“La banda muta” di Alessia Bottone, quando anche il lutto fa spettacolo

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Nel suo nuovo corto la regista veronese racconta il cortocircuito contemporaneo tra dolore, social network e perdita del silenzio.

C’è qualcosa di inquietante nei funerali contemporanei. Selfie accanto a una bara, telefoni alzati durante l’ultimo saluto e applausi trasformati in performance collettiva. Il lutto diventa un evento pubblico da condividere sui social. È proprio dentro questo cortocircuito emotivo e culturale che si inserisce La banda muta, il nuovo cortometraggio scritto e diretto da Alessia Bottone.

Un’opera breve ma intensa, capace di trasformare il rito funebre in uno specchio inquieto della nostra epoca. Da una parte il silenzio rituale della Sicilia degli anni ‘30, dall’altra il rumore permanente del presente, dove persino il dolore sembra aver bisogno di essere esibito.

Il silenzio perduto del lutto

Liberamente ispirato all’omonimo racconto dello scrittore siciliano Gaetano Savatteri, il film recupera una tradizione quasi dimenticata: quella della “banda muta”, chiamata un tempo ad accompagnare i funerali senza suonare, come forma estrema di rispetto verso il dolore dei familiari.

È un’immagine potentissima quella scelta da Bottone: musicisti presenti ma silenziosi, corpi che accompagnano il lutto senza invaderlo. Un silenzio che non è vuoto, ma spazio interiore, raccoglimento, umanità condivisa.

Ed è proprio questo silenzio a scomparire nel presente raccontato dalla regista.

Il funerale nell’epoca dei social

Nel film il protagonista Manfredi, interpretato da Piero Nicosia, partecipa al funerale dell’amico Elio aspettandosi un momento di commiato e trovandosi invece immerso in conversazioni superficiali, presenzialismo e dinamiche di autocelebrazione.

Il dolore si dissolve nella necessità di esserci, apparire, raccontarsi.

Bottone coglie con lucidità uno dei grandi paradossi contemporanei: più condividiamo pubblicamente le emozioni, meno sembriamo capaci di viverle davvero. Il lutto perde così la sua dimensione sacra e collettiva per trasformarsi in contenuto, gesto sociale, occasione narrativa.

Il film si apre infatti con immagini di repertorio e riferimenti ai funerali mediatici degli ultimi anni, dai personaggi pubblici fino ai selfie durante le commemorazioni solenni.

La regista non giudica con moralismo. Piuttosto osserva. E attraverso il cinema pone una domanda scomoda: perché il silenzio oggi ci spaventa così tanto?

Un cinema che interroga il presente

La forza de La banda muta non risiede soltanto nel tema affrontato, ma nel modo in cui Alessia Bottone costruisce il racconto. Il corto lavora infatti su contrasti continui: silenzio e rumore, presenza e assenza, memoria e spettacolarizzazione, interiorità ed esposizione pubblica.

La Sicilia evocata nel film non è nostalgica né folkloristica. Diventa piuttosto un luogo simbolico da cui osservare la trasformazione antropologica della società contemporanea.

In questo senso il cortometraggio dialoga idealmente con autori come Ernesto De Martino, evocato anche in alcune riflessioni critiche dedicate all’opera, quando parlava della “crisi della presenza” nei rituali del lutto.

Bottone racconta infatti una società che sembra avere smarrito il tempo del dolore. Un mondo in cui persino la morte deve essere consumata rapidamente, fotografata, commentata e superata.

Una riflessione sulla solitudine contemporanea

Nelle note di regia Alessia Bottone definisce quella odierna una “solitudine valoriale”, capace di spingerci verso un egocentrismo che invade anche gli spazi del cordoglio.

Ed è forse questo il nucleo più profondo del film.

La banda muta non parla soltanto della morte. Parla dell’incapacità contemporanea di stare accanto agli altri senza trasformare tutto in rappresentazione. Parla del bisogno compulsivo di occupare la scena anche quando qualcuno sta soffrendo.

A tratti il film richiama il cinema di Mario Monicelli e il teatro di Eduardo De Filippo, riferimenti dichiarati dalla stessa regista nelle note di lavorazione.

Ma la voce di Bottone resta personale, soprattutto quando sceglie di evitare ogni retorica nostalgica. Il passato non viene idealizzato. Piuttosto viene utilizzato come specchio per interrogare il presente.

Alessia Bottone e uno sguardo autoriale sempre più riconoscibile

Con questo cortometraggio Alessia Bottone conferma uno sguardo registico già riconoscibile nei suoi lavori precedenti. Giornalista, sceneggiatrice e regista, formata tra cinema, scrittura e diritti umani, Bottone costruisce un cinema profondamente legato all’osservazione sociale.

Dopo i riconoscimenti ottenuti con La Napoli di mio padre e Sette minuti, La banda muta prosegue una ricerca narrativa che intreccia memoria, archivio e fragilità contemporanee.

Il risultato è un film che non consola, ma obbliga a guardare ciò che siamo diventati. La banda muta lascia nello spettatore una sensazione rara: quella di aver assistito non soltanto a una storia, ma a una domanda aperta sul nostro modo di vivere.

E forse il punto è proprio questo.

Non è il rumore ad aver preso il posto del silenzio. È il silenzio che non sappiamo più sopportare.

Cinzia Inguanta

Foto in alto: Alessia Bottone sul set de La banda muta (materiale stampa Pistacchio Film)

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