La prima donna a Palazzo Chigi avrebbe potuto aprire una strada nuova. Perché, invece, la sua leadership non ha aiutato le donne?
Giorgia Meloni è la prima donna a ricoprire la carica di presidente del Consiglio in Italia. Un traguardo storico che avrebbe potuto avere un significato enorme per tutte le donne. Io, però, non sono mai riuscita a festeggiarlo.
Non perché una donna non possa appartenere alla destra o debba pensarla come me. Una conquista femminile non dovrebbe essere celebrata soltanto quando coincide con le nostre idee politiche.
Il problema, per me, è un altro.
La prima donna a guidare il governo italiano avrebbe potuto dimostrare che una donna può arrivare al vertice senza dover rinunciare alla propria libertà. Avrebbe potuto mostrare che il potere femminile non deve chiedere il permesso a nessuno. Avrebbe potuto contribuire a liberare le donne dai ruoli imposti.
Invece, a guardare ciò che è accaduto in questi anni, quella possibilità sembra essere andata perduta.
Non tutte le donne al potere rappresentano le donne
Ogni conquista simbolica ha un valore. Anche quando a compierla è una persona con cui non condividiamo quasi nulla.
Per questo ho provato a chiedermi se la presenza di una donna a Palazzo Chigi abbia comunque prodotto un beneficio per la causa femminista.
La risposta, per me, è no.
O almeno: non un beneficio sufficiente a compensare l’occasione mancata.
Una donna al potere non è, di per sé, una conquista femminista. Se fosse così, basterebbe sostituire un uomo con una donna e il problema sarebbe risolto. Ma la parità non riguarda soltanto chi occupa una poltrona.
Conta ciò che quella persona fa con il potere: le idee che porta avanti, le libertà che difende, le donne che sceglie di rappresentare e le battaglie che decide di sostenere. È su questo terreno che la presidenza di Giorgia Meloni mi lascia più amarezza che entusiasmo.

Il presidente: anche le parole raccontano
La questione potrebbe sembrare marginale. Non lo è.
Fin dall’inizio del suo mandato, Giorgia Meloni ha scelto di essere indicata come «il presidente del Consiglio». Palazzo Chigi ha poi ribadito questa scelta nelle comunicazioni ufficiali. Una decisione che ha aperto un dibattito sul rapporto tra lingua, potere e identità.
Non credo che una parola possa, da sola, cambiare il mondo. Credo però che le parole raccontino il mondo che vogliamo costruire.
Per decenni le donne hanno dovuto dimostrare di poter svolgere professioni e ricoprire incarichi considerati maschili. Quando una donna diventava magistrato, ministro, avvocato o presidente, il femminile veniva spesso percepito come una versione secondaria del ruolo.
Per molto tempo “presidente” è stata una parola associata al potere maschile. La donna arrivava dopo, come se dovesse adattarsi a un ruolo già definito.
Scegliere il femminile non significa trasformare una carica istituzionale in una questione estetica. Significa rendere visibile una realtà nuova.
L’Accademia della Crusca ha sostenuto che, per una donna, la forma «la presidente» è coerente con il sistema dell’italiano. La scelta di Meloni di mantenere il maschile ha quindi assunto anche un valore politico e simbolico.
Ed è proprio questo il punto. La prima donna alla guida del governo italiano avrebbe potuto dire: sono qui, e questa carica può parlare anche al femminile.
Ha scelto di non farlo.
Una donna, una madre, una cristiana
C’è poi un’altra immagine che Giorgia Meloni ha costruito attorno a sé. «Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana.» Quelle parole, pronunciate nel 2019, sono diventate uno dei simboli della sua comunicazione politica.
Non c’è nulla di sbagliato nell’essere donna, madre, italiana o cristiana.
Il problema nasce quando queste identità vengono presentate come una sorta di risposta politica. Come se la maternità fosse il destino naturale della donna. O come se la famiglia tradizionale fosse l’unico modello degno di tutela. Come se l’identità femminile avesse bisogno di essere definita attraverso il ruolo di madre.
Una donna può essere madre oppure no, cristiana oppure no. La sua libertà comprende anche la possibilità di amare un uomo, una donna o nessuno, così come di desiderare una famiglia, una carriera, entrambe o nessuna delle due.
La libertà femminile dovrebbe partire proprio da qui: dalla possibilità di scegliere. Non da un nuovo modello obbligatorio.
La maternità come destino politico
La politica del governo Meloni ha posto al centro la natalità e la famiglia tradizionale. È una scelta legittima per un governo conservatore. Ma non è una scelta neutrale.
Quando la maternità diventa il principale orizzonte attraverso cui parlare alle donne, il rischio è quello di tornare a una vecchia idea. La donna come corpo destinato alla riproduzione. La donna come madre prima ancora che come persona.
Una donna al vertice avrebbe potuto affermare con forza un principio diverso: la maternità è una possibilità, non un dovere.
Una società davvero favorevole alle famiglie deve liberare le donne dal peso della scelta impossibile, impedendo loro di dover scegliere tra maternità e lavoro. Non soltanto convincendole a fare figli. Una donna non dovrebbe essere penalizzata quando diventa madre né considerata incompleta quando non lo diventa. La sua identità, infatti, non può essere definita dalla capacità di generare.
