Le amazzoni di Sandra Raffaelli. Un viaggio tra arte e memoria dove la bellezza sopravvive solo grazie al sacrificio di custodi misteriose e indomite.
Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni. Ultimi giorni per partecipare alla nuova call. Cerchiamo nuove voci per le nostre pillole. Invia il tuo racconto entro il 31 agosto 2026.
LE AMAZZONI di Sandra Raffaelli
Io e le mie sorelle viviamo insieme, siamo praticamente inseparabili. Siamo tante e continuamente indaffarate, una marea completamente al femminile. Una sorta di coorte che esclude di principio i maschi: amazzoni primigenie che non uccidono i maschi ma semplicemente li ignorano. La nostra è una società raffinata ed elitaria, basata su un semplice principio: le affinità elettive. Condividiamo l’amore per tutto ciò che è espressione artistica, sia essa musica, pittura, poesia o qualsivoglia altra creazione dello spirito.
Oltre a ciò noi coltiviamo al massimo grado una dote che a tutte le donne appartiene: l’empatia. Ognuna di noi sa, o meglio, intuisce, ma intuisce esattamente, quello che provano in quel momento le sue sorelle, ed è in grado di andar loro immediatamente incontro nel dolore, nella gioia, nell’attesa, nella speranza. A volte non ci è possibile offrire soluzioni. Ma ognuna di noi sa che comunque tutte le sue sorelle sono disposte a vivere con lei quello che sente e ad accompagnarla nel suo cammino. Per questo accettiamo la morte con serenità. Sappiamo che quando arriverà il momento non la vivremo da sole, ma avvolte e cullate nel sentimento di tutte le altre.
Abbiamo scelto di vivere in campagna, lontane dal rumore, dalle luci artificiali, dal divertimento a tutti i costi. Noi non vogliamo di-vertirci, non vogliamo essere distolte neanche un istante da quello che è il nostro compito: la coltivazione del bello. I malevoli e gli invidiosi hanno diffuso su di noi voci oltraggiose: cha saremmo delle streghe, capaci di rievocare l’anima dei morti o, nel migliore dei casi, mere apparizioni oniriche a cui non accordare nessuna importanza. Certo, nessuno vorrebbe fare il lavoro che facciamo noi. Pochi ormai lo comprendono, ma noi non arretriamo ed avanziamo luminose in questa altissima missione che ci è affidata: la sopravvivenza della bellezza. In questo senso siamo veramente delle Amazzoni: sacerdotesse della luna, indomite guerriere in una battaglia fino all’ultimo respiro.
Dapprincipio era una pura scelta ontologica, un aut aut metafisico. Qualcuna di noi, mentre girovagava distratta nel prato o nell’erba alta, sentiva ad una tratto una voce: saresti tu disponibile a morire per lasciar sopravvivere questa o quest’altra opera d’arte? Il tuo sacrificio la renderebbe davvero immortale, disponibile per l’eternità. Tu o lei? Rifletti: pensi che la tua vita valga questa melodia? questo paesaggio? questi versi?
È così che la nostra sorella Ayla ci ha lasciato per salvare il Misere mei Deus di Gregorio Allegri. I tempi non sono più in cui un giovanissimo Mozart era in grado di trascriverlo dopo averlo ascoltato una sola volta. Il brano, eseguito unicamente due volte l’anno durante la Settimana Santa e rigorosamente al buio, era stato secretato dai prelati della Cappella Sistina in modo che non potesse uscire da lì, e chi avesse osato copiarlo per farlo uscire dalle mura del Vaticano sarebbe stato colpito da scomunica.
Ma Mozart, uscito dalla Cappella, ce l’aveva tutto in testa e, presa carta e penna, l’aveva trascritto fedelmente: per omaggiare tanta bellezza egli non aveva esitato un secondo ad affrontare il rischio della scomunica e le ire del Papa. Lo spartito originale di Allegri non fu mai trovato e dal 1770 in poi l’avvenire di quella impareggiabile melodia riposava sulla memoria di un piccolo genio.
Ayla sapeva che era in suo potere far sì che l’operato di Allegri, di Mozart e dei cantori della Cappella Sistina vivesse in eterno .Grazie a lei, quella preghiera semplice e inarrivabile avrebbe continuato a inondare i cuori: insegnando l’attesa, dilatando le ore della speranza, rivelando lo stupore e lo sgomento di fronte al perdono.
Guardammo Ayla negli occhi e subito sapemmo che in lei non c’erano esitazioni. Subito le fummo accanto per accompagnarla nel suo sacrificio e renderle più accettabile la morte. Con lei morivamo anche noi e con lei e con Gregorio Allegri rinascevamo.
Quando venne la volta di Niamh la voce che ci guida e ci accompagna le sussurrò all’orecchio la poesia Ripenso il tuo sorriso. A Niamh brillarono gli occhi e il cuore ripercorrendo quelle parole che conosceva così bene e che in tante occasioni le avevano tenuto compagnia. Ma subito apprese che ormai nessuno imparava più le poesie a memoria e che al massimo venivano analizzate svogliatamente per essere riferite all’insegnante al solo scopo di racimolare una sufficienza. Nessuno apprezzava più il carico prezioso di un serbatoio poetico portatile, leggero e immateriale, gratuito e sempre disponibile, a cui attingere in qualsiasi momento.
