L’autrice nel libro racconta la propria storia e le difficili condizioni di vita delle donne in Afghanistan senza filtri.
La bambina di Kabul (Piemme, 2024) di Saliha Sultan è il racconto di un viaggio dall’Afghanistan all’Italia che abbraccia l’arco di tempo che va dall’infanzia all’età adulta, entrambe fasi che hanno reso l’autrice la donna che è oggi.
La scrittrice mescola ricordi di quando era piccola a episodi della sua vita attuale. In questo modo crea un’oscillazione fra passato e presente che in qualche modo ci fa vivere insieme a lei. Ci parla di sé, della sua famiglia, dell’invasione dei talebani, del suo arrivo in Italia, e lo fa in un modo così coinvolgente da catturare subito l’attenzione.
Questo libro è un trionfo di coraggio, caparbietà e resilienza. Chi legge entra in connessione con le vicende e con le persone perché sono reali, sono esperienze ed emozioni in cui possiamo riconoscerci e riconoscere gli altri.
Saliha è una bambina quando i talebani irrompono nella sua scuola ed è una bambina quando si finge maschio per proteggere la sua famiglia. Costretta a crescere troppo in fretta, dimostra sin dal principio quanto sia forte e determinata.
E questi aspetti li ritroviamo quando a sedici anni partecipa a una trasmissione radiofonica ed esprime liberamente le proprie idee, sebbene questo poi le abbia causato una serie di problemi costringendola a ritirarsi.
Ma Saliha di stare zitta non ne ha la minima intenzione. Ha una voce e vuole essere ascoltata. Eppure ha un limite: vive in un mondo che costringe le donne all’immobilità, che vuole mogli ubbidienti e madri efficienti, che pretende che le donne abbandonino ogni desiderio.
Uno dei tanti – e purtroppo assai diffuso – metodi attraverso cui le donne vengono oppresse è impedire loro l’accesso all’istruzione. Per me questo argomento è un nervo scoperto perché mi sta particolarmente a cuore e questo libro mi ha fatto capire ancora di più la criticità della situazione.
L’autrice scrive: «[…] una donna istruita evolve. E sceglie. E se la donna potesse scegliere, di certo sceglierebbe la libertà.»
Una donna istruita è una donna che pensa e dunque che agisce. Una donna che agisce è un pericolo per la società maschilista e misogina.
Secondo una recente stima dell’Unicef in Afghanistan 2,2 milioni di ragazze non hanno un’istruzione scolastica. Oggi vige ancora il divieto di istruzione secondaria per le ragazze e, stando al rapporto, se continuerà così entro il 2030 oltre quattro milioni di ragazze non avranno diritto all’istruzione.
Basti pensare alla tremenda prospettiva per cui le bambine che non vanno a scuola già a undici anni possono andare in sposa. Una bambina deve giocare, guardare con meraviglia il mondo attorno a sé, passare del tempo prezioso sui libri.
Nessuna donna a prescindere dall’età, dal luogo di origine e dalla religione è nata per servire gli uomini. Le donne, come scrive l’autrice, «sono la speranza che pulsa indomita, la possibilità di cambiare il corso delle cose.»
Milioni sono le donne che non possono scegliere, donne il cui presente è segnato e il futuro è stroncato. Milioni, un dato che fa rabbrividire. Quanti talenti, quanti sogni e quante speranze ci sono in questo immenso numero ma che non hanno la libertà di potersi esprimere.
L’autrice stessa si è ritrovata in un matrimonio che l’ha quasi uccisa. L’ex marito non sopportava l’idea che lei avesse scelto la libertà, che avesse seguito quella voce che non si era mai spenta ma solo assopita, che avesse riscoperto il suo antico coraggio.
Quella determinazione che l’ha sempre accompagnata sin da bambina le ha permesso di resistere, di lottare per la figlia e di ricostruire la propria vita.
Questo è stato possibile anche grazie alle meravigliose donne che l’hanno affiancata: la saggia nonna Adee (che io ho adorato), la madre che anche a distanza è stata presente, la sorella maggiore Lemah, la cugina Zarina che si prodiga per le altre donne. E poi, infine, la figlia.
A lei l’autrice dedica una bellissima lettera nel finale in cui la sprona a non accettare di essere vittima, di non affidare il suo destino a un uomo, e la incoraggia a essere felice e libera. Questa lettura mi resterà nel cuore per sempre. Mi ha colpita nel profondo e porterò con me quanto ho appreso.
Nella parte conclusiva del libro Saliha Sultan scrive: «Aspetta sempre l’alba, perché arriva.» E quell’alba è fatta di donne che si stringono e resistono al buio che le vuole sopraffare. Perché se c’è una certezza a questo mondo è che le donne non smetteranno mai di lottare.
Altea Fiore
Foto in alto: Copertina del libro “La bambina di Kabul” di Saliha Sultan
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