L’educazione affettiva non si cancella: la scuola resti uno spazio di libertà

consenso - l'altro femminile - legge 9 giugno 2026 n. 104
La raccolta delle firme per abrogare la legge sul consenso informato riporta al centro il ruolo della scuola nella prevenzione della violenza e nell’educazione alle relazioni.

Ne parliamo da sempre su queste pagine. Perché continuiamo a credere che il cambiamento non cominci dalle grandi dichiarazioni, ma dalla semina quotidiana: nelle famiglie, nelle relazioni, nei luoghi in cui bambine, bambini e adolescenti imparano a stare con gli altri.

E la scuola è uno di questi luoghi. Forse il più importante dopo la famiglia.

Educare all’affettività, al rispetto e alla consapevolezza dei propri confini non è un corpo estraneo da introdurre con cautela nella vita scolastica. Significa offrire strumenti per comprendere se stessi e gli altri, riconoscere una prevaricazione, rispettare un rifiuto, chiedere aiuto quando qualcosa non va.

Significa, prima ancora, imparare che il proprio corpo non appartiene a nessun altro e che nessuno ha diritto di possedere quello altrui.

Che cosa cambia con la legge 104

Il dibattito esploso nelle ultime settimane riguarda la legge 9 giugno 2026, n. 104, che interviene sulle attività scolastiche relative ai temi della sessualità.

La norma prevede, tra l’altro, che nelle scuole dell’infanzia e primarie siano escluse attività didattiche, progettuali o comunque formative aventi come oggetto la sessualità. Nelle scuole secondarie, invece, le attività che riguardano temi attinenti alla sessualità sono subordinate al consenso informato preventivo delle famiglie e prevedono la possibilità di esonero.

È su questa impostazione che si è aperta la raccolta di firme per promuovere il referendum abrogativo della legge.

Ma ridurre la questione a uno scontro tra chi vuole “educare alla sessualità” e chi vuole difendere il diritto delle famiglie a educare i propri figli significa, ancora una volta, perdere di vista il punto.

Perché educazione affettiva, educazione alle relazioni, educazione al rispetto, consenso e sessualità non sono parole intercambiabili. E proprio per questo il confronto dovrebbe essere molto più serio di quanto spesso accada nel dibattito pubblico.

Non è soltanto una questione di sessualità

Parlare di educazione affettiva non significa spiegare a una bambina o a un bambino ciò che non è ancora in grado di comprendere.

Significa insegnare, con linguaggi adeguati all’età, che esistono confini. Che un abbraccio si può rifiutare. E che un “no” non deve essere spiegato né negoziato. O che prendere in giro qualcuno per il suo corpo non è uno scherzo. Che controllare il telefono di un partner non è una prova d’amore. Che la gelosia non è possesso legittimo. E, soprattutto, che la paura non dovrebbe essere il prezzo di una relazione.

Sono concetti semplici, ma non sempre scontati. E soprattutto non compaiono magicamente al compimento della maggiore età. La capacità di riconoscere una relazione sana o una dinamica di controllo si costruisce nel tempo, attraverso parole, esempi, confronto e consapevolezza.

Per questo la prevenzione della violenza non può iniziare soltanto quando la violenza è già esplosa.

La scuola non sostituisce la famiglia

Difendere il ruolo della scuola nell’educazione alle relazioni non significa negare quello della famiglia.

La famiglia resta uno spazio fondamentale di crescita, affetto e trasmissione di valori. Ma la scuola ha una funzione diversa: è uno spazio pubblico nel quale persone con storie, culture e sensibilità differenti imparano a convivere. È il primo luogo in cui le relazioni escono dalla dimensione privata e diventano esperienza quotidiana di comunità.

A scuola si incontrano differenze. Si sperimentano amicizie, conflitti, esclusioni, innamoramenti, rivalità, solidarietà. Si impara a stare con gli altri e, qualche volta, anche a difendersi dagli altri. Pensare che la sfera affettiva debba rimanere esclusivamente confinata tra le mura domestiche significa ignorare questa realtà.

E significa anche lasciare un vuoto.

Perché se quel vuoto non viene riempito da un’educazione consapevole, saranno altri a farlo: i social, la rete, la pornografia, i modelli culturali più aggressivi, il gruppo dei pari.

Non sempre sono maestri affidabili.

Il rischio dell’educazione a richiesta

Il consenso informato può apparire, a prima vista, come una forma di tutela della libertà delle famiglie. Ma quando l’educazione alle relazioni diventa un’esperienza alla quale alcuni partecipano e altri no, occorre interrogarsi sulle conseguenze.

Non soltanto per ciò che viene insegnato, ma anche per ciò che si rischia di non insegnare. Un percorso educativo condiviso può diventare un’esperienza differenziata, creando una distinzione tra chi può accedere a determinati strumenti e chi ne viene escluso.

E c’è una domanda ancora più importante: chi resta senza quegli strumenti?

Forse proprio la ragazza che non sa ancora dare un nome a una relazione di controllo. O il ragazzo che pensa che insistere dopo un rifiuto sia normale. Forse chi crede che la gelosia sia una dimostrazione d’amore. O chi non sa riconoscere una manipolazione e non trova le parole per raccontarla.

Non sappiamo chi saranno quei bambini e quegli adolescenti. Sappiamo però che avranno bisogno di strumenti per affrontare il mondo nel quale vivranno.

Imparare a dire no

C’è una parola che dovremmo insegnare molto presto: no.

Non come gesto di chiusura, ma come affermazione di sé. Imparare a dire no significa riconoscere il proprio limite. Ma significa anche imparare ad accettare quello degli altri. È questa la base del consenso.

E il consenso non riguarda soltanto la sessualità. Riguarda ogni relazione nella quale una persona può esercitare potere sull’altra. Si impara quando un bambino comprende che l’amico non vuole essere abbracciato. Quando una bambina capisce che può sottrarsi a un gioco che non le piace. Quando un adolescente scopre che amare qualcuno non significa controllarlo.

Sono piccoli apprendimenti quotidiani. Ma sono proprio questi piccoli apprendimenti a costruire, nel tempo, una cultura diversa.

La scuola come spazio di libertà

Come L’Altro Femminile non possiamo essere neutrali davanti a questo tema. Riteniamo che l’educazione affettiva e al rispetto non sia un’ingerenza nella libertà delle famiglie, ma una forma di prevenzione. Siamo convintә che parlare di consenso, confini, rispetto, emozioni e relazioni possa contribuire a formare persone più consapevoli e più libere. E crediamo che la scuola debba continuare a essere uno spazio nel quale queste parole possano essere pronunciate, ascoltate e comprese.

Non per sostituirsi alle famiglie o per imporre un modello unico di relazione. Ma per offrire a tutte e a tutti gli strumenti necessari per riconoscere la dignità propria e quella degli altri. Perché la prevenzione della violenza non comincia quando la violenza è già esplosa.

Comincia molto prima: quando impariamo a riconoscere un confine, a rispettare un no e a comprendere che nessuna relazione può fondarsi sul possesso.

Difendere questo spazio educativo significa, prima di tutto, difendere la possibilità di crescere persone libere.

E una scuola libera dovrebbe avere il coraggio di insegnare anche questo.

Cinzia Inguanta

In alto: ChatGPT Image

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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