La libertà femminile non è soltanto arrivare in alto
C’è un’altra ragione per cui la presidenza di Giorgia Meloni mi sembra una conquista incompleta.
La sua storia personale dimostra che una donna può arrivare molto in alto anche partendo da un ambiente politico tradizionalmente dominato dagli uomini.
Questo è un fatto. E non è un fatto irrilevante. La sua carriera ha mostrato che il potere non è necessariamente precluso alle donne. In questo senso, la sua presenza ha certamente un valore simbolico.
Una bambina può guardare quella figura e pensare: anche io posso arrivare lì. Ma il messaggio non può fermarsi a questo.
La domanda successiva dovrebbe essere: per fare cosa? Per difendere quali libertà? Per cambiare quali regole? Quali regole cambiare? E come rendere più facile la strada alle altre?
È qui che il simbolo rischia di diventare insufficiente. Una donna che arriva al vertice può anche chiudere la porta dietro di sé. Può diventare l’eccezione che conferma la regola. In sostanza, può dire: se ce l’ho fatta io, possono farcela tutte.
Ma non è così.
Una donna può arrivare al potere grazie a qualità, capacità, determinazione e fortuna. Altre possono avere le stesse qualità e non arrivare mai allo stesso punto.
La parità non consiste nel dire alle donne di essere più brave. Consiste nel rimuovere gli ostacoli che continuano a penalizzarle.
La contraddizione della prima donna
Forse la mia amarezza nasce proprio da questo. Per decenni abbiamo aspettato una donna a Palazzo Chigi. Abbiamo aspettato che una donna dimostrasse di poter governare il Paese.
Quando è arrivata, però, non ho riconosciuto in quella presenza il significato che avevo immaginato. Non perché mi aspettassi una presidente di sinistra.
Mi aspettavo una donna consapevole del valore storico di quella conquista. Una donna capace di dire: io sono arrivata qui, ma non sono arrivata da sola.
Dietro di me ci sono le donne che hanno lottato per il voto e per il diritto allo studio, quelle che hanno lavorato, divorziato e scelto di non avere figli. Ci sono le donne che hanno denunciato la violenza, occupato le piazze e pagato un prezzo altissimo per essere libere.
La prima donna a guidare il governo italiano avrebbe potuto parlare anche a loro. Avrebbe potuto riconoscere quella storia. Non lo ha fatto, almeno non nel modo in cui avrei sperato.
Una donna può essere misogina?
La domanda è scomoda. Può una donna essere misogina?
Sì.
La misoginia non appartiene soltanto agli uomini. È un sistema di pregiudizi e comportamenti che può essere interiorizzato e riprodotto anche dalle donne.
Una donna può giudicare altre donne sulla base del loro corpo. Può considerare la maternità un destino. E difendere una società che limita le libertà femminili. Può pensare che le donne debbano essere rispettabili, madri, mogli o compagne prima di essere persone.
Può perfino arrivare al vertice e non mettere in discussione il sistema che ha permesso ad alcune di salire, lasciando molte altre ai margini.
Per questo una donna al potere non è automaticamente una vittoria per tutte le donne. E non dovrebbe diventare uno scudo contro ogni critica.

Il consenso e il femminicidio: la legge basta?
Anche sul tema della violenza contro le donne, il governo guidato dalla prima donna presidente del Consiglio avrebbe potuto segnare una svolta culturale. Le modifiche introdotte negli ultimi anni, però, hanno aperto riflessioni che vanno oltre la tecnica legislativa.
Il consenso non è un dettaglio giuridico. È il centro della libertà sessuale di ogni persona.
Quando si parla di violenza, il rischio è ancora quello di spostare l’attenzione dal comportamento di chi agisce a quello di chi subisce. Ci si chiede se la vittima abbia detto abbastanza chiaramente di no, se abbia reagito, se abbia fatto capire il proprio dissenso. Ma il consenso non dovrebbe essere ricavato dal silenzio, dalla paura o dall’immobilità. Dovrebbe essere espresso e libero.
Una donna al vertice avrebbe potuto usare la modifica della normativa sul consenso per affermare con chiarezza un principio culturale: il corpo di una donna non è a disposizione di chiunque non riceva un rifiuto abbastanza esplicito.
È proprio qui che avrei voluto vedere una svolta. Non soltanto una modifica della legge, ma un messaggio capace di cambiare il modo in cui guardiamo alla violenza sessuale. Una donna non dovrebbe essere costretta a dimostrare di aver fatto abbastanza per difendersi. È chi vuole entrare nel suo corpo che deve sapere di aver bisogno del suo consenso.
Lo stesso vale per il femminicidio. Il riconoscimento di questo delitto come fattispecie autonoma ha un valore importante, perché riconosce che alcuni omicidi di donne non sono semplicemente omicidi, ma nascono da una cultura del possesso, del controllo e della volontà di limitare la libertà femminile.
Dare un nome alla violenza significa anche riconoscerne la specificità. Da questo punto di vista, la nuova norma rappresenta un passo avanti.
