Il romanzo Come sorelle è la storia di un’epoca vista attraverso la vita di ogni giorno, quella che non risparmia nulla.
Dopo aver letto Come sorelle, Edizioni E/O (2026), ho avuto la fortuna di poterne parlare con l’autrice, Elisa Bellero. Il romanzo è un’opera prima ma si presenta con una grande maturità stilistica. La vicenda è coinvolgente e mescola la storia del nostro Paese con quella intima delle protagoniste.
Elisa Bellero è laureata in Lettere classiche con un percorso di studi sul teatro greco; attualmente lavora nell’ambito della comunicazione e del marketing. Il suo racconto La strega è stato pubblicato sulla rivista Leggendaria, il racconto breve La parrucca di famiglia ha vinto il premio Premio letterario Zeno.
Leggendo il suo libro mi sono affezionata veramente ai personaggi, al punto che mi sono chiesta se si fosse ispirata a persone reali. È così?
Sì, ma distinguerei l’origine della storia dalla vita dei personaggi. Il nucleo e i personaggi principali vengono da una storia vera, un racconto di mia nonna: lei era cresciuta insieme a una cugina rimasta orfana di madre alla nascita. La mia bisnonna le aveva allattate entrambe e allevate come sorelle. Quella vicenda mi è rimasta dentro. Da lì è cominciata l’invenzione: Teresa ed Ester hanno preso una strada propria, con desideri, conflitti e destini che appartengono al romanzo.
Mia nonna è stata una presenza centrale nella mia vita. Rimasta vedova giovane, aveva cresciuto tre figlie e continuato a tenere insieme le loro famiglie. Ogni domenica ci riuniva a pranzo. Non era un invito: si andava. Con quel gesto ripetuto ci legava a sé e gli uni agli altri. Nella sua cucina l’amore aveva qualcosa di molto concreto: procurare il cibo, prepararlo, fare posto a tutti. Sono cresciuta dentro questo mondo di donne. Si volevano bene, si scontravano, si giudicavano. Il legame conteneva tutto. Nei personaggi sono rimasti tratti, gesti, modi di parlare di loro e di altre persone che ho conosciuto, senza che nessuno ne sia il ritratto. È soprattutto da quell’esperienza che viene il mio sguardo.
Ci sono poi figure storiche che ho voluto ricordare: i partigiani Giuseppe Bonturi, detto Medico, e Aldo Bellero, detto Freccia; don Luigi Zocca, il prete di Sprea che curava con le erbe officinali. Per portarle nel romanzo ho affiancato alla memoria la documentazione. Mi importava che, dentro una storia inventata, restasse anche il ricordo di alcune vite realmente vissute.

La vita quotidiana dei personaggi è quella contadina, regolata dal ritmo delle stagioni. È qualcosa che oggi abbiamo perso. Come è riuscita a recuperare e raccontare così bene abitudini e dettagli?
Molto viene dal tempo trascorso con mia nonna, nel piccolo borgo vicino a Soave, dove abitava. Ho ascoltato i suoi racconti, ma ho anche visto fare molte delle cose che poi sono entrate nel libro, come il rapporto con gli animali. Dell’infanzia conservo ricordi fisici: l’erba alle Coste, il rumore delle cicale, l’odore del mosto, l’attesa della vendemmia. Alcune sensazioni sono rimaste così precise che, scrivendo, mi sembrava di poterle rivivere.
Non direi però che quel ritmo sia scomparso del tutto. A Soave la viticoltura continua a scandire l’anno e a entrare nella vita delle famiglie. Sono cambiati gli strumenti, il lavoro, le possibilità economiche. Nel romanzo volevo raccontare anche questa trasformazione, senza fermare la campagna in un passato immobile.
Ai ricordi ho affiancato testimonianze e letture. Dovevo distinguere ciò che avevo conosciuto da ciò che andava ricostruito e volevo evitare che l’affetto per quei luoghi ne attenuasse la durezza. La terra dava da vivere, ma chiedeva fatica. Gli animali erano parte della casa e del lavoro, nascita e morte appartenevano alla quotidianità.
Anche la lingua doveva restituire quella concretezza. In quel mondo si spiegava poco di sé. Un sentimento poteva passare da un abito ricucito di nascosto per una figlia, dal cibo messo da parte, da un lavoro fatto al posto di qualcuno.
Il periodo storico in cui è inserita la vicenda è molto importante per il nostro Paese, forse in questo momento più che mai. Come mai questa scelta?
