Sostegno reale e rivoluzione culturale per le donne che vivono nell’ombra: il valore della persona oltre il carico della gestione.
In occasione della Festa della Mamma, l’attenzione si sposta sulla figura della madre caregiver, una realtà spesso confinata nell’ombra che richiede una riflessione profonda sulla metamorfosi identitaria di chi assiste un figlio. Secondo l’ultimo rapporto CNEL-Censis, in Italia si contano circa sette milioni di caregiver e oltre il 60% sono donne. Nello specifico, per le madri di figli con disabilità, l’impegno può arrivare a quattordici ore medie giornaliere, trasformando la cura in una forma di emarginazione sociale ed economica. (Ricerca Fondazione Paideia/Doxa).
L’analisi nasce dalla duplice esperienza di Giovanna Giacomini, pedagogista, formatrice e ideatrice del portale Edu-wow.com. In effetti, la sua visione, sia professionale sia personale, permette di osservare un fenomeno raramente narrato con onestà: il rischio che la donna scompaia dietro la diagnosi del familiare. «Dietro la figura dell’assistenza vive una donna che tende a diventare socialmente invisibile» spiega la pedagogista. «Nel labirinto della cura il rischio è quello di finire per riconoscersi in un unico riflesso: quello di madre caregiver».
Il nome proprio oltre il ruolo di cura
Inoltre, questa trasformazione stravolge l’intera architettura dell’esistenza, cambiando la percezione del tempo e dello spazio sociale. Il linguaggio comune spesso esaspera questo isolamento, sostituendo il nome proprio della donna con il titolo di “mamma”, rendendo l’invisibilità assoluta. Eppure, dietro quel ruolo, continua a esistere una persona dotata di competenze, passioni e sogni che ha il diritto di abitare i propri talenti.
Per scardinare l’idea della cura come problema privato, la fatica legata alla disabilità deve diventare una responsabilità sociale condivisa. Giacomini sottolinea l’importanza di tre livelli di intervento: supporto psicologico di gruppo, servizi territoriali che garantiscano tempo libero reale e un profondo cambiamento culturale.
Un esempio concreto di questa evoluzione è il progetto Scuole Felici, dove l’incontro tra bambini e persone con disabilità permette di relazionarsi oltre l’ausilio tecnico, eliminando il pregiudizio prima ancora che nasca. In questa visione, la ricorrenza del 10 maggio può trasformarsi in una “Giornata degli affetti”, mettendo al centro la persona e non il titolo. Restituire a ogni madre caregiver il diritto di essere se stessa è la vera rivoluzione necessaria per rendere questa festa meno retorica e più umana.
Cinzia Inguanta
Foto in alto: Giovanna Giacomini
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