Un libro e un film di animazione che raccontano i primi anni di vita di Amélie: tra divinità e scoperta della propria coscienza.
Per questo venerdì vi propongo un libro breve, insolito e sorprendente, che è entrata nella mia vita di lettrice grazie al dono di un’amica che mi conosce profondamente. Si tratta di La metafisica dei tubi della scrittrice belga Amélie Nothomb, pubblicato nel 2000 e arrivato in Italia per le edizioni Voland e Guanda. È un racconto autobiografico che ripercorre i primissimi anni di vita dell’autrice, trascorsi in Giappone insieme alla sua famiglia.
Da dove nasce un titolo tanto singolare e filosofico? Nei suoi primissimi anni, Amélie si descrive come un “tubo”: immobile, non parla, priva di interazione con ciò che la circonda. «I tubi sono straordinari miscugli di pieno e di vuoto, sono materia cava, una membrana di esistenza che ricopre un fascio di inesistenza». Si presenta così come un organismo puramente biologico, impegnato solo nei processi di ingestione ed evacuazione. In questa condizione di totale stasi, si percepisce come Dio, un’entità perfetta, priva di bisogni proprio perché ignara dell’esistenza del mondo esterno.
La narrazione subisce una scossa quando, a circa due anni e mezzo, la bambina ha una sorta di “risveglio” grazie a tre stimoli fondamentali, che agiscono come una sorta di espulsione dal paradiso e da quel momento sviluppa una coscienza di sé. Inizia così a percepire il mondo, a costruire un’identità e a entrare in relazione con ciò che la circonda. Il primo stimolo è il piacere, rappresentato dal cioccolato. La scoperta del desiderio rompe la perfezione del tubo, desiderare significa ammettere che ci manca qualcosa. «Il piacere è una meraviglia che mi insegna che io sono io. Io sono la sede del piacere. Io sono il piacere».
Gli altri due stimoli sono il linguaggio e la rabbia. Amélie scopre che dare un nome alle cose equivale a prenderne le distanze, «parlare era un atto di creazione ma anche di distruzione. Era meglio starci molto attenti, con questa invenzione». Avverte di avere dentro un potere immenso, eppure il mondo non si piega alla sua volontà divina, l’impossibilità di esercitarlo la disorienta profondamente. La sua risposta è la rabbia, che si manifesta nel pianto, come una prima, consapevole resa dei conti con la realtà.
In La metafisica dei tubi, il Giappone non è un semplice fondale esotico o una scelta biografica casuale. Bensì è la condizione necessaria affinché la filosofia di Nothomb possa esistere. «Nella provincia del Kansai, a due anni e mezzo, essere giapponese significava vivere nel cuore della bellezza e dell’adorazione. Essere giapponesi significava abbuffarsi dei fiori esageratamente profumati nel giardino molle di pioggia, sedersi sul bordo dello stagno di pietra e guardare, in lontananza, le montagne grandi come l’interno del proprio petto, prolungare dentro di sé il canto mistico del venditore di patate dolci che attraversa il quartiere all’imbrunire».
La scrittura rispecchia pienamente lo “stile Nothomb”, un raffinato equilibrio tra riflessione filosofica e un’autoironia tagliente, con cui l’autrice smonta la propria presunta divinità. Non si limita a narrare la sua infanzia, ma riesce a trasformare anche aspetti puramente biologici, come la digestione, in vere e proprie categorie dello spirito. Attraverso frasi brevi, incisive, quasi aforistiche, non si accontenta di dire che qualcosa è accaduto, ma ce ne rivela l’inevitabilità, come se ogni evento rispondesse a un ordine profondo, quasi cosmico.
Un libro breve, quasi privo di azione e lontano da una trama tradizionale, eppure capace di sovvertire radicalmente l’idea stessa di infanzia. Leggendolo, si mettono da parte le immagini rassicuranti e tenere dei primi anni di vita: qui l’infanzia emerge come un tempo di assoluta onnipotenza, potente e disarmante al tempo stesso.
In abbinamento al romanzo di Amélie Nothomb vi propongo la sua trasposizione cinematografica, La piccola Amélie (Amélie et la Métaphysique des tubes), film d’animazione del 2025 diretto da Maïlys Vallade e Liane-Cho Han. Presentato in anteprima al 78º Festival di Cannes, è approdato nelle sale nel giugno dello stesso anno, arrivando in Italia nel gennaio 2026.
Non si tratta di una trasposizione letterale né rigorosamente fedele, ma il film riesce comunque a restituire in immagini il linguaggio poetico e filosofico dell’autrice, conservandone anche l’ironia. Pur essendo al loro esordio alla regia, Vallade e Han attingono all’immaginario dell’animazione giapponese, rielaborandolo in una forma personale e riconoscibile. I colori vividi diventano elementi chiave nella definizione dei personaggi, così come le linee morbide e arrotondate che ne delineano le forme.
Il tratto non ricerca il realismo delle forme: le tecniche utilizzate riportano chi guarda a osservare il mondo dal punto di vista della bambina. La pellicola restituisce con efficacia il paradosso della protagonista, convinta di essere il centro dell’universo. La narrazione trasforma la crescita non in un’acquisizione di abilità, ma in una caduta dal Paradiso, un passaggio traumatico e necessario dalla perfezione dell’inerzia alla complessità dell’essere umani.
Non si tratta di un film per bambinə nel senso tradizionale del termine, ma di un’opera sull’infanzia che riesce a rivolgersi a spettatori e spettatrici di ogni età, offrendo uno sguardo originale e inatteso. Buona visione e buon fine settimana!
Sara Simoni
Foto in alto: immagine dal film (da da luckyred.it)
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