Pillole di femminile – Storie piccole che raccontano un mondo grande #201

Arianna Righetti -Pillole di femminile
Oggi vi presentiamo I miei quindici anni, racconto di Arianna Rigetti. Estati di un’adolescenza in cui siamo ancora bozzoli.

Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni. Partecipa alla nuova call: cerchiamo nuove voci per le nostre pillole. Invia il tuo racconto entro il 31 agosto 2026.

I MIEI QUINDICI ANNI di Arianna Righetti

Il walkman acceso e un letto su cui stare. Mi bastavano queste due cose, a quindici anni, per divincolarmi dal tedio della realtà. Quell’estate mi trovavo a Pai di Sopra, sulle colline veronesi del lago di Garda. Il luogo, di per sé, era incantevole: un piccolo borgo edificato sulla cima di un’altura, ai margini di un’area boschiva. Una località turistica poco frequentata dagli stranieri, con un’unica locanda nella piazzetta centrale e alcune case disposte attorno alla chiesa di San Marco. Il fulcro del paese era proprio lì: la chiesa.

Non solo per il forte impatto visivo della terrazza che si spalancava sulle acque scure del lago e sulle sue sponde, ma anche per motivi prettamente religiosi. I fedeli del posto non si perdevano mai una Messa. Si accomodavano con largo anticipo sui banchi scricchiolanti, uno accanto all’altro, cosicché le signore di una certa età erano costrette ad agitare i loro ventagli per rinfrescarsi.

Fuori, sotto un porticato che invitava al raccoglimento, stava appeso il crocefisso. I devoti si soffermavano in silenzio col capo chino mentre affidavano i loro crucci al Cristo morente. In tutta la provincia, inoltre, si era sparsa la voce che il parroco della comunità, un anziano sacerdote dallo sguardo buono, fosse un potente esorcista, ragion per cui mia nonna aveva scelto proprio Pai di Sopra come meta delle vacanze.

Era consuetudine che la nonna mi portasse con sé in estate, sia che andasse sulla riviera romagnola o in collina a cercare refrigerio e la cosa mi aveva deliziato fino a qualche anno prima. Poi era arrivata la pubertà e io avrei pagato oro per rimanere a casa. La mia famiglia non sembrava affatto rendersene conto. Nonostante fossi uscita ormai da tempo dall’infanzia, per loro restavo sempre la solita bambina tranquilla e cicciottella. Tutto restava invariato: le cattive abitudini alimentari, le parole dette a sproposito, i silenzi ostinati, le aspettative consolidate nei miei confronti. Io mandavo giù tutto. Anche quelle noiosissime e interminabili giornate di vacanza, scandite dai rituali antiquati delle persone adulte con cui mi trovavo, senza possibilità di scampo.

Nella gestione dei miei stati d’animo ero completamente a digiuno: non avevo mai assaggiato il sapore della schiettezza, del dire sinceramente a qualcun altro come mi sentivo. Non sapevo come fare. Non credevo nemmeno di esserne capace. Se almeno avessi avuto degli amici con cui potermi aprire. E invece niente. Intuivo di essere lontana da me stessa, mi contorcevo nel contesto familiare per continuare ad indossare quello che era diventato, in modo evidente, un abito striminzito. E allo stesso tempo ero tutta protesa verso ciò che stavo diventando.

Aspettavo che arrivasse il pomeriggio. Subito dopo pranzo la nonna aveva stabilito che ci si riposasse nella stanza in cui alloggiavamo, per evitare il calore eccessivo. Lei sprofondava in un sonno grasso e rumoroso. Allora io, sentendomi finalmente padrona del mio tempo, mi stendevo sul letto, indossavo le cuffie del walkman e facevo partire la musicassetta. Ed ecco che si alzava il sipario della mia immaginazione.

Il protagonista indiscusso era il ragazzo per il quale avevo una cotta madornale. Era più grande di me di un paio d’anni. Abitavamo vicini e, da piccoli, giocavamo spesso insieme dopo la scuola. Peccato fosse una cotta solo mia. Alle medie lui si era comprato il motorino ed era sempre in giro con i suoi nuovi amici. L’unica occasione che mi restava per vederlo era alla fermata dell’autobus, prima di andare a scuola. Tra di noi si era alzata quella barriera spietata che separa gli adolescenti quando si rendono conto di come sia fondamentale selezionare accuratamente chi frequentare. Quindi, non ci spingevamo oltre il saluto di convenienza.

Come mi agitavo quando arrivava con la sua andatura molleggiata, le scarpe All Star alte rosso scuro, il bomber verde, lo zaino appoggiato su una spalla. Sapevo di non avere alcuna possibilità. Sull’autobus lui si sedeva negli ultimi posti, dove stavano le ragazze più carine e spigliate, che ti innamoravi solo a guardarle. Io mi accucciavo nei sedili davanti, impacciata, ricoperta dai miei chili di troppo, con lo stomaco colmo di latte e biscotti e l’animo affamato. Là dietro facevano una gran confusione, si prendevano in giro, ridevano, si lanciavano tappi di penna e si scrivevano dediche sui diari. Io guardavo fuori dal finestrino. Mi mettevano una paura tremenda. Non mi voltavo mai verso di loro, fingendo che quel vociare mi lasciasse indifferente, che quel modo di stare insieme non mi interessasse. Eppure ne avrei mangiato volentieri un pezzo…

Arianna Righetti

Foto in alto: elaborazione grafica di Erna Corsi

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Arianna Righetti i miei quindici anni

Arianna Righetti nasce a vive tuttora a Negrar di Valpolicella, un paese a vocazione vitivinicola in provincia di Verona. La sua infanzia è caratterizzata dai ritmi della campagna e dai giochi all’aperto con gli amici tra i ciliegi e le viti del luogo. I nonni sono costantemente presenti nella sua quotidianità e questo le permette di venire in contatto con le loro esperienze di vita che lei adora ascoltare. All’università sceglie lingue e letterature straniere come piano di studi. Nel 2009 si sposa con Damiano e poco dopo la famiglia si allarga con la nascita dei loro due figli. Arianna continua a coltivare il suo interesse per le storie narrate, per i libri e per gli albi illustrati. Scrivere è la modalità che le è più congeniale per esprimere sé stessa e il suo mondo interiore.

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