Evelyn Clarke scrive un giallo in cui s’intrecciano narrativa, ambizioni e sogni, il tutto condito con qualche delitto qua e là.
In cerca di un nuovo audiolibro da ascoltare mi sono imbattuta ne Il finale si scrive da sé, romanzo di Evelyn Clarke, uscito per Mondadori in aprile.
La trama mi ha incuriosito subito. Le vicende raccontano l’avventura di cinque tra autori e autrici di fascia media e un’aspirante scrittrice, chiamati a concorrere tra loro per concludere l’ultimo attesissimo romanzo di Arthur Fletch, rimasto incompiuto a causa della sua morte prematura. Dovranno trascorrere settantadue ore in un castello sull’isola privata di Fletch, isolati da tutto, e dare vita al miglior finale possibile. Come ricompensa li aspettano due milioni di dollari e un contratto con un’importante casa editrice.
Per tuttə ə partecipanti è un’occasione ghiotta per emergere, fare finalmente il salto di qualità. Armati di macchina da scrivere e fogli colorati, si danno battaglia per riuscire in un’impresa che sembra molto difficile. Scrittrici e scrittori però si scontrano anche al di là delle narrativa. Si confrontano, si scherniscono, si nascondono segreti. Clarke ci parla di tuttə alternando flash back al momento presente. Così conosciamo la storia dietro la maschera, che va tenuta su per dimostrare di essere all’altezza. Ne viene fuori un brutto ritratto del mondo editoriale. Meccanismi, delusioni, spietatezza, fatica… Ma sopra a tutto c’è l’ambizione, che lə spinge a tuffarsi nella sfida che potrebbe segnare la svolta.
Ne Il finale si scrive da sé si parla di ispirazione, fantasia, spinta creativa, ma non dimentichiamoci che è un romanzo giallo. Il weekend più fruttuoso delle loro vite potrebbe presto diventare anche l’ultimo che passano da vivə. L’intreccio si scoglie piano piano e tiene l’attenzione incollata fino alla fine, regalando una storia molto godibile.
La scrittura di Clarke (che in realtà è uno pseudonimo che nasconde V.E. Schwab e Cat Clarke) è molto visiva. Io ho ascoltato il romanzo, ma non è stato difficile “vedere” quello che stava raccontando. Da autrice ho amato molto i punti in cui descrive la sensazione di magia (come la chiama uno de protagonisti) che pervade chi scrive. Quando arriva l’idea, la soluzione, l’intuizione. Quando c’è fermento di creatività e tutto si mette a posto. In quegli scorci dentro ə protagonistə mi sono sentita a casa.
Il finale si scrive da sé è sicuramente un libro che consiglio a chi ama i gialli, magari quelli in stile Dieci piccoli indiani. Ma anche a chi ama la scrittura, auspicandoci, però, di non finire mai in un castello su un’isola a largo della Scozia.
Serena Pisaneschi
Foto in alto: V.E. Schwab e Cat Clarke, ovvero Evelyn Clarke – Jenna Maurice da www.profil.hr
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