Jeanette Winterson e i suoi perché, anzi uno solo, grande come la vita

Jeanette Winterson
Perché essere felice quando puoi essere normale? Un libro che è un percorso che porta all’accettazione dell’amore, in tutte le sue forme. Dal terzo numero della nostra rivista.

Perché essere felice quando puoi essere normale? Un titolo, un incipit, il fulcro attorno al quale ruota il bellissimo libro di Jeanette Winterson, una delle scrittrici inglesi più importanti della sua generazione, che si apre con una dedica alle sue tre madri.

«Non so perché non ha avuto/non ha potuto avere bambini. So che mi ha adottata perché voleva un’amica (non ne aveva) e perché ero come un razzo lanciato nel mondo, un segnale per dire che lei c’era, un punto rosso sulla cartina. Detestava essere una nullità e io, come tutti i bambini, adottati o no, ho dovuto vivere un po’ della sua vita non vissuta. È quel che facciamo per i nostri genitori: in realtà non abbiamo altra scelta.»

Sono queste le frasi che mi hanno tagliata in due fin da subito, al centro della prima pagina di Perché essere felice quando puoi essere normale (Mondadori, 2012), il bellissimo libro di Jeanette Winterson che ho scoperto per caso anni fa, che ho lasciato sedimentare e che ho ripreso in mano da poche settimane. E rileggerlo è stato ancora più bello. Si apre con una dedica a quelle che Winterson considera le sue tre madri: la madre adottiva, Mrs. Winterson, la scrittrice e carissima amica Ruth Rendell e Susie Orbach, la psicoterapeuta, psicanalista e moglie della stessa Jeanette. È un libro che è molto più di un’autobiografia: è ricerca, è sentimento, è studio del mondo esposto con un linguaggio semplice, tagliente, ironico e amaro. È un libro che è rabbia, amore e perdono, per la letteratura che placa e salva, per se stessi, per gli altri.

A sedici anni, nell’autunno del 1975, Jeanette sceglie di provare a essere felice: lascia la casa dei genitori adottivi, di fede pentecostale, pur di continuare a vedere la ragazza di cui si è resa conto, non senza difficoltà, di essere innamorata. «Perché essere felice quando puoi essere normale?»: a pronunciare queste parole fu la voce ferma di sua madre, di Mrs. Winterson, come la chiama Jeanette durante tutto il suo racconto. Una donna fuori misura, in tutto: nel fisico, nella severità, nella sua fede religiosa condita di follia, nel suo essere madre di una figlia non uscita da sé, nel suo matrimonio con un uomo distaccato e indolente, che si fa sempre più piccolo davanti alla moglie.

«Riempiva tutta la cabina telefonica. Era fuori misura, sproporzionata. Era come il personaggio di una fiaba, dove le misure sono approssimative e variabili. Incombeva in tutta la sua mole, si espandeva. Solo più tardi, molto più tardi, compresi quanto si sentisse piccola. La bambina che nessuno aveva voluto. La bambina mai nata ancora dentro di lei.»

Jeanette WintersonEcco quindi che fin dall’inizio del libro si intravede la superiorità del perdono che alberga in colei che lo scrive. Mi verrebbe quasi da dire che Jeanette si sente molto più cristiana lei dei suoi genitori: il loro Dio è un Dio che castiga, è un Dio che non perdona. Mrs. Winterson, quando si arrabbia con la figlia, la punisce chiudendola nella carbonaia al buio e al freddo, o lasciandola per ore fuori dalla porta di casa. Quando scopre l’omosessualità della figlia la donna reagisce nell’unico modo che il suo Dio le impone: facendola esorcizzare, a soli dodici anni.

«Quando venivo chiusa fuori di casa, di notte, mi sedevo sui gradini, aspettavo che arrivasse il lattaio con le due bottiglie da mezzo litro, me le scolavo, lasciavo lì i vuoti per far dispetto a mia madre e m’incamminavo verso la scuola.»

Jeanette ama studiare, ama leggere, nutre una passione totalizzante per i libri, oggetti proibiti in casa di Mrs. Winterson, che crede che la narrativa possa profondamente disturbare il percorso di sua figlia, promessa missionaria. Ma nonostante il divieto, ciò che salva Jeanette sono proprio le parole scritte.

«Credo nei racconti e nel potere delle storie perché ci permettono di parlare una lingua sconosciuta. Non veniamo ridotti al silenzio… Io avevo bisogno delle parole perché le famiglie infelici sono cospirazioni di silenzio.»

Tutte le parole di cui ha bisogno come l’acqua, Jeanette le trova nei libri della biblioteca comunale, dove scopre la narrativa inglese dalla A alla Z. Attraverso Jane Austen, T.S. Eliot, Gertrude Stein e Virginia Woolf capirà che sua madre ci aveva visto giusto, era tutt’altro che stupida, forse era solo piena di paura: «I libri sono pericolosi, ti aprono porte, entri e poi puoi tornare indietro?»

L’amore di Jeanette per i libri resiste e la fa resistere a tutto, rimane intonso anche quando la madre scopre che la figlia li nasconde sotto al materasso e li brucia tutti in un angosciante falò. Avrebbe bruciato anche la figlia, soprattutto dopo averla scoperta omossessuale, se solo il suo Dio l’avesse potuta perdonare.

Da lì, la scelta di Jeanette di scappare di casa per andare a vivere in un’automobile: la sgangherata Mini Cooper che le ha salvato la vita, assieme agli sgangherati lavori per mantenersi, agli amori inquieti e a quello per la letteratura, che la porta anche a studiare a Oxford per poi diventare un’affermata scrittrice.

Questo libro è davvero un percorso per tutti noi, un percorso che porta all’accettazione dell’amore, in tutte le sue forme. All’accettazione di quello che noi siamo, comprese le nostre origini e le nostre sofferenze passate. Compresa la Mrs. Winterson di Jeanette, che «era un mostro, ma era il suo mostro.»

Elena Marrassini

Foto in alto: Jeanette Winterson

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