Comunicazione: screditare non ci assolve dalle nostre mancanze

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Distruggere è molto più facile di creare. Minimizzare il valore altrui quando ci sentiamo in difetto non (ci) aiuta a crescere.

Per lo strepitoso successo di Stefania Costantini e Amos Mosaner nel doppio misto di curling abbiamo gioito, ci siamo entusiasmate e abbiamo manifestato il riconoscimento che meritano per diverse ragioni, se ve lo siete perso qui lo potete rileggere. Ci sono state però persone che si sono espresse diversamente, come ad esempio il direttore del Corriere dello sport Ivan Zazzaroni che ha commentato «una scopa con un bollitore, ma come siamo ridotti?» Mi domando come un direttore di un giornale sportivo, un professionista che si presume si intenda sia di sport che di comunicazione, possa esprimersi in questo modo. Può essere stata una battuta infelice o anche solo una strategia per attirare l’attenzione se, come si dice in pubblicità, l’importante è che se ne parli, ma possiamo anche sfruttare l’occasione per una riflessione.

Quando raggiungiamo un obiettivo importante, un successo per il quale ci siamo impegnatə, quali sono le reazioni di chi ci circonda? Ci sono congratulazioni, sorrisi, abbracci e pacche sulle spalle, ma c’è sempre quel qualcuno che invece tende a minimizzare, a millantare che per raggiungere quel risultato tu abbia goduto di facilitazioni. Alcuni usano attribuire il successo alla fortuna o che siano stati trascurati altri imprescindibili e sacri doveri, magari di moglie e madre. Si tratta di atteggiamenti che in sostanza sottintendono che un merito non ci sia e che, in ogni caso, dimenticano che per quel risultato è stato necessario dell’impegno, magari anche tanto.

Modalità analoghe sono quelle del responsabile che assegnando un lavoro da svolgere dice che «tanto ci vogliono cinque minuti». La stessa minimizzazione che viene riservata alle mille attività quotidiane della vita domestica, spesso di appannaggio femminile: «che ci vuole a fare una lavatrice?». I soliti cinque minuti. Sono tutti casi in cui l’impegno altrui, tanto o poco che sia, viene minimizzato, quindi non valorizzato, se non addirittura giudicato. Un antico detto indiano sostiene che «prima di giudicare una persona occorre camminare nei suoi mocassini per tre lune»; un antico adagio che deve essere sfuggito a chi si relaziona con gli altri con le modalità comunicative di cui sopra.

L’essere umano è per sua natura in relazione e comunicazione con gli altri; questi scambi lo formano e lo trasformano. Basti pensare a quanta influenza abbiano le modalità comunicative dei genitori nei confronti dei figli e del loro sviluppo mentale, emotivo, psicologico e persino biologico. Il bambino cresce e apprende rispecchiandosi prima nei suoi care giver primari e poi in tutte le altre figure che incontra fra gli amici, nella scuola e negli altri ambienti di socializzazione. Crescendo costruisce la sua identità e la sua autostima anche sulla base dei feedback che riceve dagli altri; se questi riscontri non tendono a valorizzare ma a sminuire il risultato, ne risente. Se queste modalità sono un’abitudine, e non vale solo per i più piccoli, sarà anche facile credere che sia vero, che il successo non sia quindi da attribuire all’impegno ma al caso, ad altre circostanze o alla fortuna.

Personalmente credo che la fortuna ci possa aiutare solo con il gratta e vinci, il resto è per lo più questione di impegno e di scelte che è giusto riconoscere, soprattutto perché sono di qualcun altro.

Paola Giannò

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