abitudine di registrare il figlioletto nei diversi momenti della vita quotidiana, e registrò ovviamente anche la sua insistenza nel dichiararsi una bambina. Con il tempo capirono che non era un gioco. Sono stati dei pionieri e ancora oggi vengono contattati da tutte le parti del mondo. Allora nessuno ne parlava, i protocolli medici erano molto rigidi e veniva considerata una patologia.»

camilla vivian mio figlio in rosa
Foto dal blog “Mio figlio in rosa” di Camilla Vivian

Le piccole persone transgender come vivono la loro identità di genere?

«La vivono anche in funzione del mondo che le circonda. L’atteggiamento dei bambini e delle bambine dimostra chiaramente come il tutto derivi da un costrutto sociale. Pensiamo a come le bambine transgender siano così fissate con brillantini e che tutto debba essere rosa: è un modo per affermare con forza la loro identità perché già sanno che così vengono identificate dalle altre persone come femmine. Questi primi comportamenti emergono prestissimo, nel nostro caso frequentavamo ancora l’asilo nido. C’è una forte necessità del mondo che ci circonda di dividere in modo binario tra maschio e femmina; forse superare questa modalità potrebbe aiutarci a risolvere proprio la disuguaglianza di genere di cui tanto si parla. La disuguaglianza di genere è fortemente determinata dagli stereotipi culturali che si insinuano in modo subdolo, che subiamo anche in modo inconsapevole arrivando a considerare certi aspetti come naturali e che i bambini e le bambine da subito respirano.»

Non si tratterebbe quindi di aspetti naturali?

«I costrutti sociali e gli stereotipi non hanno niente di naturale, è qualcosa che si costruisce sulla base di quello che è più comune e che quindi rappresenta la cosiddetta normalità. In realtà trattandosi di esperienze di vita spesso represse perché osteggiate e punite nel corso del tempo non sappiamo se e quanto ci sia di così poco comune. Ci possono essere anche molte persone adulte transgender che hanno avuto un percorso di vita in cui si sono sposate, avuto figli e non vogliono o riescono a mettere tutto in discussione. Inoltre, credo dovremmo domandarci perché qualcosa di meno comune debba necessariamente essere combattuto, queste persone non fanno niente di male, chiedono solo di poter vivere la loro identità.»

Quale consiglio darebbe ai genitori che si trovano oggi nella situazione in cui si è trovata sette anni fa?

«Anzitutto di stare tranquilli perché non sta succedendo niente di preoccupante, non c’è nessun dramma e nessun problema o malattia. Esistono delle difficoltà ma che vengono da fuori, dal mondo che ci circonda. Questo è importante perché potrebbe venir facile pensare che il problema sia nostrǝ figliǝ. Il problema ce l’ha ma solo perché deve relazionarsi con il resto del mondo. I genitori possono essergli di aiuto in modo che si agisca sul fuori, non è il figlio/a che si deve adeguare al mondo. Questo vale anche per coloro che circondano il/la figlio/a come nonni, zii o vicini di casa. Talvolta succede che i genitori si aspettino un sacrificio da parte del figlio/figlia, che condizionino il loro modo di vestire o di parlare per evitare problemi. Ogni volta che chiediamo a un bambino o a una bambina di nascondere il suo vero essere passiamo il messaggio che lui/lei siano sbagliati. È importante che abbiano la consapevolezza di essere giusti.»

 Crede che i bambini o le bambine possano fingere in merito alla loro identità di genere?

«Io penso che alle piccole persone si debba sempre credere. Una persona non cambia la propria identità perché qualcun altro l’ha condizionata o l’ha convinta. Non è possibile che questo avvenga per vicende familiari come una separazione, oppure perché una delle due figure genitoriali è poco presente se non assente o per proiezioni dei genitori che possano influenzare l’identità di genere o l’orientamento sessuale. Possono esserci casi derivati da forti traumi ma sono rarissimi. Potrei aver vestito mio figlio da Frozen tutta la vita, ma se lui si sente maschio resterà maschio.»

Cosa ci può dire in merito alla transizione dal punto di vista chirurgico?

«Anzitutto per e con i bambini e le bambine non si parla mai di transizione medica o chirurgica, anche se spesso c’è una vera e propria fissazione sugli interventi medici sulle persone più piccole. E la società è molto “genitalista” nel senso che tutto il condizionamento arriva da che organo genitale hai. Basti pensare che prima del 1984 in Italia essere transgender era illegale. Fino a pochissimi anni fa per poter avere il cambio anagrafico sui documenti era necessaria una procedura ben precisa. La prima fase era rappresentata dalla richiesta di poter fare l’intervento chirurgico, successivamente doveva essere certificato che l’operazione era andata a buon fine. In caso di una femmina occorreva che un medico nominato dal tribunale verificasse la penetrabilità della vagina: una vera e propria perizia. In caso di valutazione positiva poteva essere concesso il cambio anagrafico. Il primo cambio anagrafico senza intervento chirurgico credo sia del 2015 e ora tutto questo non esiste più, anche se culturalmente si trovano ancora persone con sensibilità poco attente. Per poter ottenere il cambio di nome e genere e, se si desiderano, gli interventi è sempre necessaria l’autorizzazione del giudice.»

Ringraziamo Camilla Vivian per la disponibilità e la cortesia che ci ha permesso di aggiungere qualche altro tassello al bagaglio delle nostre conoscenze. Nella vita non si finisce mai di imparare, l’importante è conservare intatta la curiosità per esplorare nuovi mondi e allargare i nostri orizzonti.

Paola Giannò

Foto in alto: Camilla Vivian

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