Tre donne con competenze diverse e complementari per dare voce e spinta a un cambiamento necessario: infrangere stereotipi e pregiudizi.
Qualche mese fa L’Altro Femminile è stata convocata al tavolo di progettazione del Festival Femminista che si tiene da alcuni anni a Prato. Sono andata in rappresentanza della redazione e, oltre a incontrare belle persone con le quali abbiamo già avuto il piacere di collaborare, ho conosciuto Annalisa Sichi, una delle menti Spregiudiziate. Inutile dire che, pochi secondi dopo aver capito di cosa si occupasse un progetto dal nome che, da sé, mi aveva già convinta, ho cliccato “segui” sul tastino di Instagram.
Scorrendo sui loro social mi sono resa conto dell’importanza di quello che stavano facendo. Ognunə di noi è in balia di molteplici pregiudizi, che li viva sulla pelle o li abbia incamerati e li metta in atto senza accorgersene. È fondamentale dare voce e fare luce, così da eliminare i pregiudizi il più in fretta possibile.
Ho voluto sapere di più di come è nato Spregiudiziate e su chi c’è dietro, e ho trovato tre donne con le idee molto chiare e un discreto affiatamento d’intenti.
Innanzitutto le presentazioni. Chi sono le menti dietro Spregiudiziate?
«Una coach, una giornalista, una marketer con specializzazione nella sostenibilità: sembra l’inizio di una barzelletta ma in realtà è un mix entusiasta di competenze e un’ottima dose di passione.
Annalisa Sichi è una giornalista che dalla cronaca si è spostata alla comunicazione. Il desiderio di raccontare storie è sempre lo stesso, a essere cambiati sono solo gli strumenti e le modalità. Come addetta stampa e social media strategist si occupa di comunicazione per aziende, eventi, politica. I social sono il suo pane quotidiano, ma ciò che ama di più sono i libri, i viaggi e le possibilità che entrambi le danno di scoprire sempre qualcosa di nuovo.
Chiara Pasquali, business coach per scelta (o nella versione italiana “una allenatrice di consapevolezze”), dopo varie parentesi nel mondo del sociale, progettazione internazionale e amministrazione pubblica, si è dedicata interamente al mondo del coaching e formazione su competenze relazionali e parità di genere nel mondo aziendale e imprenditoriale. Transfemminista e attivista da sempre nel mondo dei diritti senza distinzioni, prende seriamente la politica e le indicazioni di Michela Murgia “Fate casino”. Mamma di Zelda e di tanti altri bellissimi progetti.
Alice Nencini lavora nel marketing, ma soprattutto lavora nella sostenibilità, un ambito che per lei non è solo professione ma direzione. Curiosa per natura e appassionata di storie, ha trovato nel digitale e nella comunicazione uno spazio in cui unire strategia e sensibilità. Si muove tra contenuti, linguaggi e nuove tecnologie con l’obiettivo di generare impatto, non solo visibilità. Curiosa per natura, si lascia guidare da ciò che apre nuove prospettive, che sia una lettura, una serie TV, i dettagli che spesso restano inosservati. Crede nei percorsi che cambiano forma, nelle connessioni autentiche e nelle sfumature.»
Come è nato Spregiudiziate?
«Il nostro progetto è nato da un’idea embrionale di Chiara Pasquali, che cento ne pensa e cento ne fa, e si è sviluppato nella forma che vedete con l’apporto più “digitale” di Annalisa Sichi. Crediamo che l’attivismo sia una ricchezza immensa, una leva concreta per il cambiamento. Abbiamo deciso di creare, seppur nel nostro piccolo, qualcosa che potesse contribuire a migliorare la società che abitiamo. A far sentire meno sole le persone, a ispirarle nello scegliere di fare ciò che amano senza lasciarsi ostacolare da giudizi esterni. Adesso, con l’arrivo di Alice Nencini e delle sue competenze nel mondo del marketing e della sostenibilità, crescono anche i mezzi a nostra disposizione per farlo. Raccontiamo storie e lo vogliamo fare bene.»
Il vostro format è veloce e d’impatto, perfetto per i social. Pensate che i messaggi possano arrivare a un pubblico più ampio restando al passo coi tempi di questa comunicazione veloce?
