Una madre single si adopera come può per sopravvivere tra le difficoltà della vita, ma un giorno tutto il suo mondo le crolla addosso.
C’è un modo di dire in Toscana che recita così: «Agli zoppi grucciate», ovvero a chi sta male va anche peggio. È quello che ho pensato fin dai primi minuti del film Straw, uscito nel giugno 2025 per Netflix.
Janiyah Wiltkinson è una cassiera di un piccolo supermercato. Vive in uno squallido appartamento, dal quale la proprietaria l’ha sfrattata. Madre single di una bambina malata, non ha un soldo, e il suo titolare è un tiranno senza la minima empatia. Una mattina va a scuola, dove i servizi sociali le dicono che hanno portato via sua figlia. Torna a casa e scopre che la proprietaria le ha fatto vuotare l’appartamento, buttando tutto in strada.
Disperata, raccoglie alcune cose della bambina e corre al lavoro a chiedere il suo assegno, per poter riavere sua figlia. Ma lì assiste a una rapina in cui il titolare e il rapinatore muoiono. Janiyah recupera il suo assegno e va in banca per incassarlo, ma la scambiano per una rapinatrice. E questo è solo l’inizio della storia.
Come prosegue non ve lo dico, ma vi assicuro che sentirete costantemente una stretta al cuore. Guardando Straw si ha la sensazione di assistere a qualcuno che nuota controcorrente. Janiyah nuota come una disperata ma viene spinta indietro senza che sia riuscita ad avanzare anche solo di mezza bracciata. Sul suo cammino avrà la fortuna di incontrare qualche boa alla quale aggrapparsi (la direttrice della banca, la detective incaricata delle indagini, una collega, un senzatetto). Loro non molleranno mai la presa. Fuori e dentro la vicenda saranno gli appigli per scoprire la verità, che già sembra scritta ma che, invece, è quanto di più lontano si possa immaginare. Quelle persone, specialmente la direttrice e la detective, andranno al di là di quello che sembra. Ognuna mossa da ragioni diverse, non si fermeranno alle mere apparenze, come invece fanno altri personaggi (che, per inciso, arriverete a odiare).
Oltre a una storia a tratti straziante, che dipinge perfettamente una condizione sociale di cui in quei film «è tutto bello e in America si sta benissimo» non si parla mai, c’è anche una forte denuncia razzista. La maggior parte dei personaggi è nera, gli unici personaggi bianchi sono i poliziotti che non mostrano la minima empatia per Janiyah. Per loro è colpevole, è una rapinatrice, va eliminata.
Non ascoltano la storia, nemmeno le opinioni della detective che ha seguito l’indagine dall’inizio (ma d’altronde è donna e nera). Ma c’è anche un bellissimo esempio di vicinanza femminile. Quel riconoscere un dolore e mettersi lì accanto per sopportarlo insieme. Io non conosco te, tu non conosci me, ma io lo vedo quel dolore e non ti lascerò sola. Ti aiuterò a accettarlo e ad affrontarlo. È questo che mi è rimasto più di tutto alla fine della visione del film, quell’esserci incondizionato.
In rete ho letto recensioni che tacciano questo film di opportunismo emotivo, esagerazione, forzatura. Magari è anche vero, ma non credo lo sia più di un film che parla dell’epopea degli eroi di guerra, per esempio. La macchina dello spettacolo è questo, dopotutto. Io ho trovato Straw un film commovente e doloroso, se questo era l’intento di chi ha creato il progetto ben venga. L’interpretazione di Taraji P. Henson è intensa e toccante e la storia non si limita a una trama dalla lacrima facile, va molto oltre, per chi sa vedere. Personalmente ne consiglio la visione, ma preparatevi a un po’ di bruciore di stomaco e a un intenso momento di cruda verità.
Serena Pisaneschi
Foto in alto: Una scena del film da Vanityfair.it
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