Nel saggio Tutte chiacchiere Silvia Falcione racconta la graduale presa di potere delle donne nella letteratura italiana dell’800.
La storia delle donne nella letteratura italiana dell’800 è fatta di quattro movimenti.
Quattro passi graduali, e al contempo rivoluzionari, raccontati da Silvia Falcione nel saggio Tutte chiacchiere. Le voci e i silenzi delle donne italiane di fine Ottocento (8tto edizioni, 2025).
Falcione illustra come, nell’arco di un secolo, le intellettuali dedite alla scrittura e alla discussione dotta siano passate dallo spazio dell’intimità domestica a quello della pagina scritta. Trasformando le «chiacchiere tra donne» in qualcosa di tutt’altro che intimo e civettuolo, piuttosto un modo per denunciare la loro condizione di «secondo sesso» (come l’avrebbe definita, anni dopo, Simone de Beauvoir).

Il salotto è il primo luogo di aggregazione strettamente legato a figure femminili, padrone di casa colte e interessate ad ampliare le proprie vedute. Tramite l’accoglienza – e la protezione, nell’ambito di un matronato che affonda le radici nel Rinascimento – di letterati, artisti, scienziati.
Regno alternativo alle accademie, nel salotto è praticata la conversazione, la lettura ad alta voce, l’intrattenimento musicale. La diffusione di ideali politici rivoluzionari e patriottici.
Pur essendo un ambiente privato, il salotto si apre, dunque, alla sfera pubblica.
Accogliendo frequentatori abituali, viaggiatori di passaggio, giovani intellettuali, costituisce, inoltre, un importante trampolino di lancio per chi vuole farsi strada nel mondo della cultura. Incluse le prime autrici: si pensi alla casa della contessa Clara Maffei, a Milano, frequentata da Verga, Capuana, ma anche Contessa Lara e Marchesa Colombi.
Proprio quest’ultima figura permette di passare al movimento successivo: le pubbliche orazioni.
Maria Antonietta Torriani, nota con lo pseudonimo di Marchesa Colombi, è tra le prime femministe a impegnarsi in pubbliche conferenze, organizzando un vero e proprio tour nel 1870-71 tra Milano, Genova, Firenze, Bologna. Fondamentale, per Torriani, è l’incontro con un’altra fautrice dei diritti delle donne: Anna Maria Mozzoni. Tema centrale dei loro discorsi è l’educazione. Legata, in parte, agli ideali post-risorgimentali, alla necessità di fare gli italiani e le italiane.
Possiamo immaginare come gli occhi dei contemporanei giudichino due donne giovani e non maritate che viaggiano da sole per parlare in pubblico. E non c’è da stupirsi se alcuni dibattiti hanno scarso seguito o vengono addirittura boicottati: il seme, per fortuna, è stato gettato.
Torriani traghetta verso il terzo dei passi in direzione dell’emancipazione letteraria: l’impegno giornalistico.
Medium tra la scrittura privata a quella pubblica, la collaborazione con i giornali, finalizzata all’appagamento economico e al riconoscimento sociale, caratterizza quelle che sarebbero diventate le maggiori scrittrici dell’800 in Italia. Non tutte fautrici di un «femminismo embrionale», o almeno, non tutte allo stesso modo; ma spesso accomunate da un’ironia più o meno spiccata. Con la quale denunciare, attraverso il sorriso, i travagli della vita femminile dell’epoca.
Accanto a Torriani – che sposa Eugenio Torelli Viollier, fondatore del Corriere della sera, del quale è collaboratrice – ad arricchire le fila delle giornaliste troviamo Contessa Lara (pseudonimo di Evelina Cattermole), Matilde Serao (prima donna a dirigere un quotidiano in Italia, Il Mattino) e altre. Autrici che cercarono di forzare i limiti dei temi ritenuti adatti al loro genere, come gli articoli di moda e bon ton, per addentrarsi in questioni più sostanziali – il ruolo della donna nella società, ad esempio. Coinvolte nella gestione organizzativa, ma anche nelle scelte grafiche e nella distribuzione commerciale.
Se le donne cominciano a scrivere su giornali e riviste è perché altre donne cominciano a leggerli. Creando un circolo virtuoso di mutuo confronto che costituisce un elemento non da sottovalutare nel processo di alfabetizzazione culturale. Sebbene si tratti pur sempre di una élite di fruitrici.
Come anticipato, molte giornaliste impegnano la loro penna in opere letterarie.
Tuttavia rimane l’impressione che il professionismo femminile nella scrittura dell’800 sia una «galassia sommersa» – come scrive Antonia Arslan – dalla quale emergono pochissimi nomi, quasi tutti già citati: Marchesa Colombi, Contessa Lara, Matilde Serao, Neera (pseudonimo di Anna Radius Zuccari) etc.
Permangono, inoltre, stereotipi sulla scrittura delle donne. Come la supposta incapacità di dedicarsi a generi troppo complessi e la necessità di limitarsi alla narrativa epistolare, diaristica o al romanzo rosa, con il suo corollario di personaggi e situazioni stereotipate. Volte a ripristinare un ordine iniziale – maschilista – rotto dall’eroina e ricomposto tramite una tragica morte o, più spesso, un matrimonio da lieto fine.
Laureata in Filosofia ed Editoria, Silvia Falcione lavora in una libreria e collabora con l’ISRAL di Alessandria. Il suo saggio, arricchito da un’introduzione di Roberta Cesara e da un approfondimento di Maria Vittoria Vittori, è agile e piacevole. Dà spazio a ulteriori indagini, grazie alla preziosa bibliografia, e a riflessioni: la storia delle donne nella letteratura va messa in luce e le loro conquiste mai date per scontate. Tramite una maggiore apertura del canone alle scrittrici, la lettura delle opere – individuale, nei circoli di lettori, nelle scuole – e la condivisione di informazioni. Perché no, anche sui social.
Silvia Roncucci
Foto in alto: Marchesa Colombi (Liber liber)
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