Pillole di femminile – Storie piccole che raccontano un mondo grande #182

Arianna Righetti - Pillole di femminile
Oggi vi presentiamo La promessa, di Arianna Righetti. Una bambina cresce senza essere vista e si rifugia in mondi immaginari.

Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni. Partecipa alla nuova call: cerchiamo nuove voci per le nostre pillole. Invia il tuo racconto entro il 6 aprile 2026.

LA PROMESSA di Arianna Righetti

L’unica foto che ho di mia sorella è quella del cimitero. Sembra che stia dormendo il sonno schietto dei neonati nella morbida tutina bianca che la avvolge. Nessun indizio rivela che il suo corpicino sia privo di vita. Gli occhi chiusi ancora prima di poter esplorare le meraviglie del mondo, il naso dolcissimo derubato del ritmo naturale del respiro, le guance paffute sottratte ai baci della mamma, le labbra piccine unite in un silenzio forzato dalla morte.

Anch’io sono rimasta senza parole. Avevo cinque anni e avevo atteso la sua nascita con l’impazienza irrequieta tipica dell’età. Con la sua scomparsa mi resi conto che il centro dell’attenzione non sarebbe mai stato il mio posto. Al centro stava sempre qualcun altro che aveva un bisogno impellente di essere accudito. Io me ne stavo in disparte a osservare con il mio animo inesperto la tremenda sofferenza degli altri. La assorbivo con gli occhi, la respiravo coi polmoni, si infiltrava attraverso la pelle, fino a diventare parte del mio sangue e farmi dubitare della vitalità innata che mi caratterizzava.

Arrivai a credere che questa dovesse essere tenuta a freno, poiché risultava inopportuna nel clima generale di disperazione che mi circondava. Si andava così consolidando in me la convinzione che stare ai margini fosse proprio il posto che mi si addiceva e che, confrontata con il dolore degli altri, la mia necessità di esprimermi non fosse poi così meritevole di considerazione. Mi adattai a non essere vista e divenni piuttosto schiva, abituata a ricevere sguardi distratti che erano liberi di rivolgersi altrove.

Quanto ho desiderato di appartenere ad un’altra famiglia… Lo avrei tanto voluto. Non essere più invischiata in quella palude appiccicosa in cui mi sono dimenata per tanto tempo. Una volta ho perfino immaginato di essere stata adottata e speravo che da un momento all’altro sarebbero arrivati i miei veri genitori a portarmi via. E invece mi svegliavo ancora nel mio letto, nella camera che condividevo con la nonna. Cercavo sempre di addormentarmi prima di lei perché non era facile prendere sonno con il suo russare fragoroso. Ma sopportavo volentieri questo piccolo inconveniente pur di averla con me durante la notte. Infatti, la cosa che temevo maggiormente, era dormire da sola.

Non era la solitudine fisica a crearmi problemi: essendo figlia unica, passare del tempo da sola non mi è mai pesato. Era la solitudine emotiva che mi atterriva e mi ammutoliva e mi faceva nascondere la testa sotto le lenzuola, come quando mi ritrovavo a dormire senza la nonna, spaventata dall’idea che qualcosa di tremendamente orrendo si nascondesse negli angoli bui della stanza.

Quando sbuccio le arachidi mi capita di pensare alla fortuna di questi semi che nascono in due all’interno dello stesso guscio. Mi sono chiesta spesso come sarebbe stata la mia vita se mia sorella fosse sopravvissuta. I compagni di gioco non mi bastavano perché i pomeriggi trascorsi con loro scivolavano via troppo velocemente, come pioggia sull’asfalto. Come sarebbe stato avere qualcuno a cui poter confidare che la carne macinata del pranzo era così secca e difficile da inghiottire o che quel vestito rosso di lana fatto a mano mi pungeva troppo per poterlo indossare un giorno intero o che portare i capelli lunghi significava anche trovare parecchi nodi da sciogliere? Non lo so e non lo potrò mai sapere.

So che il metodo più efficace per apprendere è l’imitazione. Si impara a vivere imitando chi ci vive accanto, come in una sorta di palestra in cui ci si allena per poi essere pronti a vivere autonomamente. Io non mi sono allenata abbastanza. Non sono stata figlia abbastanza. Sono dovuta diventare mamma quando ero ancora nel bel mezzo dell’infanzia. Persino un mio compagno di classe, alle elementari, mi chiamava mamma Arianna. Ma io non volevo essere mamma. Volevo essere figlia, sorella, bambina.

L’unico modo che avevo per ritrovare me stessa era allontanarmi, seppur temporaneamente, dall’amara realtà. Non appena potevo, mi piazzavo nel garage al piano terra, dove mi ero ricavata un posticino tranquillo per i miei giochi, accendevo il mangianastri e ascoltavo storie. Le voci narranti che ne uscivano mi facevano da guida, mi prendevano per mano e mi portavano all’interno di racconti fantastici, popolati dai personaggi più disparati. Tessevano le trame di vicende avventurose traboccanti di dettagli, grazie ai quali mi addentravo nei luoghi descritti e partecipavo alle scene insieme ai protagonisti, pur restando nella posizione rassicurante dell’osservatrice.

Tutto era possibile attraverso quelle voci che, giorno dopo giorno, diventavano amiche. Perfino che delle scarpe commestibili crescessero sugli alberi, pronte per essere trasformate in deliziosi manicaretti o che un ragazzino qualunque sfrecciasse nel cielo notturno con il suo motorino volante o che un gatto nero, rifiutato dalla strega per il colore dei suoi occhi, riuscisse a diventare un amorevole micio domestico. Attraverso quei racconti ho scoperto che esisteva anche per me un posto dove poter stare bene. Non avrei mai voluto uscire da quella dimensione immaginaria a cui sentivo di essere saldamente legata. Una promessa di mondi possibili. Ci credevo in quella promessa. Era ben impressa nel mio animo e così allettante da concedermi la speranza in un futuro diverso, in un cambio di prospettiva.

Sono cresciuta con una voglia ardente di riscatto, ripetendomi che sarei stata in grado di scegliere altre strade rispetto a chi mi aveva preceduto, di diventare una persona diversa. Ho investito una quantità di energia incalcolabile per dimostrare ai miei familiari che ne sarei stata capace. Talvolta ho compiuto scelte affrettate, ma sono stata spinta da un motore che mi ha permesso di avviare un processo importante, di imboccare un percorso che mi ha indotto a scostarmi gradualmente dai margini della vita e avvicinarmi di nuovo al centro. Là, dove potrei un giorno raggiungere quelle emozioni che non ho ancora avuto il coraggio di incontrare.

Arianna Righetti

Foto in alto: elaborazione grafica di Erna Corsi

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Arianna Righetti La promessa

Arianna Righetti nasce a vive tuttora a Negrar di Valpolicella, un paese a vocazione vitivinicola in provincia di Verona. La sua infanzia è caratterizzata dai ritmi della campagna e dai giochi all’aperto con gli amici tra i ciliegi e le viti del luogo. I nonni sono costantemente presenti nella sua quotidianità e questo le permette di venire in contatto con le loro esperienze di vita che lei adora ascoltare. All’università sceglie lingue e letterature straniere come piano di studi. Nel 2009 si sposa con Damiano e poco dopo la famiglia si allarga con la nascita dei loro due figli. Arianna continua a coltivare il suo interesse per le storie narrate, per i libri e per gli albi illustrati. Scrivere è la modalità che le è più congeniale per esprimere sé stessa e il suo mondo interiore.

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