“Un libro e …” – Ogni cosa è illuminata, in viaggio con Jonathan Safran Foer

ogni cosa è illuminata (primevideo.com)
Un romanzo e un film che raccontano la ricerca delle radici familiari in un viaggio fisico e psicologico in mezzo alla Storia.

La proposta di lettura per questo venerdì è Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer (autore che vi abbiamo più volte consigliato nelle nostre Top Ten), romanzo d’esordio dello scrittore statunitense pubblicato in Italia da Guanda nel 2004. Il libro è considerato una delle opere più originali della narrativa americana contemporanea. Al suo interno affronta temi profondi come la memoria, l’identità, la Shoah e il legame tra storia e racconto. Foer li esplora e li percorre con una struttura narrativa innovativa, capace di intrecciare ironia, sperimentazione linguistica e momenti di intensa emozione.

Ispirato, almeno, in parte alla storia familiare dell’autore, il romanzo si sviluppa attraverso due percorsi narrativi che finiscono per intrecciarsi. Uno di questi fili conduttori segue Jonathan, un giovane ebreo americano che intraprende un viaggio in Ucraina. La sua meta è la ricerca di Augustine, la donna che avrebbe salvato suo nonno durante le persecuzioni naziste. Ad accompagnarlo in questa insolita avventura c’è Alex Perchov, un ragazzo ucraino dal buffo e creativo inglese. Insieme a lui ci sono anche l’eccentrico nonno e un cane particolarmente invadente.

Accanto al racconto del viaggio prende forma una ricostruzione fantastica e mitizzata di Trachimbrod. Un villaggio ebraico realmente esistito in Ucraina e annientato durante l’Olocausto nel 1942. Foer ne rielabora le origini e le vicende attraverso una narrazione sospesa tra mito e invenzione. Segue così il susseguirsi delle generazioni e delle loro storie familiari, fino all’inevitabile tragedia della distruzione nazista. È una sorta di romanzo nel romanzo, in cui l’autore abbandona progressivamente i toni più leggeri per avvicinarsi alle atmosfere del realismo magico e della memoria collettiva.

«La fine del mondo è giunta spesso, e continua a giungere spesso. Impietosa, implacabile, latrice di tenebra su tenebra, la fine del mondo è una cosa a cui siamo ben adusi, un fatto abituale, che abbiamo ritualizzato. È nostro dovere tentare di scordarcene in sua assenza, di riconciliarci con essa quando non è negabile, e di ricambiare il suo abbraccio quando infine viene a noi come fa sempre».

Tra gli elementi che ho apprezzato maggiormente di Ogni cosa è illuminata c’è la sua architettura narrativa, costruita su un costante intreccio tra passato e presente. Il racconto del viaggio di Jonathan, le lettere che Alex gli invia e la storia di Trachimbrod si alternano dando vita a una struttura frammentata che trovo particolarmente efficace. Questa scelta formale non è solo un espediente stilistico, ma diventa il modo attraverso cui Foer rappresenta la memoria collettiva, un insieme di voci, ricordi e lacune che cercano di ricomporre ciò che è andato perduto. Un approccio che risulta ancora più significativo quando si confronta con una tragedia storica come l’Olocausto.

La lettura richiama spesso una domanda: come è possibile ricordare ciò che è stato distrutto? Di fronte a eventi traumatici come la Shoah, la semplice registrazione dei fatti non è sufficiente. Per colmare i silenzi lasciati dalla storia, l’immaginazione diventa uno strumento indispensabile, capace di restituire voce e dignità a chi è stato cancellato. Il passato prende forma soprattutto attraverso le assenze, le lacune e le ferite che continuano a propagarsi nel tempo, conferendo al romanzo una notevole forza emotiva.

In abbinamento con il romanzo di Jonathan Safran Foer, vi propongo l’omonimo film diretto da Liev Schreiber, al suo debutto dietro la macchina da presa. Distribuito nel 2005 e disponibile in streaming su Now, il film vede Elijah Wood interpretare Jonathan Safran Foer ed Eugene Hutz, frontman dei Gogol Bordello, nei panni di Alexander Perchov.

Portare Ogni cosa è illuminata sullo schermo rappresentava una sfida notevole, considerando la struttura frammentata del romanzo e la presenza di più livelli narrativi, con salti temporali e continui giochi linguistici. Per questo Schreiber ha scelto di semplificare l’impianto originario, concentrandosi principalmente sul viaggio di Jonathan e Alex. Il risultato è un delicato road movie ai toni malinconici, in cui Trachimbrod non viene raccontata direttamente, ma rimane una presenza evocata, una meta da raggiungere e un simbolo che accompagna i protagonisti lungo il loro percorso.

Il rapporto tra Jonathan e Alex costituisce il cuore del film. A differenza del romanzo, qui il legame nasce dalla condivisione dell’esperienza, dagli sguardi, dai silenzi e dalle scoperte che i due affrontano insieme. È una scelta che funziona particolarmente bene sul piano cinematografico e che permette al film di costruire un’intimità autentica tra i protagonisti.

Sul piano visivo, Schreiber sceglie una regia misurata ed essenziale, lasciando che siano i paesaggi ucraini a raccontare parte della storia. Le strade percorse dai protagonisti e gli spazi aperti che attraversano contribuiscono a creare un’atmosfera in equilibrio tra leggerezza e nostalgia. Proprio questo equilibrio caratterizza anche il tono del film. I momenti più divertenti, spesso legati alle difficoltà linguistiche di Alex e alle eccentricità dei personaggi, offrono un contrappunto alla componente più drammatica senza mai sminuirne la portata emotiva.

Il film ha come punti di forza principali la combinazione di tono comico e drammatico, le interpretazioni e la colonna sonora che valorizza l’atmosfera slava. Sicuramente perde la complessità letteraria di Foer, ma guadagna una delicata e fortissima potenza visiva. Buona visione e buon fine settimana!

Sara Simoni

Foto in alto: immagine dal film (da primevideo.com)

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