“Giù Napoli”: un modo di dire che è discesa nel baratro di un gruppo di amici sullo sfondo di una città che è ovunque.
Questo libro per me è stato come un Trainspotting italiano, anzi, partenopeo. Giuliana Vitali ci porta nella Napoli di quella parte dimenticata della generazione Z, quella che affoga, quella che molto probabilmente non ha né avrà scampo. Un’ambientazione non certo nuova, né originale, quindi: la storia va da Gomorra a Mare fuori.
Ma nel suo Nata nell’acqua sporca è raccontata in un modo che, come scrive Perrella in postfazione, «graffia la pagina col fil di ferro». E ti porta in una città che può esserne tante, in famiglie che sono quelle di tanti. Una storia di ragazzi venuti al mondo e poi “lasciati”, anche se nutriti, vestiti, rimborsati delle loro spese quotidiane.
Il ruolo della famiglia sembra relegato a questo. Per il resto esiste solo una grande, enorme difficoltà degli adulti, loro stessi non risolti, impegnati a lavorare e sopravvivere, di affiancare i giovani nei loro immensi, delicati, passaggi dall’infanzia all’adolescenza e poi alla giovinezza. È come se li guardassero andar giù e si voltassero dalla parte opposta, per non pensare, per non distrarsi da loro stessi, dalle loro quotidiane battaglie.

Mi è rimasta addosso la frase ricorrente che scandisce le serate della protagonista, la diciannovenne Sara, e dei suoi amici “salvavita” : Anna, Alessio, Gianni, Christian, Roberto: «andiamo giù Napoli a comprare la roba». “Giù Napoli”, due parole, una vita quotidiana. Un modo di dire dialettale che racchiude una discesa nel buio, nel pozzo nero della perdita, della tossicodipendenza, dell’abbandono: un gruppo di giovani alla deriva, che tentano di salvarsi attraverso la loro amicizia, unico cordone ombelicale che nutre sì, ma attraverso amori malati e sostanze tossiche.
Giovani che esplorano e “violentano” il loro corpo, utilizzandolo quasi per perdersi, stordirsi, provare esperienze che li facciano sentire carne viva, non inutili, non appassiti ancor prima di fiorire del tutto. Sara ha un padre emigrato in Albania e una madre, Elena, che sembra vivere e accendersi solo dedicando anima e corpo al suo lavoro di giornalista impegnata.
«”Ma voi quanto siete felici? Tu, Roberto, dimmi un po’… da uno a dieci?”.
Roberto si girò verso Sara già con un piede fuori della porta, le fece una smorfia come a dire questa sta fore cu a’ capa, poi rispose: “Elena, ma che ne so… Sette direi, Boh.”
“Ah! Sette! Ma voi ragazzi come fate a essere così felici? Si vede che non ve ne fotte proprio niente di quello che succede intorno a voi. Ma uscite, uscite… Con questi cazzi avete la testa pure per andare a ballare. Mah.” fece lei sbattendo la porta praticamente in faccia a tutti e due, col sopracciglio inarcato, l’espressione spocchiosa e schifata.»
Per Sara fuggire diventa l’unica via. Lascia la sua casa di bambina per seguire Alessio. E lui diventa subito il fidanzato convivente e drogato, che ama farsi più di quanto ami Sara, come tutti i tossicodipendenti. Infatti viene inghiottita da un vortice di eccessi e ottundimento, e quando il passato torna nei suoi pensieri, è dolore e nostalgia.
Vitali ci trascina infine, alternando i ricordi di Sara bambina alla Sara che diventa donna, verso un epilogo forte, per non dimenticare. Ci riporta dentro a un fatto di cronaca vera. Attraverso la madre di Sara, Elena, giornalista, durante un viaggio in una Roma che è Capitale, Vaticano, e Conservazione con la C maiuscola, ci ricorda un episodio di orrore assurdo, protagonista della nostra storia recente di femminismi soffocati e attaccati nel silenzio più totale.
Elena Marrassini
Foto in alto: Giuliana Vitali
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