Il nuovo romanzo dell’autrice tarantina scava nella memoria fisica delle donne per denunciare le troppe ombre negli ospedali italiani.
Una piccola cicatrice sulla pancia può nascondere un intero universo di dolore silenziato e battaglie politiche mai concluse. Parte proprio da questo dettaglio fisico, quasi impercettibile, il nuovo romanzo di Daniela Stallo intitolato Mezzanotte meno un quarto (Ed. Coda di volpe), che riporta con forza al centro del dibattito la realtà quotidiana della Legge 194.
La protagonista è una direttrice di banca che, in apparenza, conduce una vita ordinaria. Tuttavia, una sera d’inverno, un semplice gesto riattiva bruscamente un ricordo drammatico avvenuto anni prima. Attraverso un racconto che oscilla tra cronaca e memoria, l’autrice ci porta dentro le stanze claustrofobiche di un ospedale. Qui, la burocrazia spietata e il giudizio sociale si intrecciano alle storie di tante donne che affrontano una maternità interrotta.
Stallo, giornalista e insegnante di diritto nata a Taranto e residente a Pisa, utilizza uno sguardo tagliente per descrivere un percorso troppo spesso occulto. L’autrice non cerca la commozione del lettore, ma lancia una vera e propria accusa contro un sistema che isola le donne invece di accoglierle.
A questo proposito, la scrittrice chiarisce le motivazioni profonde dietro Mezzanotte meno un quarto:
«Da tempo avevo in mente di fare una denuncia, di muovere un’accusa vera e propria: questo libro è la cronaca di un’accusa. In un periodo in cui i vescovi installano e fanno suonare campane dei bambini non nati, in un momento di furto di leggi, di abrogazioni a sorpresa, modifiche notturne, manovre dei difensori di morale e patria. Voglio tentare una difesa di quelle leggi. Un atto politico in forma narrativa. Perciò ho messo Gramsci nell’esergo. E poi raccontare le donne senza figli, i luoghi comuni e per esplorare il limite on/off dentro la vita di ciascuno.»
In un’epoca segnata da manovre ideologiche, questo libro si configura quindi come un atto politico necessario. L’opera scava nelle pieghe della società per dare voce a chi sceglie di non avere figli e per denunciare il trattamento frettoloso e giudicante di una certa parte del personale ospedaliero. La casa editrice sottolinea come questa narrazione matura riesca a trasformare un racconto intimo in una storia collettiva che resta addosso a chi legge.
Daniela Stallo conferma così la sua capacità di affrontare temi scomodi con una voce letteraria riconoscibile e piena. Con Mezzanotte meno un quarto, ci invita a non dimenticare e a difendere i diritti conquistati, esplorando quel limite sottile tra la vita privata e l’impegno civile.
Cinzia Inguanta
Foto in alto: Daniela Stallo
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Egregio direttore,
Scrivo nella duplice veste di docente di latino e greco e di esponente di un’associazione Prolife, per esprimere il mio consenso a un’opera che spero sia letteraria e offra uno spunto diverso dalla narrazione generalizzata che parla, in maniera improvvida, di “diritto” all’aborto e di esclusiva femminile nella decisione di interrompere la gravidanza.
Anch’io ho pubblicato un libro, ormai giunto alla terza ristampa, ma non una storia, inventata e che si basi sulla mia posizione personale (che non definirei ideologica ma ideale): si tratta di una raccolta di dialoghi tra noi esponenti Prolife e donne, uomini, ragazze, giovani anche, alle prese con la questione aborto. Storie vere, di drammi veri, di chi avrebbe voluto sapere prima, per poter essere veramente libera di decidere, non necessariamente di abortire. Questo è il vero problema della nostra società: un’informazione quasi totalmente a senso unico che impedisce di prendere una decisione con reale consapevolezza.