Ho seguito un arco di tempo vicino a quello della vita di mia nonna: dagli anni Trenta fino agli anni Duemila. Era il periodo a cui appartenevano molti dei racconti che avevo ascoltato, ma mi permetteva anche di osservare una vita intera e ciò che il tempo fa ai legami. Teresa ricorda da anziana. Torna sul passato con quello che sa e anche con quello che ancora non riesce a capire o a perdonarsi.
Dentro questa storia privata entrano il fascismo, la guerra, il dopoguerra, le trasformazioni della provincia. Mi interessava raccontare come la Storia raggiunge persone che hanno pochissimo potere sugli eventi e ne subiscono conseguenze enormi. Per questo ho cercato di essere fedele alle testimonianze e alla documentazione sui luoghi, pur costruendo un intreccio di invenzione.
Lo sguardo è quello delle donne che restano. La guerra entra nelle cucine: manca il cibo, mancano gli uomini, non arrivano notizie. Bisogna allevare i figli e lavorare anche mentre si ha paura. Una madre prepara le calze per un figlio mandato in Russia, un luogo che non sa neppure collocare. Può fare questo per lui. La distanza tra l’enormità di ciò che accade e quel piccolo gesto mi interessava più di una spiegazione della guerra.
Credo che oggi sia ancora necessario tornare a quelle vite nella loro concretezza. La memoria non si conserva soltanto ricordando le date: occorre capire che cosa significassero la fame, l’attesa, la perdita di una persona, la rinuncia a un futuro. E dare spazio a chi ha attraversato tutto.
Tutta la vicenda si svolge quasi interamente in un solo luogo. È reale o immaginario?
Il luogo è reale. Il borgo corrisponde a San Vittore di Colognola ai Colli, dove viveva mia nonna, il paese è Soave, la città è Verona. Sono luoghi che conosco intimamente: le strade, i filari, le corti. Avevo bisogno di questa precisione per scrivere.
Ho scelto di non nominarli perché mi interessava renderli universali e dare conto di ciò che rappresentano nella vita dei personaggi. Per Teresa il Borgo è casa, appartenenza, protezione. È però anche il limite di ciò che riesce a immaginare per sé. Ester parte, Teresa resta. La distanza tra loro riguarda le possibilità, prima ancora dei chilometri: la vita dell’altra può diventare la misura di quello che manca.
Anche il borgo cambia. Nel dopoguerra non tiene il passo della città, più avanti le case si svuotano, gli anziani muoiono e arrivano altre persone, anche da altri paesi. Ciò che per qualcuno è un luogo da lasciare diventa per altri un posto in cui cominciare. Volevo che il tempo fosse visibile anche nelle case e in chi le abita.
Non ho pensato alla provincia come a un mondo chiuso in sé stesso. Sono partita da una geografia precisa per raccontare un conflitto che può appartenere a molti: il bisogno di un luogo e il desiderio, talvolta la colpa, di andarsene. Un conflitto molto presente in Pavese, autore che amo.
C’è un capitello votivo con una Madonna nera alla quale le protagoniste Ester e Teresa sono molto legate. Esiste davvero?
Sì. Le Coste esistono, a San Vittore di Colognola ai Colli, e lì ci sono un altare con una Madonna nera e un crocifisso. Ci andavo spesso con mia nonna. La passeggiata, la sosta, la preghiera avevano una loro ritualità. Da bambina quel luogo mi sembrava magico.
Nel romanzo ho lasciato che il ricordo si trasformasse: le Coste diventano il luogo della Madonna Nera e del rito segreto di Teresa ed Ester. Le bambine affidano alle foglie di dente di leone qualcosa che non possono dire altrove. È uno spazio loro, dentro un mondo in cui quasi tutto viene deciso dagli adulti.
Mi interessava quella serietà assoluta dell’infanzia: credere che un gesto possa proteggere, che una promessa impegni per sempre, che anche un pensiero abbia conseguenze.
Con il procedere degli eventi terribili legati alla grande storia e alle sue vicissitudini personali, la forza di volontà della protagonista vacilla ma non cede. Succede a tutte noi nella vita: per Teresa la spinta a non lasciarsi sopraffare è la religione, l’istinto di sopravvivenza o rabbia?
Direi soprattutto l’istinto di sopravvivenza, insieme all’abitudine al dovere. Teresa appartiene a un mondo in cui, anche nel dolore, c’è qualcosa da fare: lavorare, occuparsi della casa, nutrire qualcuno. Si continua nonostante la fatica. Non è sempre una scelta consapevole e non sempre rende più forti.
La rabbia ha un peso, ma è anche ciò che la tiene prigioniera. Per molto tempo il rancore le permette di restare legata a Ester: continuare a rimproverarle qualcosa significa non lasciarla andare. A questo si aggiunge la colpa. Mi interessava la distanza tra essere responsabili di un male e sentirsi responsabili perché, in un momento di rabbia, lo si è desiderato. Teresa deve vivere anche con i propri pensieri, con la vergogna di averli avuti.
