Il corpo e la voce: quando la politica sceglie i simboli e dimentica i diritti

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Tra divieti sul linguaggio e regole sul decoro, la politica controlla i simboli per evitare i veri nodi di welfare e lavoro.

C’è una costante che attraversa le cronache politiche recenti: l’attenzione quasi ossessiva verso la disciplina dei codici, delle parole e dei corpi. Si discute di come si debba scrivere, parlare, comunicare nelle istituzioni. Si stabilisce quali simboli siano appropriati e quali no. E, quando il corpo entra nello spazio pubblico, non mancano le discussioni su ciò che è decoroso, accettabile, opportuno.

Il problema non è discutere di lingua, di simboli o di rappresentazione. Sono questioni importanti, perché le parole non sono mai del tutto neutre e il modo in cui una società rappresenta le persone racconta molto di quella società.

Il problema nasce quando la discussione sulla superficie finisce per occupare tutto lo spazio, mentre le questioni che incidono concretamente sulla vita delle persone restano sullo sfondo.

È quello che rischia di accadere quando il dibattito pubblico si concentra sulla forma e perde di vista la sostanza. Possiamo discutere per ore di una desinenza, di uno schwa o di un codice di abbigliamento. Tuttavia una donna continua a dover fare i conti con un mercato del lavoro nel quale il divario con gli uomini resta enorme.

La norma della superficie

Nel marzo 2025 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha inviato alle scuole una nota. Il testo riguarda l’uso dell’asterisco e dello schwa nelle comunicazioni ufficiali, raccomandando di attenersi alle strutture grammaticali codificate e richiamando i pareri dell’Accademia della Crusca.

La questione linguistica è reale e merita di essere discussa senza semplificazioni. Ma è proprio qui che occorre fare attenzione: una scelta sulla lingua non può diventare una scorciatoia per affrontare la questione della parità.

Perché il linguaggio inclusivo può essere discusso, criticato, modificato. Può perfino essere rifiutato in determinati contesti istituzionali. Ma nessuna di queste scelte modifica, da sola, le condizioni materiali di chi quel linguaggio dovrebbe rappresentare.

Una donna non diventa più libera perché abbiamo trovato la desinenza corretta per indicarla.

E non diventa più libera neppure perché le abbiamo detto come vestirsi, come presentarsi o quale comportamento sia considerato decoroso.

Il corpo e la voce delle donne continuano così a essere territori sui quali la società ama esercitare un controllo particolare. Si discute di come devono apparire e di come devono parlare molto più facilmente di quanto si discuta delle condizioni che permetterebbero loro di essere davvero autonome.

I nodi strutturali mai risolti

Qui arriviamo al punto. Mentre il dibattito pubblico si accende sulle parole, i problemi strutturali sono ancora lì. E i numeri raccontano una realtà che nessun dibattito sui simboli può cancellare.

Nel 2025, secondo i dati INPS, il tasso di occupazione femminile in Italia era del 53,3%, contro il 71,1% degli uomini. La stessa fonte segnala che soltanto il 21,8% dei ruoli dirigenziali era ricoperto da donne.

Il quadro italiano appare ancora più netto se lo si guarda in prospettiva europea. Nel 2025 il tasso di occupazione delle donne tra i 20 e i 64 anni era del 58%, contro l’80,9% degli uomini. L’Italia registrava così un divario occupazionale di 19,1 punti percentuali, il più alto dell’Unione europea.

E poi c’è il denaro.

Il cosiddetto gender pay gap non racconta da solo tutta la disuguaglianza retributiva. Questo perché il dato dipende anche dal tipo di occupazione, dall’orario, dal settore e dalla posizione ricoperta. Ma è comunque un indicatore significativo. Secondo Istat, nel 2022 la differenza nella retribuzione oraria media era del 5,6%; il divario saliva al 16,6% tra i laureati e arrivava al 30,8% tra i dirigenti.

E c’è un’altra parola che dovremmo pronunciare molto più spesso: cura.

Nel 2023, nelle coppie composte da entrambi partner occupati, le donne dedicavano al lavoro familiare quattro ore e dieci minuti al giorno, contro un’ora e quarantotto minuti degli uomini. Le donne svolgevano il 68,9% del lavoro familiare complessivo della coppia. Il divario si è ridotto rispetto al passato, ma resta tutt’altro che superato.

Non è un dettaglio.

Il tempo è una risorsa. Il tempo per lavorare, formarsi, fare carriera, riposare, partecipare alla vita pubblica, coltivare relazioni, occuparsi di sé.