Perché vede Direttore, nessuno mai si interroga sul “dopo“ l’aborto: la legge 194 che tanto superficialmente si cita senza averne neanche letto gli articoli, sbandierata come una conquista femminista, invece permette non solo l’eliminazione di un bambino prima della nascita ma soprattutto la cancellazione della verità insita nella donna, legata alla maternità. Si può essere a favore o contro l’aborto, ma il fatto che noi donne abbiamo questo privilegio, quello della maternità, non è una questione religiosa e non è un fatto ideologico, è piuttosto legato alla nostra biologia e non si può far niente di diverso se non accettarla. Intendo dire che, dopo l’aborto, arrivano tanti di quei ripensamenti che scattano proprio a causa della natura insita nella femminilità. Questo però non interessa nessuno, del dolore delle donne, dei tentati suicidi, della bulimia e anoressia conseguenti all’aborto, oppure della difficoltà a concepire successiva all’aborto, nessuno parla.
Allora anch’io penso che sia il caso di riaprire il dibattito sulla 194, ma nei termini della verità, lasciando parlare chi ha sacrificato sull’altare di una pseudo libertà, la propria felicità futura. Se anche fosse una minoranza, quella delle donne che soffrono, meriterebbe di essere presa in considerazione e di diventare protagonista di una rivoluzione positiva, che veda la donna come protettrice della vita concepita
Lo dobbiamo alle generazioni future.
Prof. Vittoria Criscuolo.
Vicepresidente Comitato “Prolife insieme”
http://www.prolifeinsieme.it
Gentile Prof.ssa Criscuolo,
la ringrazio per aver condiviso la sua riflessione e per il contributo che ha voluto offrire al dibattito scaturito dal nostro articolo su “Mezzanotte meno un quarto”.
L’argomento che abbiamo trattato è delicato, direi delicatissimo, poiché tocca corde profonde dell’esperienza umana e femminile. Credo che, in un mondo ideale, nessuna donna dovrebbe mai trovarsi nella necessità di dover ricorrere all’interruzione di gravidanza.
Tuttavia, sono convinta che quando una donna arriva a prendere una decisione così difficile e sofferta, lo faccia spesso perché sente di non avere alternative percorribili in quel momento della sua vita. Proprio per questo, ritengo che il ruolo della società e delle istituzioni dovrebbe essere quello di aiutare e supportare queste donne, offrendo loro accoglienza e ascolto, piuttosto che emettere giudizi.
Siamo lieti che il nostro spazio editoriale possa ospitare punti di vista differenti, poiché crediamo che solo attraverso un confronto civile e onesto si possa esplorare la complessità di temi che, come lei giustamente sottolinea, segnano profondamente la vita delle persone e delle generazioni future.
Un cordiale saluto,
Cinzia Inguanta
Ho scritto un commento di critica. Immagino non pubblichiate quello che non corrisponde alla linea ideologica della testata…
Il suono della campana non è un giudizio… è un invito alla consapevolezza
Cara Marina,
ti ringrazio molto per questo tuo spunto. Conosco e stimo da tempo il tuo lavoro a Telepace, quindi il tuo contributo è particolarmente prezioso per la nostra riflessione.
Capisco perfettamente il senso profondo che attribuisci a quel suono: l’idea di un richiamo alla consapevolezza e alla sacralità della vita. Tuttavia, credo che per molte donne quel medesimo suono possa essere percepito in modo molto diverso: non come un invito alla riflessione, ma come un rintocco che pesa sul silenzio di una scelta già di per sé difficilissima, aggiungendo un carico di giudizio o di dolore laddove servirebbe solo ascolto.
Come ho scritto anche in altre risposte, l’argomento è estremamente delicato. Resto convinta che, in un mondo ideale, nessuna dovrebbe trovarsi di fronte a questa necessità, ma quando accade, il supporto e l’assenza di giudizio dovrebbero essere le nostre bussole.
Grazie ancora per aver arricchito questo dibattito con la tua sensibilità.
Gentile Prof.ssa Criscuolo,
La ringrazio per il suo messaggio. Desidero rassicurarla immediatamente: la nostra testata non teme il confronto quando questo avviene, come nel suo caso, in modo rispettoso e civile. Al contrario, crediamo fermamente che il pluralismo delle idee sia un valore aggiunto e non un limite; il dialogo è l’unico strumento che abbiamo per approfondire la complessità della realtà che ci circonda.
