Margaret Mead: antropologa statunitense pioniera degli studi di genere

Margaret Mead
Le donne invisibili:  una vita intensa e oltre il consueto fra le popolazioni della Nuova Guinea agli inizi del secolo scorso.

Margaret Mead è stata un’antropologa statunitense che diede un grande contributo agli studi sul concetto di genere, cioè la costruzione culturale di credenze e comportamenti che le società ritengono appropriati per ciascun sesso. Nata nel 1901, era la primogenita dei quattro figli di una famiglia di religione quacchera in cui il padre era professore di economia e la madre sociologa, ed ebbe una vita intensa e decisamente oltre il consueto.

Il genere è stato un concetto a lungo ignorato perché considerato come qualcosa di naturale e innato. L’antropologia, disciplina che studia l’essere umano sotto diverse prospettive, all’inizio del secolo scorso prevedeva un approccio quasi del tutto androcentrico e quindi caratterizzato da una prospettiva squilibrata. Oggi sappiamo che il nostro modo di essere è fortemente influenzato, fin da piccolissimi, dall’ambiente che ci circonda e dai costrutti culturali della società in cui viviamo. All’epoca, gli studi di Margaret Mead furono aspramente criticati anche con modalità che andavano a screditare la sua persona. L’antropologo britannico Evans Pritchard definì il suo lavoro come un «lavoro da donne» mentre Derek Freeman, che contrastò gli studi della Mead anche dopo la sua morte, la considerava «giovane, di scarsa esperienza e fisicamente piccola e esile». Confutare studi etnografici compiuti da altri a distanza di vent’anni e per di più senza che la studiosa potesse controbattere perché già passata a miglior vita credo che si commenti da solo. Sull’arte, si fa per dire, dello screditare mi sono già espressa qui.

Margaret Mead, grazie ai suoi studi effettuati sul campo per tre società diverse del Pacifico, evidenziò ad esempio come l’aggressività e la passività non siano caratteristiche innate dell’uomo o della donna, ma siano determinate da convenzioni sociali e culturali. Certe dinamiche che siamo portati a ritenere “naturali” sono in realtà molto diverse se osservate in culture diverse. Altro suo merito è di aver superato l’approccio androcentrico, di essersi dedicata allo studio delle adolescenti e di aver sollecitato quella presa di coscienza che prenderà poi campo intorno agli anni ’60 della necessità di estendere gli studi teorici anche alle donne, fino ad allora invisibili nelle descrizioni delle società. Per queste ragioni Margaret Mead è considerata una pioniera del femminismo e degli studi di genere che si svilupperanno a partire dagli anni ’60 grazie al contributo della scienza ma anche e soprattutto dell’attivismo femminista.

Sono tante le donne oltre il consueto che hanno contribuito a costruire il nostro presente, ma spesso sono rimaste nell’ombra o sono state sminuite nel loro impegno. Le loro tracce non sono andate del tutto disperse e forse avrete incrociato una delle celebri frasi attribuite a Margaret Mead. Uno studente le chiese quale ritenesse fosse il primo segno di civiltà. Lei rispose «un femore rotto e poi guarito.» Spiegò che nel regno animale, se ti rompi una gamba, muori. Nessun animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo perché l’osso guarisca. Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con colui che è caduto, ne ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a riprendersi. Margaret Mead disse che «aiutare qualcun altro nelle difficoltà è il punto preciso in cui la civiltà inizia. Noi siamo al nostro meglio quando serviamo gli altri. Essere civili è questo». Un grande insegnamento che nessuno dovrebbe dimenticare.

Paola Giannò

Foto in alto: Margaret Mead

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