La regina degli scacchi: Beth Harmon e il “gambetto di donna”

La regina degli scacchi
«Fu la scacchiera a colpirmi. Esiste tutto un mondo in quelle sessantaquattro case. Mi sento sicura lì. Posso controllarlo, posso dominarlo ed è prevedibile. So che se mi faccio male è solo colpa mia.» 

La regina degli scacchi (The Queen’s Gambit) è una miniserie televisiva drammatica statunitense creata da Scott Frank e Allan Scott, distribuita nel 2020 da Netflix e basata sull’omonimo romanzo del 1983 di Walter Tevis, il cui titolo originale si riferisce al “gambetto di donna”, una delle più popolari aperture scacchistiche. La serie esplora la vita di Beth Harmon, una bambina prodigio, e ne segue le vicissitudini dall’infanzia fino all’età adulta, mentre lotta contro la dipendenza da alcol e psicofarmaci nel tentativo di diventare campionessa mondiale di scacchi. 

Intensa l’interpretazione della protagonista, Anya Taylor-Jo; il suo volto comunica tutte le emozioni e gli stati d’animo del personaggio che per vincere le ingiustizie del suo passato usa gli scacchi come mezzo di sfida, non tanto nei confronti dell’avversario quanto verso se stessa. Beth sceglie gli scacchi come fuga dalla solitudine perché è dotata di una mente schematica e matematica. Gli scacchi sono per lei lo strumento ideale; infatti, in un’intervista a una giornalista che le fa domande molto intime, dichiara: «Fu la scacchiera a colpirmi. Esiste tutto un mondo in quelle sessantaquattro case. Mi sento sicura lì. Posso controllarlo, posso dominarlo ed è prevedibile. So che se mi faccio male è solo colpa mia.» 

Un ruolo chiave nella storia è ricoperto dal signor Shaibel (Bill Camp), il custode del collegio dove Beth trascorre l’infanzia, uomo burbero e solitario che comprende la straordinaria dote per gli scacchi della bambina e solo per questo le permette di avvicinarglisi, decidendo di insegnarle le regole del gioco, in particolare le aperture. All’età di quindici anni, Beth è adottata da una donna depressa e da un uomo schivo che spesso lascia sola la moglie per motivi di lavoro. È da qui che inizia la sua storia come scacchista, come donna indipendente e vincente; la sua forza è immaginare le partite nella mente e prevedere le mosse future proprie e dell’avversario. La dipendenza da psicofarmaci e alcol inizialmente alimenterà le sue visioni e la spregiudicatezza del suo metodo di gioco vincente; in seguito, però, si rivelerà una debolezza che la porterà alla sconfitta non solo nel gioco ma anche nella vita privata: la corazza che si era costruita si sgretola e Beth perde il controllo sulle proprie emozioni. 

Le sette puntate, ambientate tra gli anni ‘50 e ‘60, sono ricche di coinvolgenti accadimenti e personaggi singolari che ruotano intorno a Beth che, da piccolo genio degli scacchi, arriva a essere una giovane donna indipendente e campionessa mondiale. È una serie che non ti permette di distogliere l’attenzione e Beth Harmon è messa in rilievo senza sminuire la figura femminile, cosa non affatto scontata visto il periodo in cui è ambientata. In particolare, ciò che più mi ha colpito è l’uscita trionfante di una donna da un ambiente prettamente dominato dalla figura maschile, che ammette di aver sottovalutato l’avversario e, con la stretta di mano finale, dà un chiaro e positivo segnale di rispetto e di riconoscimento. 

Debora Menichetti 

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