Il tetto previsto dal governo riapre il confronto su autonomia, inclusione, lingua italiana e libertà di scelta delle famiglie oggi.
Sulla scuola si sono sempre esercitati tutti i politici di qualunque colore. Programmi tagliuzzati o ingrossati, materie rinominate, inglese santificato e poi male insegnato, tecnologie costose e poco utilizzate. Negli anni, i e le docenti hanno continuamente aggiustato il tiro del loro lavoro, assimilando, come poche altre categorie, nuovi contenuti e procedure.
Ma la vera cifra del cambiamento, quella più scoperta, potrebbe vedersi a breve. Un cambiamento che minerebbe il diritto a tutti, in primis aǝ bambinǝ di famiglie immigrate, ad apprendere in un contesto liberamente scelto, di pari, vicino al luogo in cui si abita.
Il riferimento va al provvedimento annunciato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha scatenato una ridda di polemiche e non solo tra gli addetti ai lavori. In qualche modo e misura si è anche espresso il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Al momento in cui scriviamo, il decreto-legge non è ancora stato approvato: è atteso oggi, 24 settembre, sul tavolo del Consiglio dei ministri.
Il ministro Giuseppe Valditara ha precisato che il tetto del 30% riguarderà gli studenti che non parlano adeguatamente italiano, anche se cittadini dell’Unione europea, e che saranno previsti criteri oggettivi e alcune deroghe. La necessità deriverebbe, a quanto sembra, dall’inosservanza della Circolare Ministeriale n. 2 datata 8/01/2010, voluta dall’allora ministra Mariastella Gelmini. Nel documento si fissava la soglia del 30% di minori stranieri iscritti nelle classi di ogni ordine e grado.
La soglia è stata superata in svariati contesti, per necessità e per volontà dei decisori del caso: dirigenti scolastici e insegnanti. Vogliamo ancora lasciare a loro la possibilità di organizzarsi? Esiste l’”autonomia scolastica” o è soltanto un’espressione priva di significato? Cosa ne sarà degli alunni e delle alunne “trasferitǝ”? In quale scuola non scelta finiranno?
Può essere utile ricordare che l’argomento “conoscenza della lingua italiana”, applicato a stranieri, sia usato in modo strumentale e fuorviante. È risaputo che, entro i dieci anni di età, si impara la lingua della prima comunicazione entro sei mesi, se immersi in un contesto di parlanti.
La lingua dello studio si apprende e si consolida poi in un arco variabile di tre anni. In questo tempo c’è il fiorire delle esperienze e delle emozioni che influenzano fortemente l’apprendimento.
Conservare la prima lingua, o lingua degli affetti, che struttura il pensiero, e imparare una seconda lingua, è possibile in tempi brevi. Allo scopo funzionano supporti vari: protocolli di accoglienza, ore espressamente dedicate nell’ambito del curricolo, scambi quotidiani tra pari. Sottolineare la non conoscenza dell’italiano, farne una discriminante, quando è cosa superabile, con opportuni accorgimenti, rivela la volontà di emarginare.
Sono tante le domande che affollano la mente di chi nella scuola lavora, pagato come sappiamo, costruendo competenze, aggiornandosi di tasca propria e assorbendo cambiamenti sociali e norme calate dall’alto.
Ancora una domanda fra le tante. Perché i politici si improvvisano “amministratori” e umiliano docenti e dirigenti decidendo al loro posto? Se il provvedimento di legge annunciato completasse il suo iter e diventasse operativo, il primato andrebbe alla politica e non alla didattica, con buona pace dei diritti di utenti e docenti.
Laura Bertolotti
In alto: studenti all’uscita da scuola – ChatGPT Image
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