La poesia nel dì di domenica: di nuovo insieme ad Ana Cristina Cesar

Ana Cristina Cesar
La sua è una necessità di comunicazione. Le parole come una strada, un mezzo, non un fine.

Nel tentativo di trovare le parole giuste per descrivere Ana Cristina Cesar, mi affido a quelle di  Massimiliano Damaggio: «È raffinata, colta, maestra del linguaggio. Non si può pensare, leggendola, che sia una “istintiva”. No. Questo per la sua formazione di filologa e traduttrice. Viveva insomma profondamente nel mondo astratto della parola. Il mondo della parola è davvero pericolosamente astratto per chi ci vive dentro ogni giorno, e lo riduce a mestiere.

Ana C. non è descrivibile. La sua scrittura è totalmente il suo corpo, l’aria stessa che respira. La vita afferrata nel momento in cui accade. Non è una poeta “maledetta”, in preda al delirio della vita trasfigurata dall’arte. Non è né in preda al delirio né trasfigurata da nulla: è una donna che vive, nuda, di fronte a tutto… Ana C. nelle sue poesie, nella sua corrispondenza immaginaria: si mette a parlare con me, che la leggo. Vuole costruire, insieme a me, il testo.»

La poeta ci accompagna dentro un universo intimo e disarmante, dove ogni verso sembra nascere da un’urgenza reale, da un bisogno autentico di condivisione e ascolto.

Dopo Conto alla rovescia e Scintilla, questa domenica vi invitiamo ad ascoltare, dalla voce di Serena Betti,  Quasi, che la poeta ha scritto all’età di 16 anni.

Debora Menichetti
Foto in alto: Ana Cristina Cesar (fonte: rivista Cult, foto di Lewy Moraes/Folhapress)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Quasi

Un pomeriggio cremoso
cuore, batti; come chi
è innamorato o ha bisogno di
scrutinare pagine vergini.
C’è un autunno languido
che ticchetta fra nuvole
di lentezza; c’è una
coppia di rondini che
si cerca fra antenne e
parafulmini; c’è un
uomobinocolo in camicia
blu, in cima a un terrazzo,
che violenta finestra dopo
finestra;
voci surrealiste di
bambini alzano il volo
dietro uno stendino; vol-
teggia un avvoltoio solitario,
forse a caccia di carogne nel
crepuscolo.
i sogni che tratteggiano
vecchi mari non sono più
di quell’antica finitezza; e
essere, in questa mezzora, è
sbucciare senza molta fretta,
è interpretare nuances di
magia.
quale mistero ingravida questa città?

(traduzione di Massimiliano Damaggio, con un aiuto di Luca Elli)

Se questo articolo ti è piaciuto condividilo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *