“Un libro e …” – Carrie, l’adolescenza raccontata da Stephen King

Carrie (alessandriasara.it)
Tra soprusi, fanatismo religioso e poteri incontrollabili, Carrie mostra come la crudeltà possa trasformare il dolore in vendetta.

La proposta di questo venerdì è Carrie, il romanzo d’esordio di Stephen King, pubblicato nel 1974 e arrivato in Italia per Bompiani. La storia della sua genesi è entrata nella leggenda. Si racconta, infatti, che Tabitha, moglie dello scrittore, abbia recuperato il manoscritto dal cestino dello studio, convincendo il marito a riprenderlo, portarlo a termine e inviarlo a una casa editrice. Un gesto che ha cambiato il destino di un libro e sicuramente quello dello stesso King. Chissà come sarebbe andata la storia dell’horror moderno se Tabitha non avesse creduto in quelle pagine!

L’ispirazione sembra sia arrivata durante il suo lavoro come custode in un liceo. Mentre puliva i bagni delle ragazze, la visione del distributore di assorbenti dà inizio a qualcosa, da lì prende tutto forma nella sua testa. Scriverà così la storia di Carrie White, una sedicenne che vive nella cittadina immaginaria di Chamberlain, nel Maine. A scuola è emarginata e derisa dai compagni, mentre a casa è oppressa dalla madre Margaret, una fanatica religiosa che vede nel mondo moderno una continua manifestazione del peccato e una minaccia di dannazione.

La vicenda si apre proprio nel bagno femminile della scuola, al termine di una lezione di educazione fisica. Carrie ha la sua prima mestruazione, ma, non avendo mai ricevuto dalla madre alcuna spiegazione sul proprio corpo, non capisce cosa le stia succedendo e reagisce con terrore. Le compagne, invece di aiutarla, la deridono e le lanciano addosso assorbenti e tamponi, trasformando un momento di fragilità in un’umiliazione collettiva.

Questo evento traumatico risveglia in Carrie il potere latente della telecinesi, la capacità di muovere gli oggetti con la sola forza della mente. Una facoltà misteriosa che si manifesta in lei fin dall’infanzia e che diventa progressivamente più potente, soprattutto quando le emozioni sfuggono al suo controllo.

Uno degli elementi più interessanti del romanzo è la sua struttura narrativa. King intreccia il racconto degli eventi con documenti fittizi, articoli di giornale, trascrizioni di interrogatori e testimonianze, oltre a estratti di saggi pubblicati dopo la tragedia. Questa alternanza restituisce alla vicenda una dimensione quasi documentaria, come se i fatti narrati fossero realmente accaduti e fossero stati successivamente ricostruiti e analizzati nel tentativo di comprenderne le cause.

Fin dalle prime pagine si percepiscono due sensazioni che accompagnano lettori e lettrici fino alla fine. La prima è l’ineluttabilità della tragedia, la certezza che Carrie arriverà a un punto di rottura e che l’intera comunità avrà contribuito a spingerla fin lì. La seconda è che il vero orrore non risiederà tanto nel soprannaturale, quanto nella capacità di King di raccontare le fragilità e le crudeltà umane, mostrando come una sofferenza protratta nel tempo possa trasformarsi in un desiderio di vendetta devastante.

Pur essendo il romanzo d’esordio del “Re dell’horror”, Carrie racchiude già molti degli elementi che diventeranno distintivi della scrittura di Stephen King. La prosa è diretta, il ritmo incalzante e le scene hanno una forza visiva notevole. King non ha bisogno di ricorrere a un linguaggio ricercato per creare inquietudine, gli basta descrivere un ambiente familiare o un gesto quotidiano per trasformarlo in qualcosa di sinistro. È proprio questa la sua abilità, rendere minaccioso ciò che conosciamo e che dovrebbe rassicurarci. La scuola, la casa e il ballo di fine anno sono luoghi comuni nell’immaginario collettivo, spazi legati alla crescita, alla famiglia e alla socialità, ma per Carrie nessuno di essi rappresenta un rifugio sicuro.

A cinquant’anni dalla pubblicazione, Carrie è ancora un romanzo capace di parlare al presente, nonostante sia ambientato negli Stati Uniti degli anni Settanta. Il desiderio di essere accettate, la paura del giudizio, la crudeltà del gruppo e l’incapacità degli adulti di riconoscere la sofferenza sono esperienze che continuano a segnare l’adolescenza. Anche se oggi il bullismo assume forme nuove, amplificate dai social network e dalla diffusione immediata delle immagini, le sue dinamiche restano le stesse. Chi è considerata diversa viene isolata, trasformata in un bersaglio e privata della possibilità di costruire liberamente la propria identità.

In abbinamento al romanzo di King vi propongo la miniserie omonima ideata da Mike Flanagan e arrivata su Amazon Prime Video lo scorso 7 ottobre. Composta da otto episodi, è il primo adattamento televisivo del libro in formato seriale. A interpretare Carrie White è Summer H. Howell, mentre Samantha Sloyan veste i panni della madre Margaret.

Flanagan conosce bene l’universo narrativo di King, avendo già adattato opere come Il gioco di Gerald e Doctor Sleep. Nelle sue interpretazioni emerge una particolare attenzione per le storie in cui l’orrore nasce anche dal trauma, dal lutto e dalle fragilità familiari. Con Carrie va oltre la semplice trasposizione del romanzo, sfruttando il formato seriale per approfondire e ampliare il mondo della protagonista e trasferire le dinamiche della storia nell’era dei social network.

Ne nasce una rilettura che mantiene intatta la componente tragica dell’originale, ma ne rielabora sensibilmente il significato. Il ballo di fine anno resta il momento culminante sia del romanzo sia della serie, dove Carrie viene umiliata davanti a tutti. Ma da questo punto le due storie prendono direzioni molto diverse.

Come nel romanzo, anche nella serie l’atmosfera è cupa e opprimente e persino gli ambienti più familiari assumono un aspetto minaccioso. La fotografia e il gioco di luci e ombre alimentano un senso costante di inquietudine, accompagnando la storia verso il suo epilogo. Romanzo e serie TV sono due modi complementari di raccontare la stessa storia, capaci di mettere in luce aspetti diversi di Carrie e della sua vicenda, senza perdere di vista il nucleo più profondo del racconto, quello della solitudine, della crudeltà e delle conseguenze devastanti dell’emarginazione. Buona visione e buon fine settimana!

Sara Simoni

Foto in alto: immagine della serie tv da alessandriasara.it

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