Pillole di femminile – Storie piccole che raccontano un mondo grande #216

Erika Filardo - Pillole di femminile
Oggi vi presentiamo A occhi chiusi, racconto di Erika Filardo. Estati del passato che s’intrecciano con la vita di adesso.

Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni. Partecipa alla nuova call: cerchiamo nuove voci per le nostre pillole. Invia il tuo racconto entro il 31 ottobre 2026.

A OCCHI CHIUSI di Erika Filardo

La villeggiatura iniziava ufficialmente nel primo pomeriggio, dopo avere aperto casa, scaricato l’auto e consumato frittate di pasta e insalata di riso. Alle tre il silenzio del paese era spezzato solo dall’ingranaggio della macchina tritaghiaccio nel bar dai teloni sfrangiati e i tavolini della Algida in plastica rossa stinta. Le pompe riposavano raggomitolate sui pavimenti in terracotta. I giardini avevano assorbito l’acqua ma nel giro di un’ora la superficie della terra era nuovamente secca e si screpolava per lo scatto improvviso di una lucertola e si spaccava sotto la pressione di una felce, un falangio o un fico. La pompa, prima di ripiegarsi su se stessa, aveva spinto via foglie, insetti e briciole, sparpagliandoli sul fondo del viale.

L’estate è un orizzonte della memoria. Quella fessura azzurra all’alba della partenza, quando l’occhio del bambino, portato sulle spalle dell’adulto, si schiude nel lucore dell’inizio di un giorno che si concluderà altrove, nella casa estiva, nella terra selvaggia delle iniziazioni, dove nessuna organizzazione è data una volta per tutte e liberi dai vestiti, dalle sveglie, dalle scartoffie ci si lancia famelici nel tempo.

Era estate quando entravo di soppiatto nella camera dei miei genitori per sfilare le banconote dalla tasca dei pantaloni di mio padre ripiegati sulla sedia. Camminare scalza rendeva il passo impercettibile, il buio della sera completava il mio nascondimento. Tornavo correndo nella stanza di mio fratello che attendeva il bottino con i suoi amici. Mettevo i soldi sotto il tappeto persiano e mi ci sedevo sopra. Solo in questo modo poteva diventare un tappeto volante – il patto era che tenessi gli occhi chiusi. E io non ho mai aperto gli occhi. Mio fratello e i suoi amici afferravano i quattro angoli del tappeto e mi sollevavano da terra facendomi volteggiare nella notte che odorava di gelsomino. Ho percorso chilometri di cielo e mai ho avuto paura di cadere.

Mi affidavo agli adulti ed erano loro a portarmi a letto quando nel giardino della casa estiva crollavo addormentata sulle sedie di paglia. E dal letto, appena dietro le tende a grani di rosario, i suoni degli adulti riempivano la notte – le risate, le parolacce, il tintinnio dei bicchieri, il fruscio delle carte da gioco e dell’accendino che scivolava sull’incerata passando di mano in mano.

C’era sempre qualcuno che nel mezzo della conversazione, tra il movimento di corpi che si spostavano sulle sedie, che andavano al bagno e tiravano lo sciacquone, tra schiocchi di lingue, colpi di tosse e sbadigli, qualcuno che intonava una melodia e tamburellava con le dita sul tavolo. Un adulto, forse colto da un leggero stordimento, che si distraeva e nel mezzo della conversazione si metteva a cantare e a fischiettare, così, come se fosse piombato dal nulla, estraneo alla partitura, al motivo corale, precipitato dal piano di sopra durante una cena tra amici. Ma più folgoranti delle voci degli adulti erano quelle dei ragazzini che attraversavano il vialetto sul retro, facendosi largo nella notte come scariche elettriche.

Non ho mai tradito l’accordo. Non ho mai aperto gli occhi. Io ero sul tappeto volante e non avrei rotto l’incantesimo. Così è iniziato il patto finzionale della scrittura. Ricreare quell’incanto, che non devi interrogare, devi solo assicurarti che perduri. Allo stesso modo bisogna fare con l’infanzia, quel nucleo dai margini porosi, il fondo irrorato delle epifanie, il c’era una volta di tutte le storie, la vita vissuta e non pensata.

L’infanzia è la patria e bisogna sempre tentare di tornare a casa, soprattutto quando la vita è diventata una cosa da analizzare e sistemare, quando la morte è entrata dalla portafinestra, scostando la tenda a grani di rosario e in giardino manca qualche voce, la serata è già terminata, non si è attesa l’alba, ci si è stancati prima, non si vuole più perdere a briscola e sono state buttate le incerate bucate dalle sigarette, non si è sentito fischiettare quella canzone che prendeva il volo, aprendo una breccia nel ritornello dei commensali.

