Pillole di femminile – Storie piccole che raccontano un mondo grande #194

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Vi presentiamo Altrove, di Lucia Urbano. La consapevolezza di non essere vista, il desiderio di essere visibile almeno per una volta.

Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni.

ALTROVE di Lucia Urbano

Sono stata una bambina invisibile. Piccola di statura, ultima in ogni fila scolastica, regalata a due genitori già quarantenni da un Ogino-Knaus impietoso, a tredici anni di distanza dalla maggiore di due sorelle e un fratello. Hanno anche il maschio tanto desiderato. Poi arrivo io.

Imparo presto che fra tanta disattenzione posso vivere in luoghi immaginari, al riparo dal resto del mondo, dietro una cortina di invisibilità che ha diversi vantaggi. A casa sono la piccola distratta, gli sguardi assenti persi in un punto lontano e gli «eh?» che rimando d’abitudine agli adulti, fingendo di non sentire.

Qualche volta però le mie strategie non bastano: oggi è uno di quei casi.

A scuola c’è la confusione odiosa dei preparativi: faccio la terza elementare e manca poco alla recita di Natale. Le sedie aperte a semicerchio aspettano i nonni mamme babbi e so già che mia madre arriverà all’ultimo istante come fa sempre, una delle tante cose che la rendono diversa dalle mamme delle altre bambine che sanno tagliare e cucire, preparano spremute d’arancia e dolci fatti in casa per merenda. La mia non ha tempo per nulla, neppure per parlare con la maestra, tanto tu sei brava dice quando mento e dico che a scuola chiedono come mai per me non si presenta mai nessuno.

Intanto provo a sparire, gli occhi fuori della finestra al grande pioppo, l’amico immaginario a cui ho scritto la mia prima lettera appena ho saputo tenere la penna in mano.

Oggi è illuminato dal sole d’inverno, che mi protegge in una nebbia di pulviscolo e mi stordisce. Con le palpebre socchiuse mi godo i fili luminosi tra le ciglia e mi immagino sulla grossa biforcazione dell’albero, sdraiata nella mia casina di legno come quelle che vedo a volte su Topolino, con i miei amici animali che a casa mia non sono ammessi.

Una sedia che stride mi ferisce le orecchie, mi giro, ora dentro la sala c’è un viavai insopportabile, ecco la mamma di Paola che si fa largo tra le file con il suo passo svelto e i jeans che si muovono leggeri sopra le scarpe da ginnastica, è venuta a sistemarle i riccioli biondi che spuntano sotto il manto azzurro che le copre il capo e le spalle, perché lei è la madonna. Con le dita agili inanella i ricci di Paola che sembrano usciti dai bigodini, li sparge a ciocche sul petto ai due lati del viso e fa un fiocchetto al velo sotto il mento in un modo tale che l’azzurro e l’oro dei capelli si confondono, e a me sembra una madonna vera. Madonna Paola. Accanto a lei Michele è quello che invidio di più: la maestra lo ha scelto perché è piccolo, biondo con gli occhi chiari ed è perfetto per fare l’angelo, ha detto alle prove. Tu hai una voce bellissima mi dice quel giorno, farai la narratrice, e io sposto lo sguardo sul pioppo, così nessuno scorge il velo di lacrime che mi sale agli occhi, inghiottisco e lo respingo subito. Va bene il grembiule bianco col fiocco ben stirato, aggiunge lei con un’occhiata eloquente. Menomale, commenta mia madre quando torno a casa, non c’è da ammattire coi costumi e la carta crespa che non sono brava in queste cose, lo sai. Neanche stirare piace a mia madre, lavora a scuola e la sera è stanca, un altro dei suoi disallineamenti che non posso apprezzare, il mio fiocco gualcito entra nel radar della maestra e io lo seguo. Lo strapperei quel fiocco che non sta mai rigonfio come dovrebbe e mi fa vergognare quando entriamo e la maestra ci guarda; almeno il lunedì il fiocco dovrebbe essere perfetto, dillo alla mamma mi ripete ogni volta.

Adesso sto sul fondo della scena, dietro il leggio, bianca contro il bianco della parete con cui vorrei confondermi. La mamma di Paola sparisce e si siede nella prima fila che è già quasi piena e la maestra sta presentando lo spettacolo, io sento il fruscio delle ali dorate di Michele che si prepara a entrare e un fremito di invidia mi chiude lo stomaco, mi immagino angelo scuro con le ali di carta crespa dorate, sarebbe un contrasto perfetto. Tu puoi fare la spagnola così mora come sei, mi ha detto ridendo mia sorella quest’anno a carnevale, e mi hanno comprato il vestito da flamenco ma senza ventaglio che tanto ne hanno uno di una vacanza in Spagna, dove non mi hanno portato perché troppo piccola.

Approfitto adesso che nessuno guarda verso di me, tutti presi dalla processione che si snoda verso la capanna, per vedere se mia madre arriva. Vorrei che fosse lì a sentire la mia voce quando comincio con «Era una notte buia quando nel cielo apparve la stella più luminosa che si fosse vista mai», e lei finalmente appare. Entra dall’alto nel mio campo visivo, il pezzo lo so a memoria e tengo lo sguardo a mezza altezza, capisco subito che è lei quando intravedo la sua gonna svasata che balena tra le sedie dell’ultima fila e la immagino mentre accavalla la gamba e lascia dondolare il piede nella scarpa décolleté col mezzo tacco. Mia madre non porta i pantaloni come la mamma di Paola, non li ho mai messi da giovane e non ho nessuna intenzione di cominciare adesso che ho quasi cinquant’anni mi ha detto una volta, e io mi vergogno di avere una mamma vecchia, la vorrei con le scarpe da ginnastica, giovane e veloce.

Finito di leggere il mio pezzo alzo gli occhi, il silenzio è rotto solo dai fruscii delle ali e della paglia, tutti gli sguardi sulla capanna e so che tra poco, dopo Tu scendi dalle stelle, ci saranno gli applausi e le file di sedie si romperanno di nuovo e ci saranno babbi, mammine nonnine a salutare e abbracciare orgogliosi e il palco sarà tutto un crepitio di costumi e io ruoterò gli occhi in giro, finché mia madre dal fondo della sala mi farà un cenno di andare che è tardi, e dietro quella soglia sarà di nuovo facile scomparire.

Lucia Urbano

Foto in alto: elaborazione grafica di Erna Corsi

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lucia UrbanoSono Lucia Urbano, insegno e scrivo. Per me scrivere è tentare strade non diritte, dove non vedo in modo chiaro. Cercare una luce e un senso. È la situazione che preferisco anche come lettrice: quella che mi dice qualcosa di nuovo sulle relazioni umane scaraventandomi in un punto lontanissimo da ciò che ero convinta di sapere. Alcuni miei racconti sono stati premiati in vari concorsi nazionali e pubblicati su riviste. Collaboro alla rivista Corna del Penelope Story Lab.

 

 

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