Mi permetta solo una piccola nota, non per pedanteria ma per coerenza con i valori di autodeterminazione e identità che promuoviamo: mi ha rivolto il suo commento chiamandomi “Direttore”, ma sono una donna e preferisco dunque il termine Direttrice.
Egregio direttore,
Scrivo nella duplice veste di docente di latino e greco e di esponente di un’associazione Prolife, per esprimere il mio consenso a un’opera che spero sia letteraria e offra uno spunto diverso dalla narrazione generalizzata che parla, in maniera improvvida, di “diritto” all’aborto e di esclusiva femminile nella decisione di interrompere la gravidanza.
Anch’io ho pubblicato un libro, ormai giunto alla terza ristampa, ma non una storia, inventata e che si basi sulla mia posizione personale (che non definirei ideologica ma ideale): si tratta di una raccolta di dialoghi tra noi esponenti Prolife e donne, uomini, ragazze, giovani anche, alle prese con la questione aborto. Storie vere, di drammi veri, di chi avrebbe voluto sapere prima, per poter essere veramente libera di decidere, non necessariamente di abortire. Questo è il vero problema della nostra società: un’informazione quasi totalmente a senso unico che impedisce di prendere una decisione con reale consapevolezza.
Perché vede Direttore, nessuno mai si interroga sul “dopo“ l’aborto: la legge 194 che tanto superficialmente si cita senza averne neanche letto gli articoli, sbandierata come una conquista femminista, invece permette non solo l’eliminazione di un bambino prima della nascita ma soprattutto la cancellazione della verità insita nella donna, legata alla maternità. Si può essere a favore o contro l’aborto, ma il fatto che noi donne abbiamo questo privilegio, quello della maternità, non è una questione religiosa e non è un fatto ideologico, è piuttosto legato alla nostra biologia e non si può far niente di diverso se non accettarla. Intendo dire che, dopo l’aborto, arrivano tanti di quei ripensamenti che scattano proprio a causa della natura insita nella femminilità. Questo però non interessa nessuno, del dolore delle donne, dei tentati suicidi, della bulimia e anoressia conseguenti all’aborto, oppure della difficoltà a concepire successiva all’aborto, nessuno parla.
Allora anch’io penso che sia il caso di riaprire il dibattito sulla 194, ma nei termini della verità, lasciando parlare chi ha sacrificato sull’altare di una pseudo libertà, la propria felicità futura. Se anche fosse una minoranza, quella delle donne che soffrono, meriterebbe di essere presa in considerazione e di diventare protagonista di una rivoluzione positiva, che veda la donna come protettrice della vita concepita
Lo dobbiamo alle generazioni future.
Prof. Vittoria Criscuolo.
Vicepresidente Comitato “Prolife insieme”
http://www.prolifeinsieme.it
Gentile Prof.ssa Criscuolo,
la ringrazio per aver condiviso la sua riflessione e per il contributo che ha voluto offrire al dibattito scaturito dal nostro articolo su “Mezzanotte meno un quarto”.
L’argomento che abbiamo trattato è delicato, direi delicatissimo, poiché tocca corde profonde dell’esperienza umana e femminile. Credo che, in un mondo ideale, nessuna donna dovrebbe mai trovarsi nella necessità di dover ricorrere all’interruzione di gravidanza.
Tuttavia, sono convinta che quando una donna arriva a prendere una decisione così difficile e sofferta, lo faccia spesso perché sente di non avere alternative percorribili in quel momento della sua vita. Proprio per questo, ritengo che il ruolo della società e delle istituzioni dovrebbe essere quello di aiutare e supportare queste donne, offrendo loro accoglienza e ascolto, piuttosto che emettere giudizi.
Siamo lieti che il nostro spazio editoriale possa ospitare punti di vista differenti, poiché crediamo che solo attraverso un confronto civile e onesto si possa esplorare la complessità di temi che, come lei giustamente sottolinea, segnano profondamente la vita delle persone e delle generazioni future.
Un cordiale saluto,
Cinzia Inguanta