Le buone intenzioni di Monica Mazzone: geometria come atto creativo

Monica Mazzone-le buone intenzioni
Una ricerca artistica che indaga l’esistenza, un’esposizione ospitata in uno studio d’artista “abitato” da opere, un dialogo artistico per presentare al visitatore un contesto armonico che lo conduca a nuove visioni e ascolti.

L’artista Monica Mazzone, in preparazione dell’esposizione Le buone intenzioni, in mostra a Verona all’Atelier Alice Voglino dal 6 maggio al 12 giugno 2021, dialoga con la curatrice Cristina Cuttica della sua arte.

CC: Monica, su cosa si concentra la tua ricerca artistica?

MM: «Il mio lavoro indaga temi esistenziali come la questione dell’identità, la capacità di espressione individuale e il rapporto fra sé e il mondo, proponendo lo studio geometrico come principio guida dell’atto creativo. Da sempre la geometria riveste una funzione filosofica di esplorazione interiore, basti pensare a La Repubblica di Platone, agli studi pitagorici o alla scienza matematica cosmica per la grande trasformazione: un metodo di osservazione, dal microcosmo inconscio e sentimentale al macrocosmo dei rapporti matematici presenti in natura. La geometria emotiva, questo il termine che ho coniato per indicare la mia ricerca, è un percorso di misurazione empirica degli stati emozionali, un discorso aperto e passionale di conoscenza del mondo in cui tento con ogni strumento, tecnico, compositivo e di senso, di appiattire la mia presenza in un ossimorico gesto di ricordo talvolta mistico e spirituale del mio esserci. È un racconto fisico e oggettivo del territorio quotidiano che occupo, lo spazio che invado, in cui poter scorgere frammenti di un paesaggio intimo.»

CC: I tuoi lavori sono quindi la descrizione di un sentire intimo e personale; puoi descriverci il tuo processo creativo?

MM: «Parto da un concetto empirico e lo unisco all’idea di esprimere visivamente e di contenere un’emozione; frequentemente i lavori li sogno, forme semplici che si contorcono e linee dell’orizzonte tonde che si assemblano. Ciò che viene raffigurato è il risultato logico di un processo matematico totalmente arbitrario: invento dei veri e propri sistemi algebrici di riferimento collegati alle proporzioni delle parti del mio corpo, con un esplicito riferimento alle proiezioni ortogonali nello spazio euclideo. In sintesi, pagine e pagine di numeri ed espressioni che disegnano letteralmente linee rette e curve con una connotazione umorale. Il disegno di una emozione. Spesso lavoro su progetti site specific, partendo dallo studio della planimetria del luogo in cui i lavori verranno esposti, rifletto sul concetto di spazio come territorio personale in relazione alla percezione delle entità che solitamente denominiamo dimensioni.»

CC: Cosa rappresenta per te il calcolo matematico?

MM: «Fin da piccola ho amato i numeri, mi affascina il valore simbolico, la ricerca mistico-spirituale che li definisce e poi, se ci si pensa, è davvero difficile circoscriverne il significato: puoi dire a cosa serve un numero, molto più complesso esprimere la definizione ontologica. Il calcolo è il mio anti-stress e la mia tortura al tempo stesso. Mi costringo alla massima precisione sia nella creazione delle funzioni che generano le forme che nell’esecuzione vera e propria dei lavori. La matematica è lo strumento con cui poter razionalizzare anche le emozioni più violente, è la pura creatività, l’osservazione delle regole che governano tutte le cose e il loro ritmo.»

CC: Quale messaggio intendi comunicare con i tuoi lavori?

MM: «Non credo ci sia un vero e proprio messaggio, piuttosto è la dichiarazione di una ricerca intima che esige di essere mostrata per riconoscersi. Essenzialmente ciò che mi spinge a creare queste costruzioni geometriche è la necessità di un Amore totale coadiuvata dall’ossessione per il controllo, con il desiderio di proporre un linguaggio quasi universale in cui la geometria mette in gioco un magnetismo che può essere percepito più che compreso. Non per forza mi sento chiamata a interpretare realtà visive, cerco invece di tradurre delle sensazioni non sempre comunicabili rappresentando ciò che solitamente costruisce. Sono una persona molto impulsiva e passionale, nonostante i miei lavori possano sembrare a un primo sguardo privi di calore e turbamento. L’estrema e dirompente violenza di una linea retta è sicuramente ovvia per me. Puoi sentire il dolore di un angolo?»