Ma le voci dei ragazzi lungo il vialetto continuano ad attraversare la notte. La mia fedeltà va a tutto quello che ho sentito da quelle voci. Alle loro sciabolate capaci di infliggere una verità tremenda in un tempo minimo e con la prodezza di chi sta sempre un passo oltre il perimetro del pensiero consentito. Non riporterò mai quello che ho sentito. Avevo gli occhi chiusi, non ho spiato. Ho sempre creduto a quello che ho sentito.

La mattina, una volta chiuso il cancelletto di casa procedevo in tensione, col cuore gonfio di attesa, e fino a quando non scorgevo la superficie azzurra temevo che qualcosa potesse andare storto, che gli adulti potessero cambiare improvvisamente programma e trascinarmi altrove; ma come era possibile che esistesse qualcosa di più urgente che non fosse buttare all’aria le ciabatte e correre a piedi nudi fino al bagnasciuga, sconvolgermi dell’acqua fredda, esserne inghiottita, allargare le braccia per lo scampato pericolo – tana! – nuotare sul fondo, soffiare aria nel blu diffuso mentre la luce in superficie batte come una pioggerella dorata?

Mio padre indossava lo slip rosso e gli zoccoli di legno, si abbronzava, fumava, giocava a carte e a pallone ed era nel pieno delle forze. Tutte quelle forze e nessun progetto, nessuna promessa. A volte sento dentro di me l’onda dissipatrice di mio padre e mi raggelo e tuttavia mi crogiolo dentro l’oziosa attesa di un fuoco che non mi arrischio ad accendere da sola. Ora che non parla e ha gli occhi persi nel vuoto, riavvolgo il nastro.

Torno all’estate. Non posso separarmi dal ricordo dei corpi fulgidi di mio fratello e delle mie sorelle e dei baffi neri lucidi di mio padre, che aveva sempre qualcosa su cui contare: un’alzata di sopracciglio, una fossetta, una battuta di spirito. Ora che si è inceppata la bobina dei giorni e i tessuti gli cedono come palloni bucati, mi accorgo di quante parti di mio padre ci sono in me. Vivo un’inquietudine e anche una sorta di rassegnata consegna del testimone.

I miei fratelli sapevano andare sui pattini, in bicicletta, in moto e segnare in porta e cavalcare e vincere. In ogni gioco, in ogni sfida hanno fatto in modo di vincere e di rinunciare. Solo mia madre sa cosa fare col tempo che viene. Noi figli siamo caduti a turno sotto il peso di una stagione che non conosciamo. Ci mangiamo le unghie e tiriamo dritto, quello che c’è da fare lo faremo, non importa se mio padre non parla non guarda non combatte, si direbbe che non voglia resistere, si direbbe che sia stanco di una stanchezza inarginabile e noi lì in cerchio a fare tutte le cose che abbiamo visto fare a nostra madre quando doveva riportare in piedi una situazione, un corpo, una vita allo sbando.

Avanti tutta. Chiudiamo gli occhi. Tiriamo un lungo respiro e pensiamo all’estate che è arrivata senza che ce ne accorgessimo. E ci ha trovati così confusi e impreparati, noi continuiamo a fare del nostro meglio, ci sosteniamo e facciamo capanno su chi inciampa, una volta per uno, allunghiamo la mano e ci riportiamo nel cerchio del nostro girotondo, noi crediamo a quello che ci diciamo – vogliamo tornare in quel luogo.

Non ci diciamo che una cosa tira l’altra e potrebbe andare peggio, potrebbe andare molto peggio. Abbiamo dei tabù e su questi ramificano il pudore il riserbo lo sgomento, che se oggi qualcuno di noi leggesse queste parole si farebbe male e chiuderebbe gli occhi sulla pagina. Allora sposto l’attenzione e faccio in modo che gli occhi si chiudano per la forte luce che sta entrando in questa giornata di fine giugno mentre la mia nipote più piccola si diploma, mentre i miei fratelli accudiscono figli cani gatti piante e tutto cresce e qualcosa si perde e noi non rompiamo il girotondo, al centro c’è una regina che irradia con i suoi raggi la giostra dalla quale ogni tanto qualcuno cade e bisogna pagare per rientrare.

C’è un punto in cui i miei genitori si inabissano, diventando una realtà inaccessibile. Noi non riusciamo mai a vedere fino a quel punto perché la corrente ci sposta di continuo. Così, per riprendere fiato, ci lasciamo andare e facciamo il morto a galla assecondando il movimento dell’acqua. Il nostro orizzonte è una brevissima fessura azzurra.

Erika Filardo

Foto in alto: elaborazione grafica di Erna Corsi

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Erika FilardoErika Filardo, laureata in Sociologia, si interessa della relazione tra dimensione esistenziale, produzione artistico-letteraria e immaginario. Scrive saggistica, poesia e narrativa. Suoi contributi sono apparsi su riviste culturali, di settore e in volumi antologici.

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