Ma anche una legge più severa arriva dopo. Quando una donna è già stata uccisa.
La vera sfida dovrebbe cominciare molto prima: nella prevenzione, nell’educazione, nella capacità di riconoscere i segnali della violenza e nella trasformazione di una cultura che ancora troppo spesso confonde il controllo con l’amore e la libertà femminile con una minaccia.
Per questo non riesco a considerare né la modifica della normativa sul consenso né l’introduzione del femminicidio come risposte sufficienti alla domanda che mi sono posta. Sono interventi importanti, ma una legge, da sola, non può rendere femminista una politica.
Una donna al governo avrebbe potuto fare della lotta alla violenza di genere una battaglia culturale prima ancora che penale. Avrebbe potuto parlare agli uomini, alle donne, ai ragazzi e alle ragazze. Avrebbe potuto spiegare che il problema non è soltanto l’uomo che aggredisce o uccide, ma una cultura che ancora troppo spesso considera il controllo una forma d’amore e la libertà femminile una minaccia.
È qui che, ancora una volta, mi sembra di vedere un’occasione mancata.
Eppure qualcosa è cambiato
Non voglio però negare il dato storico. Giorgia Meloni è la prima donna presidente del Consiglio. Questo ha modificato l’immaginario politico italiano.
Da quel momento, l’idea di una donna a capo del governo non appartiene più soltanto alla fantasia. È accaduto. E questo conta.
Le immagini hanno un peso: ciò che non è mai accaduto può sembrare impossibile. Una bambina può vedere una donna guidare il governo e considerare quella possibilità normale.
Ma un’immagine non è una rivoluzione.
La rivoluzione arriverà quando, dopo la prima donna, ne arriveranno altre e non sarà più necessario essere eccezionali per ottenere ciò che agli uomini viene riconosciuto come normale. Quando una donna non dovrà dimostrare di essere più forte, più dura e più resistente degli altri. E quando il suo successo non verrà usato per negare le difficoltà di tutte le altre.
Una pagina che oggi posso finalmente voltare
Per molto tempo non sono riuscita a scrivere una riga su Giorgia Meloni. Ogni volta che provavo a farlo, mi ritrovavo davanti a un conflitto.
Da una parte la consapevolezza storica del traguardo. Dall’altra la distanza profonda da ciò che quella figura rappresenta per me.
Non sono riuscita a festeggiare. Forse perché avevo aspettato troppo. Avevo immaginato la prima donna presidente del Consiglio come una possibilità di cambiamento.
Come una porta finalmente aperta. E come un segnale rivolto a tutte le donne italiane.
Invece ho visto una donna al potere che, a mio giudizio, non ha usato quel potere per mettere in discussione gli stereotipi che ancora limitano le donne.
E questo mi è dispiaciuto. Mi dispiace ancora. Ma oggi voglio guardare avanti. Perché la storia non finisce con la prima donna arrivata al vertice.
La vera conquista sarà il giorno in cui non ci chiederemo più se una donna al potere rappresenti tutte le donne. Sarà il giorno in cui sapremo distinguere una cosa dall’altra.
Una donna può essere una leader. Può essere una conservatrice o una femminista. Ma può anche non esserlo. Può governare bene o male. Difendere i diritti oppure limitarli.
Il genere, da solo, non garantisce nulla. Ed è forse questa la lezione più importante. Non ci serve soltanto una donna al potere.
Ci servono più donne. Diverse tra loro. Con idee diverse, percorsi diversi e visioni diverse. Donne libere di scegliere, di sbagliare e anche di essere criticate per ciò che fanno.
Perché una donna che arriva al vertice non rappresenta automaticamente tutte le altre. Il suo successo non cancella le discriminazioni che continuano a esistere per milioni di donne.
La presenza di una donna al potere è un passo avanti solo se apre la strada ad altre donne. Se, invece, diventa l’argomento per sostenere che ormai la parità è stata raggiunta, allora rischia di trasformarsi in una nuova forma di invisibilità.
La vera parità arriverà quando una donna al vertice non sarà più considerata un’eccezione da celebrare né la prova che tutte le altre hanno già vinto. Sarà semplicemente una donna che ha raggiunto quel ruolo, senza che il suo genere venga usato per dichiarare conclusa la battaglia per la parità.
Mi rendo conto che questo editoriale è stato un po’ come un fiume in piena. Ma dopo mesi di silenzio, le cose da dire erano molte e, una volta aperta la diga, fermarle è diventato difficile.
Ora ho finalmente vuotato il sacco. Posso girare pagina e proseguire.
Almeno fino alla prossima occasione mancata.
Cinzia Inguanta
Foto in alto: Giorgia Meloni da Wikimedia Commons
Seconda foto: Washington, 18/08/2025 – Giorgia Meloni, all’Ambasciata ucraina con il Presidente Volodymyr Zelensky, con il Segretario Generale della Nato Mark Rutte, la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, il Presidente finlandese Alexander Stubb, il Primo Ministro del Regno Unito, Keir Starmer. Immagine messe a disposizione con licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT.
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