Jeraldine Loïs Zongo, la creatrice. Reportage dal Ca’ Roman Music Village

Jeraldine Loïs Zongo
Le percussioni acquatiche dell’artista camerunense in un gioco di interazione tra aria, corpo e acqua per un viaggio verso la rinascita. Dal secondo numero de L’Altro Femminile, donne oltre il consueto

Per scrivere questo articolo non posso far altro che mettere in sottofondo l’album Shin-On di Massimo Mazzotti, musicista sconosciuto e che probabilmente per vivere ha cambiato mestiere o è emigrato. Un suo vecchio lavoro del ’95 registrato per la biennale di Venezia di allora. Le tracce sono: Onde, Rifrangenze, Passaggio a Sud-Est, Mirage, Echi, I Naviganti, Blu. Insomma tutto inerente all’acqua. E non per caso. Cosa c’entra un vecchio album della Biennale di Venezia con una certa Jeraldine Loïs Zongo? Perché Loïs Zongo è figlia e moglie dell’elemento acqueo. Occorre iniziare da un po’ più lontano. Seguitemi in questo viaggio verso la rinascita.

Partiamo dalla terraferma veneta dove Luca Xodo, uno degli organizzatori dell’evento chiamato Ca’ Roman Music Village, ci dice: «Ca’ Roman nasce come seminario estivo di body percussion nell’estate del 2014. Un gruppo di dodici persone si è ritrovato per approfondire il legame tra ritmi creati attraverso il corpo e la voce. Dal 2018 la scuola di specializzazione in musicoterapia “G. Ferrari” di Padova ha iniziato un nuovo percorso con i seminari estivi dedicato alle espressioni musicali che possono essere utili in contesti di cura. Nell’organizzare ogni Summer Camp facciamo molta attenzione al rapporto musica e ambiente. Il paesaggio sonoro è per noi un elemento concettuale e attuativo in molte proposte. Lo spazio aperto, il vento e l’acqua sono elementi di base per un intervento creativo da parte dei partecipanti. Loïs e l’acqua si inseriscono naturalmente nel rapporto essere umano ambiente e musica. Sottolineo “essere” umano come elemento di ascolto e percezione dello spazio e delle persone che lo abitano. I seminari sono dedicati ai musicisti e musicoterapeuti che vogliono vivere la musica come esperienza condivisa a livello gruppale. Fondamentale per noi è l’incontro attraverso la musica dell’altro e creare inclusione.»

Detta così sembra semplice, ma dove si trova Ca’ Roman? Sorrido mentre penso al lungo viaggio che ho fatto per raggiungerla. È un’appendice dell’isola di Pellestrina al largo della Laguna di Venezia. Se Venezia è fuori dal mondo, la nostra destinazione lo è a maggior ragione. Per raggiungerla bisogna arrivare ovviamente prima alla città dei Dogi, possibilmente in treno; da lì prendere un battello che porti al suo Lido. Da qui salire su un bus che attraversi tutti i 12, 2 km di lunghezza dell’isola del Lido e i circa 12 di Pellestrina passando dall’una all’altra isola mentre il bus sale sul ferry-boat. Una volta raggiunta l’ultima estremità di Pellestrina si aspetta un vaporetto che aiuta a percorrere gli ultimi due km di verso Ca’ Roman.

Raggiunta la nostra meta non troveremo auto o wi-fi e i telefoni non prendono bene. Il mondo come lo conosciamo è altrove. Lì vi si trova una ex colonia con ancora tutti gli impianti funzionanti – cucina compresa – che si possono prendere in gestione per eventi particolari come il Music Village dove sono andata per incontrare Jeraldine Loïs Zongo. Arrivo, scarico lo zaino davanti alla porta di quella che sarà la mia stanza in condivisione con altre organizzatrici e Luca mi conduce subito al centro di socializzazione del villaggio: la cucina, e mi dice tutto fiero: «Qui sì che siamo matriarcali: gli uomini in cucina e le donne a fare arte!»

Ed effettivamente vengo condotta dal cuoco che mi chiede subito se sono onnivora, vegetariana o vegana. A ognuno il suo piatto. Loïs è seduta all’esterno su una panca, con una maglia bianca, bellissima ed eternamente giovane. Mi avvicino e le chiedo se posso farle una fotografia. Parla francese e forse ci sarebbe bisogno di un interprete ma col suo inglese e un po’ di francese si fa capire benissimo. Ci presentiamo e le chiedo se è disposta a rispondere a qualche domanda.

Innanzitutto chi è Jeraldine Loïs Zongo?

«Sono nata in Camerun e sono una percussionista d’acqua, arte che mi è stata trasmessa da mia madre, come da sua madre prima di lei e così di generazione in generazione indietro nel tempo fino ai tempi ancestrali.»