La religione appartiene al suo modo di guardare il mondo, ma non scioglie ogni contraddizione. Un sostegno concreto le viene dalla terra. Lì il suo lavoro può produrre qualcosa, la fatica avere un frutto. Non è una garanzia: anche un raccolto può essere perduto. È però un rapporto a cui può tornare, fatto di gesti che conosce, di attenzione, di tempi che non dipendono soltanto da lei.
Non volevo che Teresa diventasse esemplare perché ha sofferto. Alcune esperienze la irrigidiscono, altre restano senza riparazione. Se nel tempo si apre una possibilità di pace, passa dal riconoscere ciò che non può più cambiare.
Ci sono alcuni dialoghi in dialetto veneto che legano profondamente il testo al territorio eppure rimangono molto comprensibili. Come ha ottenuto questo risultato?
Il dialetto era necessario. Alcuni personaggi non avrebbero potuto parlare un italiano neutro, avrei sentito di tradirli. La lingua dice da dove vengono, ma anche quale posto occupano nella famiglia, quanta autorità hanno, che cosa possono permettersi di dire. Nel dialetto una frase può essere affettuosa e brusca insieme. Tradotta in italiano, a volte perde proprio quella tensione.
Mi è vicina la riflessione di Meneghello sul rapporto tra il dialetto e gli strati più profondi delle ferite.
Per la trascrizione mi ha aiutata il linguista Diego Pescarini. Abbiamo lavorato sulla varietà di Soave, cercando una grafia coerente e leggibile, il più possibile vicina alle convenzioni dell’italiano, senza ricorrere a simboli speciali. Il rigore era importante ma doveva servire la narrazione.
Ho poi cercato una misura nell’uso: il contesto, i gesti, la situazione dovevano aiutare anche chi non conosce il veneto a capire ciò che passava tra le persone. La leggibilità nasce da questo lavoro complessivo, non soltanto dalla scelta delle singole parole.
Un’ultima domanda, in linea con lo spirito della nostra rivista. Le due protagoniste crescono proprio come sorelle. Il legame è talmente stretto da sembrare indissolubile. Quanto è importante la sorellanza nella sua esperienza personale?
È importantissima. I legami con le donne hanno formato il mio modo di stare al mondo e continuano a essere al centro di ciò che scrivo. In alcuni di questi rapporti ho conosciuto una profondità e una complessità che, nella mia esperienza, hanno qualcosa di diverso dai legami con gli uomini. C’è la possibilità di riconoscersi nell’altra, ma anche di misurarsi con lei, di vedere nella sua vita ciò che desideriamo o ciò che temiamo per noi.
Forse per questo non riesco a raccontare la sorellanza come un legame soltanto buono. In Come sorelle la definirei una sorellanza imperfetta. Teresa ed Ester si amano, ma non hanno sempre bisogno l’una dell’altra nello stesso modo e nello stesso momento. Da bambine Teresa è per Ester una presenza assoluta, più avanti il bisogno si rovescia. Quello squilibrio le ferisce.
Mi interessa lasciare spazio anche all’invidia, alla gelosia, al rancore. Sono sentimenti di cui ci vergogniamo, soprattutto quando riguardano qualcuno a cui vogliamo bene. Riconoscerli non significa giustificare il male che possiamo fare. Significa ammettere che provare un sentimento scomodo non esaurisce ciò che siamo, né tutta la verità di un rapporto.
Credo che la letteratura possa farci sentire meno soli anche in questo. Una donna non dovrebbe essere costretta a essere generosa, solidale o esemplare per meritare di essere raccontata. E un legame non deve essere perfetto per aver contato profondamente. Alcune persone continuano a vivere nel nostro modo di pensare, di ricordare, perfino di parlare, anche quando non fanno più parte della nostra quotidianità. Per me la sorellanza riguarda anche questa permanenza, che può dare conforto e fare male.
Grazie a Elisa Bellero per averci raccontato un po’ di sé e del suo libro. Speriamo di leggere presto un suo nuovo romanzo perché Come sorelle lascia un piccolo vuoto in chi lo legge, una sottile nostalgia per i personaggi con i quali sembra di aver convissuto e un affetto profondo per loro. Ricordare come la gente comune ha vissuto davvero durante il Ventennio fascista e la Seconda Guerra Mondiale dovrebbe essere un esercizio da ripetere spesso perché chi dimentica è costretto a ripetere i propri errori.
Erna Corsi
Foto in alto: Elisa Bellero
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