Abbiamo una parte della popolazione che dispone strutturalmente di meno tempo perché sulle sue spalle grava una quota maggiore del lavoro domestico e di cura. Di conseguenza la disuguaglianza non è soltanto culturale: diventa economica, professionale e sociale.

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Foto da donne.it

La scorciatoia della propaganda

E allora la domanda diventa inevitabile: perché è così facile accendere una discussione sulle parole e così difficile affrontare quella sul lavoro?

Perché intervenire sulla superficie è relativamente semplice. Una circolare si scrive. Un divieto si annuncia. Una regola sul decoro produce titoli sui giornali e accende discussioni sui social.

Costruire asili nido, invece, costa.

Rendere il lavoro di cura realmente condiviso richiede politiche continuative.

Ridurre la precarietà significa intervenire sul mercato del lavoro.

Contrastare le discriminazioni salariali richiede controlli, trasparenza e strumenti efficaci.

Favorire l’accesso delle donne ai ruoli decisionali significa mettere in discussione meccanismi organizzativi e culturali che non cambiano con un comunicato stampa.

La politica dei simboli è dunque seducente perché è immediatamente visibile. Quella dei diritti è meno spettacolare, ma infinitamente più impegnativa.

Non significa che ogni provvedimento sul linguaggio o sulla rappresentazione sia necessariamente propaganda. Sarebbe una semplificazione altrettanto ideologica.

Significa piuttosto che dobbiamo imparare a riconoscere la sproporzione tra l’energia dedicata alle controversie simboliche e quella dedicata ai problemi materiali.

Perché una società può anche decidere di non usare lo schwa nelle comunicazioni ufficiali e, contemporaneamente, impegnarsi con determinazione per ridurre le disuguaglianze.

Le due cose non si escludono. Ma una non può essere presentata come sostituto dell’altra.

I diritti materiali

Rivendicare uno spazio per le donne significa allora andare oltre la superficie.

Vuol dire poter scegliere se lavorare, quanto lavorare e con quali condizioni.

Significa avere uno stipendio che non penalizzi il proprio genere e una carriera che non si interrompa perché si è diventate madri.

Vuol dire poter contare su servizi per l’infanzia e per la non autosufficienza che non trasformino la famiglia — e soprattutto le donne della famiglia — nell’ammortizzatore sociale di ultima istanza.

Significa avere tutele genitoriali che non siano considerate un problema esclusivamente femminile.

Vuol dire poter accedere ai luoghi decisionali senza dover dimostrare continuamente di essere più preparate, più resistenti, più disponibili, più impeccabili.

E significa anche poter abitare lo spazio pubblico con il proprio corpo e la propria voce senza che ogni volta si apra una discussione sulla loro legittimità.

Perché l’autodeterminazione non è una questione di grammatica.

La grammatica può includere o escludere, certo. I simboli possono rappresentare o cancellare. Le parole possono ferire, costruire stereotipi, oppure modificarli.

Ma una donna che non può permettersi di lasciare un lavoro malpagato, perché non ha un reddito sufficiente per mantenersi, non è davvero libera soltanto perché qualcuno ha scelto la desinenza giusta per rivolgersi a lei.

Una madre che rinuncia alla propria carriera perché non esistono servizi adeguati non recupera il proprio tempo grazie a una comunicazione istituzionale inclusiva.

Una lavoratrice che guadagna meno e ha meno possibilità di arrivare ai vertici non diventa più autorevole perché qualcuno ha stabilito quale abito sia decoroso.

I diritti hanno bisogno anche delle parole, ma non possono fermarsi alle parole.

La vera sfida è trasformare la parità da principio proclamato a condizione concreta.

Finché continueremo a discutere soprattutto di come le donne devono parlare, vestirsi, apparire o essere nominate, senza affrontare con la stessa ostinazione quanto guadagnano, quanto lavorano, quanto tempo dedicano alla cura e quanto potere hanno nei luoghi in cui si prendono le decisioni, correremo il rischio di confondere la rappresentazione con la libertà.

E forse è proprio questo il punto da cui ripartire: non abbiamo bisogno di una politica che decida soltanto quali simboli possiamo usare. Abbiamo bisogno di una politica capace di rimuovere gli ostacoli che ci impediscono di scegliere.

Perché la libertà non si misura dalla parola che ci è consentito pronunciare. Si misura dalle possibilità che abbiamo quando, quella parola, finalmente, decidiamo di pronunciarla.

Cinzia Inguanta

In alto: Foto di Mizuno K.

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