Donne, social e disabilità: la forza dell’autonarrazione online

Giulia Lamarca, Instagram
Nei social le donne con disabilità riscrivono lo sguardo pubblico, tra diritti, corpo e superamento degli stereotipi.

Instagram, TikTok e le altre piattaforme social sono diventate, negli ultimi anni, uno spazio sempre più importante per le donne con disabilità. Non solo perché permettono di conquistare visibilità, ma perché offrono la possibilità di raccontarsi in prima persona, fuori dai filtri del pietismo e dagli stereotipi che per molto tempo hanno dominato il discorso pubblico su questo argomento. È qui che il rapporto tra donne, social e disabilità acquista un valore culturale e politico, con la loro presenza online trasformata in vero e proprio simbolo di autorappresentazione e autodeterminazione.

Per molto tempo la disabilità è stata raccontata quasi esclusivamente da uno sguardo esterno. Il risultato è stato una narrazione schiacciata su due estremi: da una parte il pietismo, che dipinge la persona con disabilità come fragile e bisognosa di protezione. Dall’altra l’eroismo, che trasforma ogni gesto quotidiano in qualcosa di eccezionale. In entrambi i casi, a scomparire è la realtà. Quella di persone con vite, desideri e identità che non possono essere ridotti a uno stereotipo.

Quando alla disabilità si aggiunge il genere, il quadro si complica ulteriormente. Le donne vivono una doppia discriminazione, quella legata al sessismo e quella relativa all’abilismo, che pesano non solo sulla rappresentazione ma anche sulla vita quotidiana. Il corpo disabile femminile continua spesso a essere percepito come un corpo non desiderabile, non autonomo. È una marginalizzazione che tocca lavoro, relazioni, sessualità, maternità e diritto all’autodeterminazione.

Marina-Cuollo
Marina Cuollo

In questo contesto, i social cambiano il punto di vista. Permettono alle donne di raccontare direttamente il proprio quotidiano, parlando di lavoro, amore, cura di sé, accessibilità, viaggi, famiglia e desiderio. L’autonarrazione diventa, così, non solo esposizione personale, ma un gesto politico. Significa rifiutare le etichette imposte dall’esterno e sottrarsi alla contrapposizione tra “vittima” ed “eroina”, restituendo alla disabilità una dimensione più vera, umana e complessa.

Anche il linguaggio, in questo senso, ha un peso tutt’altro che secondario. Le parole con cui si racconta la disabilità possono rafforzare stereotipi oppure contribuire a smontarli. Per questo l’autonarrazione conta così tanto, perché permette alle donne di sottrarsi a definizioni imposte dall’esterno e di scegliere in prima persona come nominarsi e come raccontarsi.

È anche una risposta a una delle narrazioni più insidiose legate alla disabilità, quella dell’inspiration porn, che trasforma le persone con disabilità in fonte di ispirazione per gli altri, anche quando stanno semplicemente vivendo la propria vita. Una retorica apparentemente positiva ma distorta, perché continua a mettere al centro lo sguardo di chi osserva. Le donne con disabilità che usano i social stanno smontando anche questo schema. Mostrano infatti la realtà per quella che è, senza chiedere compassione e senza offrire la propria esistenza come lezione edificante.

Non solo rappresentazione

Il valore di questa presenza online, però, non si ferma alla rappresentazione. Tocca direttamente il piano dei diritti. Parlare in prima persona di accessibilità, lavoro, violenza, salute o indipendenza economica significa rendere visibile ciò che troppo spesso resta ai margini. Significa ricordare che la discriminazione non è solo un fatto culturale, ma anche materiale, e che le donne con disabilità continuano a scontrarsi con ostacoli concreti, tra spazi non accessibili, stereotipi ed esclusione.

Anche in Italia questa nuova narrazione passa dai social, dove diverse donne utilizzano i propri profili per raccontarsi senza filtri e offrire uno sguardo alternativo agli stereotipi più diffusi. Sofia Righetti Nottegar, per esempio, parla di abilismo, corpo e autodeterminazione. Valentina Tomirotti porta avanti un lavoro costante sull’accessibilità e sulla rappresentazione della disabilità. Marina Cuollo, invece, affianca alla sua attività di scrittrice una presenza online che smonta con ironia il pietismo, mentre Giulia Lamarca condivide esperienze di viaggio, maternità e vita quotidiana, contribuendo a normalizzare una rappresentazione della disabilità lontana dagli stereotipi.

Il valore dei social, allora, non sta nel trasformarli in una soluzione a ogni forma di discriminazione, ma nello spazio che possono offrire a chi, per troppo tempo, è rimasta ai margini del racconto. Quando sono le donne con disabilità a scegliere come mostrarsi, quali parole usare e quali aspetti della propria vita condividere, cambia qualcosa che va oltre il singolo profilo. Cambia il modo in cui la società è chiamata a guardarle. E forse è proprio da qui che passa una delle forme più concrete di inclusione. Riconoscere che ogni persona ha il diritto di raccontare se stessa senza essere ridotta a uno stereotipo, a un’eccezione o a una lezione di coraggio.

Martina Romeo

Foto in alto: Giulia Lamarca, Instagram

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Dal N. 9 de L’Altro Femminile. Leggi il numero completo della rivista digitale QUI

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