E lei ha insegnato a sua volta questa arte a sua figlia?

«Certamente, fin da quando era piccolina.»

Da quanto tempo suona percussioni acquatiche?

«Non ho memoria, fin da piccolissima. Per noi, per il nostro villaggio il rapporto tra le donne e il fiume è sempre stato fondamentale e viene insegnato fin dai primi vagiti, ero davvero piccola quando ho cominciato e non posso dire quanti anni avessi.»

Cos’è cambiato da quando era piccola lei a ora?

«Purtroppo le cose sono cambiate molto, non tanto perché una volta era una pratica rituale per ringraziare gli elementi e gli spiriti della natura, ma perché con l’inquinamento il fiume non è più praticabile. Un tempo l’acqua del fiume si poteva bere, adesso non è più possibile. Quando ero piccola io, per ogni cosa si andava al fiume, per lavare i panni, per prendere l’acqua per cucinare, per lavarsi. Adesso ogni villaggio ha il suo pozzo e il fiume è stato abbandonato. Questa è una cosa che vorrei far cambiare. Quando torno in Camerun mi organizzo con le donne del villaggio, andiamo a pulire le rive del fiume e ci dedichiamo a un po’ di musica come una volta, ovviamente non più a scopo rituale ma a scopo musicale e ludico.»

È vero che vive a Parigi?

«Sì, è vero, da quindici anni ormai, ma sono stanca e vorrei tornare in Camerun, anche per portare avanti il progetto di ripristino dei rapporti tra le donne e il fiume.»

Nessun uomo suona l’acqua?

«No, è una peculiarità esclusivamente femminile. Siamo noi le spose dell’acqua.»

Non avrei mai immaginato che si potesse suonare l’acqua…

«Eppure anche nell’arcipelago Vanuatu, nel Pacifico, ci sono donne che suonano l’acqua, la differenza è che le donne Vanuatu tengono tutte lo stesso ritmo, mentre nella musica Akutuk, la nostra musica, ogni donna o gruppo di donne tiene ritmi diversi venendo a formare una composizione sonora molto più strutturata.»

Mi ha detto di avere una figlia grande, quindi non può avere i trent’anni che dimostra. Come fa a mantenersi così giovane, Loïs?

«Conosce la storia delle raccoglitrici di perle giapponesi? Si chiamano Ama e si buttano in acqua con la mascherina ma rimanendo in apnea per tutto il tempo, sono venerande, ora nessuna giovane fa più quel mestiere ma le Ama rimaste sono eternamente giovani. È l’acqua a mantenerci giovani. Per fortuna anche da quando vivo a Parigi ho sempre avuto una piscina vicino a casa o una vasca nell’appartamento, sarei morta senza acqua. Akutuk è anche una pratica di muta; come i serpenti cambiano la pelle, fare Akutuk ti fa cambiare la pelle e ringiovanire.»

Arriva il momento di decidere dove si terrà il workshop di Akutuk e Loïs e Luca vanno in avanscoperta sia in spiaggia sia sulle rive della Laguna. In questi giorni tira aria di Bora e l’acqua ha onde che non consentono un buon approccio musicale quindi optano per la Laguna che resta sempre quieta.

Il workshop inizia nell’edificio centrale della colonia, quello riservato agli eventi, in cui ci fa una lezione su come deve essere il livello dell’acqua, su come le mani devono entrare in acqua per creare l’effetto percussivo, la posizione del corpo e l’atteggiamento generale. Lei è vestita da capo a piedi, noi tutte in costume, forse non abbiamo capito qualcosa.

Ha fiori alle orecchie e ciuffi di erba nei capelli, è elegante, vestita di nero, sembra una pantera, ci dice che fare Akutuk è come andare a sposarsi quindi se sul cammino incontriamo qualcosa di bello con cui adornarci non esitiamo, è il nostro momento magico dell’incontro con l’acqua, dobbiamo essere splendide.

Camminiamo e raccogliamo fiori, rami di alberi frondosi, pezzi di natura che possono fare al caso nostro e raggiungiamo la riva della Laguna. Purtroppo l’acqua è bassa e la lezione si svolge prevalentemente da sedute fino a quando Loïs si arrende: non si può insegnare in queste condizioni perché quando la mano si infila nell’acqua tocca il fondo e il suono ne esce sporco. Quindi ci fa fare un rituale in cui lei si fa portavoce dell’acqua che chiede scusa per le brutte condizioni in cui si trova. Ci dice che con l’acqua dobbiamo avere pazienza.

Infine ci fa un piccolo show spiegandoci, mentre suona, quali sono le differenze tra un sistema e un altro. Nessun uomo è venuto con noi, gli uomini sono rimasti tutti al campus a cucinare e a lavorare per altri workshop.

Laura Massera

Foto in alto: Jeraldine Loïs Zongo

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