«Assolutamente sì: oggi è impensabile rivolgersi ad un pubblico ampio senza l’utilizzo dei social e il nostro è un format pensato apposta per Instagram. In un momento storico nel quale il digitale contamina sempre di più il reale, la capacità di concentrazione delle persone si è contratta ed è importante catturare in un battito di ciglia l’attenzione di chi scrolla il feed, la brevità è una caratteristica essenziale. Questo non significa che l’approfondimento sia superfluo, anzi: però necessità di un altro tipo di spazi. Non escludiamo di considerarli in un futuro anche prossimo ma ci piacciono le cose fatte bene.»
Le vostre interviste hanno messo in luce tanti pregiudizi da dover sconfiggere. Ce n’è stato uno – o più uno – che avete sentito nominare più spesso?
«Probabilmente si tratta dei pregiudizi di genere, che sono trasversali a una molteplicità di contesti. Li abbiamo trovati sul lavoro, nello sport, nella genitorialità e persino nella comicità. Un altro pregiudizio che ritorna spesso riguarda la diversità e il valore delle differenze: invece di riconoscerle come fonte di ricchezza, apprendimento e crescita reciproca, vengono spesso lette con diffidenza, svalutate o percepite come un ostacolo.»
Secondo voi, le persone riescono a riconoscere i pregiudizi o sono concetti così parte della nostra educazione che è difficile individuarli come tali?
«Durante le scorse festività natalizie, abbiamo realizzato un video dove chiedevamo ai e alle passanti di quale pregiudizio avrebbero voluto liberare il mondo. Abbiamo ricevuto tanti messaggi importanti, ma ci sono state anche alcune persone che hanno sostenuto di non avere pregiudizi. In realtà stereotipi e pregiudizi sono radicati in tutti e tutte noi, quello che conta davvero è allenarsi a riconoscerli e a superarli per non farli diventare discriminazioni. Affermare di non averne è come ammettere implicitamente di non identificarli come tali. C’è tanto da fare sul tema, ma le sfide ci piacciono e siamo in buona compagnia, per fortuna sono tante le realtà impegnate su questo fronte.»
Ora vi rivolgo io la domanda che fare sempre aə vostrə ospiti: di quale pregiudizio vorreste liberare il mondo?
Alice: «io vorrei liberare il mondo dal pregiudizio “si è sempre fatto così”. Ritengo che spesso dietro alla tradizione che si vuole teoricamente difendere ci sia immobilismo, paura del diverso, fatica nel voler vedere oltre. E allora vorrei un mondo dove si possa provare a far per primə qualcosa senza la pressione del giudizio, ma al contrario con il giusto incoraggiamento dovuto a chi sta provando ad affermare se stessə in una dimensione che non è tradizionalmente accettata.»
Annalisa: «Vorrei liberare il mondo dal pregiudizio secondo il quale le donne sono le peggiori nemiche delle donne. Ce lo sentiamo ripetere sin da bambine come un ritornello, un avvertimento: per mantenere intatto lo status quo si nutre la competizione e si aumenta la distanza tra le donne. Eppure è proprio il contrario: nell’ambiente di lavoro e nella vita quotidiana, è dalle donne che ho sempre ricevuto maggiore appoggio, comprensione, solidarietà.»
Chiara: «Vorrei liberare il mondo dal pregiudizio che fa credere che alcune vite valgano più di altre. Perché non esiste uno sguardo davvero neutro quando il potere decide chi merita ascolto, cura e dignità, e chi invece viene lasciato ai margini. Finché continueremo a chiamare normale o oggettivo ciò che in realtà è solo il punto di vista dominante, continueremo anche ad accettare, spesso senza nominarla, la gerarchia tra le vite. Aggiungo il pregiudizio sulla cura, che sia solo roba da femmine, che sia debolezza e non una competenza. La cura sorregge il mondo, anche e soprattutto, quella invisibile e non riconosciuta. La cura è economia. Pensiamo ad un mondo che mette al centro la cura, non sarebbe migliore?»
Serena Pisaneschi
Foto in alto: Da sinistra Alice Nencini, Chiara Pasquali, Annalisa Sichi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