Monica Mazzone, 2020. Foto di Cosimo Filippini

CC: Il colore viola, verde, indaco sono i 3 colori utilizzati nei tuoi lavori: perché?

MM: «La palette che utilizzo prevede un binomio cromatico, spesso con sfumature accese, che sottolinea l’aspetto sentimentale del lavoro, in antitesi alla freddezza del disegno. Viola e verde sono i miei colori preferiti da sempre, portano alla luce numerosi ricordi d’infanzia, sono legati a una simbologia personale che ho istintivamente costruito negli anni. In termini di sviluppo del lavoro queste tinte si incontrano in un unico punto che è il blu, inteso come possibilità di fusione degli squilibri. Non posso non nominare l’importanza delle campiture grigie, simili alle lastre di alluminio che uso per le sculture, silenzio metaforico dell’autosservazione.»

CC: Le tue mostre prevedono sempre la presenza di un’opera tridimensionale a rappresentare una fisicità volumetrica: ci puoi spiegare meglio questa tua necessità? Inoltre, i tuoi lavori contengono spesso alluminio: c’è un motivo specifico?

MM: «Nel mio lavoro progetto e realizzazione stanno sullo stesso piano, non esiste una priorità, così come non faccio distinzione fra lavoro bidimensionale e tridimensionale. Il punto è raggiungere la trascrizione di un processo concettuale e percepire all’interno dello spazio, in modo quasi tautologico, ciò che è raffigurato. L’utilizzo dell’alluminio tocca vari aspetti, ad esempio la cromia, che come ho precedentemente detto indica la desaturazione del pensiero, ma al contempo riflette i colori di ciò che sta intorno variando la propria tonalità. Importante per me è anche la possibilità di disegnare sulle lastre come se si  trattasse di un foglio di carta o di una tavola, in contrapposizione allo sviluppo di forme tridimensionali nel luogo fisico, anche di grandi dimensioni.»

CC: Qual è il messaggio che vuoi trasmettere con la mostra Le buone intenzioni?

MM: «Le buone intenzioni sono gesti sottili di dichiarazione del proprio essere. La diversità di forme molto semplici spogliate di ogni struttura, costruzioni nude dotate di una volontà propria, una personificazione dell’oggetto geometrico mentale che interagisce con l’attorno e si appropria del mezzo espressivo. Il titolo fa riferimento anche alla volontà di confrontarmi con dipinti con sfondi scuri e di dimensioni ridotte, prediligo di solito ampie superfici. La serie nera, qui presentata per la prima volta, ha stravolto l’ordine con cui dipingo le velature che mi permettono di ottenere una texture quasi totalmente priva del mio gesto pittorico, obbligandomi a ragionare al contrario. Penso anche che il fondo scuro oggettivi maggiormente le presenze geometriche nello spazio del dipinto. La possibilità di trovare un orientamento nel buio.»

CC: Su cosa stai lavorando? Hai altre esposizioni in programma?

MM: «Sto lavorando a un nuovo progetto, una serie di sculture a muro che presenterò nella prossima mostra in Italia e poi, se le restrizioni lo permetteranno, tornerò a New York per il solo show presso la NARS Foundation che è stato forzatamente posticipato dato il momento.»

La mostra Le buone intenzioni apre al pubblico giovedì 6 maggio 2021 all’Atelier Alice Voglino, in Corso Milano, 23 a Verona, dalle ore 17:00 alle 20:00. Visitabile su prenotazione al numero +39 3407998911 (telefonata, sms, whatsapp) fino al 12 giugno 2021 con i seguenti orari: dal lunedì al venerdì ore 15:00 – 19:00. Ingresso agli spazi espositivi, su prenotazione e come da normative Anti-Covid attualmente vigenti. L’esposizione è organizzata da Manuel Zoia Gallery di Milano, galleria che propone l’arte contemporanea in contesti urbani e lavorativi di differenti città del territorio nazionale. Per informazioni: info@manuelzoiagallery.com.

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