Anche solo per alleviare la noia o la solitudine alla fermata dell’autobus quando la corsa è saltata. Nella sala d’aspetto del medico quando la fila è interminabile, sotto l’ombrellone quando tutti gli altri sono andati a fare il bagno e tu non puoi perché ti sei scottato. Allora recuperi dalla tua mente una poesia, te la reciti come se fosse un dono che fai a te stesso, e non sei più solo e il tempo della noia si è trasformato in un tempo degnamente impiegato. O magari in modo più elegiaco per cercare risposte quando risposte non ci sono, per trovare una comunanza nel sentire e nel soffrire, per affidarsi a chi le parole le sa usare meglio di te quando hai un rovello dentro a cui non riesci a dare un nome, che non riesci a inchiodare definitivamente su una tavola con quei punteruoli infallibili che sono le parole.
Niamh sapeva che Ripenso il tuo sorriso può restituire la serenità a chi l’ha persa, a chi non sa scorgere l’acqua limpida fra le petraie che vede intorno a sé e che anela più di tutto ad un bianco abbraccio che lo acquieti e gli restituisca l’ingenuità dell’anima. Quella poesia era un talismano capace di scatenare un’ondata di calma anche nell’animo più turbato. Era un inno alla bellezza nella sua forma più pura: salvifica, disinteressata, libera da ogni etichetta.
Niamh accettò il sacrificio e noi tutte le fummo accanto per accompagnarla e condividere la sua scelta. Con Niamh noi tutte lasciammo questo mondo e con Niamh e Montale noi tutte lo ritrovammo, seguendo la via indicataci da quella giovinetta palma che svettava al di sopra della memoria grigia delle genti.
Nessuna incertezza albergava nel cuore di nessuna di noi, in tante eravamo e a tutto saremmo riuscite a porre rimedio. Ma quando arrivò la notizia dell’incendio di Notre-Dame ci sentimmo tutte spegnere il cuore all’unisono. Quelle fiamme alte nel cielo, quella guglia che crollava, quei pianti e quelle preghiere sul sagrato furono altrettanti fremiti che percorsero le nostre fibre e ci fecero sentire immediatamente il rischio della fine di ogni spiritualità. In quel tempio che stava per crollare l’umanità intera si riconosceva e l’umanità intera stava col fiato sospeso senza poter far nulla. Ma anche la paralisi che ci colse rischiava di essere un pericolo altrettanto grande. Se tutte fossimo venute meno contemporaneamente, nessuna avrebbe più potuto sostenere le altre nel passo decisivo del sacrificio salvifico.
E d’altronde nessuna di noi sarebbe stata in grado di affrontare la morte senza la vicinanza delle sue sorelle. Ma Meissa ci prevenne tutte. Meissa, colei che splende, forzò il processo di catalisi fino a produrre una bioluminescenza tale che tutte ci avvolse e così, spezzando il nostro sbigottimento, ci comunicò le sue intenzioni. Fu come un risvegliarci da una paralisi: subito fummo in sintonia con lei, facemmo nostra la sua decisione e la accompagnammo oltre i confini della vita e della morte. Notre-Dame era salva, l’incendio era domato e i lavori di restauro sarebbero presto cominciati.
Non so se è stata una coincidenza o se quel colpo tremendo inferto alla spiritualità – che è stato l’incendio a Notre-Dame – doveva avere conseguenze imperiture, ma da allora il nostro lavoro è diventato frenetico e sfiancante, ed anche purtroppo frustrante: abbiamo come la sensazione di dover ogni volta ricominciare tutto daccapo. In particolare la situazione è diventata emergenziale nei musei; e non parlo tanto di quegli episodi sporadici di quando un visitatore si siede su una sedia senza avvedersi che è un’opera d’arte e la sfascia o quando una donna colpita da malore cade su una tela e la squarcia.
No, parlo della ormai stragrande maggioranza dei frequentatori di musei che si aggirano fra le opere d’arte con il cellulare in mano al solo scopo di farsi un selfie davanti ai quadri famosi, senza magari degnare questi ultimi neanche di uno sguardo ma badando soltanto a trovare la posa più seducente da postare immediatamente. E se poi per quella posa si deve indietreggiare troppo e si urta un vaso della dinastia Qing che va in mille pezzi… pace! In preda ad un narcisismo sfrenato sembra che gli uomini abbiano perso ogni spiritualità e non sappiano più qual è il vero ruolo dell’arte.
Noi non ci arrendiamo, non vogliamo, non possiamo arrenderci. Continueremo la nostra missione per la salvaguardia della bellezza. Sappiamo che il nostro sacrificio è destinato a salvare il mondo e forse anche a insegnare l’accettazione della morte.
Siamo le sorelle lucciole. Ci accendiamo e ci spegniamo nel cuore della terra e per voi moriamo di una dolce morte, una morte accettata, salvifica, condivisa. Ma voi non rendeteci il compito ancora più difficile. Possiamo rinascere e morire per l’ignoranza e l’incuria degli uomini ma non possiamo rinascere e morire se voi ci inondate di pesticidi.
Sandra Raffaelli
Foto in alto: elaborazione grafica di Erna Corsi
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Sandra Raffaelli nasce a Camaiore nel 1964. Consegue un dottorato in Francesistica e oggi insegna francese a Pisa presso il Liceo Dini. Qui coordina il progetto EsaBac e la corale scolastica.

